Due sono i “tesori” che Papa Benedetto XVI affida ai giovani parigini durante la veglia di preghiera, svoltasi in questi giorni, sul sagrato della splendida Notre-Dame de Paris; “due punti – afferma il Pontefice – profondamente legati l’uno all’altro, che costituiscono un vero tesoro nel quale voi potrete porre il vostro cuore (cfr Mt 6, 21)”.
Il primo tesoro riguarda lo Spirito Santo. Il Papa cita gli Atti degli Apostoli: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni» (At 1, 8) e poi rivolgendosi ai quindicimila giovani che gremiscono la famosa Place de Notre-Dame afferma: “Il Signore lo dice a voi, e ve lo dice ora”!!!
Lo Spirito Santo è la Persona (terza della Trinità di Dio) che si preoccupa di stringere legami di autentico amore. Egli è una inesauribile risorsa di verità capace di abbracciare ogni uomo e di indicare a ciascuno il sentiero che conduce a Cristo.
“Tutti voi cercate di amare e di essere amati! È verso Dio che voi dovete volgervi per imparare ad amare e per avere la forza di amare. Lo Spirito, che è Amore, può aprire i vostri cuori per ricevere il dono dell’amore autentico. Tutti voi cercate la verità e volete viverne, viverne realmente! Questa verità è Cristo. Egli è la sola Via, l’unica Verità e la vera Vita. Seguire Cristo significa veramente “prendere il largo”, come dicono diverse volte i Salmi” (Benedetto XVI).Le parole che Papa Ratzinger rivolge ai giovani sono un invito esplicito a voler riconoscere nello Spirito Santo una guida sicura. Il Pontefice non teme di offrire ai giovani la possibilità di riflettere sull’azione dello Spirito Santo, anche se l’argomento potrebbe risultare difficile da comprendere. Le parole del Papa non intendono spiegare un aggrovigliato concetto teologico della nostra fede ma parlano esplicitamente e concretamente di una Persona! Una persona vera e concreta, una presenza reale capace di orientare tutto verso Dio facendo conoscere in Sé (nello Spirito Santo) l’amore del Padre e del Figlio in un unico e indissolubile abbraccio chiamato appunto Spirito Santo!
“Affidatevi allo Spirito Santo per scoprire Cristo. Lo Spirito è la guida necessaria per la preghiera, l’anima della nostra speranza e la sorgente della vera gioia. […] Lo Spirito Santo vi fa avvicinare al Mistero di Dio e vi fa comprendere chi è Dio. Egli vi invita a vedere nel vostro prossimo il fratello che Dio vi ha donato per vivere in comunione con lui, umanamente e spiritualmente, per vivere nella Chiesa dunque. Nel rivelarvi chi è il Cristo morto e risuscitato per noi, Egli vi spinge a testimoniare. Voi siete nell’età della generosità. È urgente parlare di Cristo attorno a voi, alle vostre famiglie e ai vostri amici, nei vostri luoghi di studio, di lavoro o di divertimento. […] Per questo io vi incoraggio a trovare le parole adatte per annunciare Dio intorno a voi, poggiando la vostra testimonianza sulla forza dello Spirito implorata nella preghiera. Portate la Buona Novella ai giovani della vostra età e anche agli altri. Essi conoscono le turbolenze degli affetti, la preoccupazione e l’incertezza di fronte al lavoro ed agli studi. Affrontano sofferenze e fanno l’esperienza di gioie uniche” (Benedetto XVI).
Il secondo tesoro indicato dal Papa ai giovani parigini, in occasione del suo decimo viaggio apostolico fuori dall’Italia, è quello della Croce.
”Molti di voi – afferma il pontefice – portano al collo una catena con una croce. Anch’io ne porto una, come tutti i Vescovi del resto. Non è un ornamento, né un gioiello. È il simbolo prezioso della nostra fede, il segno visibile e materiale del legame con Cristo”.
Spesso, la catena che portiamo al collo con una croce è il ricordo del nostro Battesimo, il dono dei nostri padrini nel giorno in cui siamo diventati cristiani. E’ proprio nei riti di accoglienza del sacramento del Battesimo, infatti, che il sacerdote traccia sulla fronte del bambino un segno di croce, invitando poi genitori e padrini a ripeterne il gesto. Il cristiano, dunque, nasce sotto il segno vittorioso della Croce di Cristo.
”Essa è – prosegue Papa Ratzinger – non soltanto il segno della vostra vita in Dio e della vostra salvezza, ma è anche – voi lo comprendete – la testimone muta dei dolori degli uomini e, allo stesso tempo l’espressione unica e preziosa di tutte le loro speranze. Cari giovani, io so che venerare la Croce attira a volte la derisione e anche la persecuzione”.
La croce è un vessillo scomodo da sopportare! Eppure Gesù lo ha trasformato in un insuperabile strumento di salvezza, anche se talvolta noi stentiamo a riconoscere nel sacrificio di Cristo la logica della vittoria!
Interessante a tal proposito la riflessione del teologo svizzero H.U. von Balthasar:
“Dove ho vinto io se non sulla croce? Siete ciechi come giudei e pagani, fino a vaneggiare che il Golgotha sarebbe la mia caduta e bancarotta, e credete che solo più tardi, tre giorni più tardi, mi sarei ripreso dalla mia morte e che sarei emerso arrampicandomi a fatica dall’abisso dell’Ade di nuovo in mezzo a voi? Ecco: questo è il mio segreto e non ne esiste un altro in cielo o sulla terra: la mia croce è salvezza, la mia morte è vittoria, la mia tenebra è luce. Allora, quando io pendevo nel mio martirio, e lo spavento mi invadeva l’anima per l’abbandono, la riprovazione, l’inutilità della mia vita, e tutto era oscuro, e solo la rabbia della massa fischiava sarcasmi contro di me, mentre il cielo taceva, serrato come la bocca di chi dispregia - ai polsi però pulsava il mio sangue attraverso le porte aperte delle mani e dei piedi, e più vuoto diventava il mio cuore ad ogni battito, la forza usciva da me in ruscelli, e in me rimaneva solo impotenza, stanchezza mortale e il senso di un fallimento infinito - e alla fine si avvicinava il misterioso luogo, l’ultimo, sull’orlo dell’essere, e poi la caduta nel vuoto e il ribaltare nell’abisso senza fondo, il dileguare, finire, sfinire. L’immensa morte, che io da solo morivo (a voi tutti questo è risparmiato mediante la mia morte e nessuno farà l’esperienza di che cosa significhi morire): questa fu la mia vittoria. Mentre cadevo e cadevo, il mondo nuovo saliva. Mentre ero sfinito oltre ogni debolezza, si rafforzava la mia sposa, la chiesa. Mentre mi perdevo e del tutto mi donavo e mi spremevo dallo spazio del mio io e senza possibilità di rifugio (neppure in Dio) dal nascondiglio più segreto del sé venivo espulso: allora io mi svegliavo e mi alzavo nel cuore dei miei fratelli” (H.U. von Balthasar, Il cuore del mondo).
Il giorno dopo, terminata la veglia, il Pontefice celebra l’Eucaristia all’Esplanade des Invalides. La presenza di quasi trecentomila fedeli supera abbondantemente ogni previsione. Tra i presenti, un numerosissimo gruppo di giovani ascolta con attenzione le parole del Papa:
”Il mondo contemporaneo non si è forse creato i propri idoli? Non ha forse imitato, magari a sua insaputa, i pagani dell’antichità, distogliendo l’uomo dal suo vero fine, dalla felicità di vivere eternamente con Dio? È questa una domanda che ogni uomo, onesto con se stesso, non può non porsi. Che cosa è importante nella mia vita? Che cosa metto io al primo posto? La parola “idolo” deriva dal greco e significa “immagine”, “figura”, “rappresentazione”, ma anche “spettro”, “fantasma”, “vana apparenza”. L’idolo è un inganno, perché distoglie dalla realtà chi lo serve per confinarlo nel regno dell’apparenza. Ora, non è questa una tentazione propria della nostra epoca, che è la sola sulla quale noi possiamo agire efficacemente? Tentazione d’idolatrare un passato che non esiste più, dimenticandone le carenze; tentazione d’idolatrare un futuro che non esiste ancora, credendo che l’uomo, con le sole sue forze, possa realizzare la felicità eterna sulla terra! San Paolo spiega ai Colossesi che la cupidigia insaziabile è una idolatria (cfr 3, 5), e ricorda al suo discepolo Timoteo che la brama del denaro è la radice di tutti i mali. Per essercisi abbandonati, precisa, “alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (1 Tm 6, 10). Il denaro, la sete dell’avere, del potere e persino del sapere non hanno forse distolto l’uomo dal suo Fine vero, dalla verità su di sé?”
E ancora: ”[…] Mai Dio domanda all’uomo di fare sacrificio della sua ragione! Mai la ragione entra in contraddizione reale con la fede! L’unico Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – ha creato la nostra ragione e ci dona la fede, proponendo alla nostra libertà di riceverla come un dono prezioso. È il culto degli idoli che distoglie l’uomo da questa prospettiva, e la ragione stessa può forgiarsi degli idoli. Domandiamo, dunque, a Dio che ci vede e ci ascolta di aiutarci a purificarci da tutti gli idoli, per accedere alla verità del nostro essere, per accedere alla verità del suo Essere infinito! Come giungere a Dio? Come giungere a trovare o ritrovare Colui che l’uomo cerca nel più profondo di se stesso, pur dimenticandolo così sovente?”
Il problema della felicità dell’uomo, a cui più volte il Papa fa riferimento, è un argomento che ci sta particolarmente a cuore e che abbiamo messo a tema (soprattutto con in più giovani) negli incontri di Scuola di Cristianesimo del nostro Movimento.
Due brevi passaggi tratti da Antonio M. Sicari, Felicità - Desiderio infinito del cuore umano:
“Purtroppo, nelle nostre società altamente tecnicizzate, il rapporto desiderio-piacere (che ha una sua sana naturalità, dato che anche il piacere è stato creato da Dio), viene facilmente invertito: si creano così una massa di oggetti e di esperienze, immediatamente e sensibilmente piacevoli, destinati a far nascere e ad acuire desideri sempre nuovi e sempre più urgenti. Ed è un’inversione che dev’essere attentamente compresa: non sono più i nostri desideri che si protendono normalmente verso oggetti piacevoli, ma è una massa di oggetti piacevoli (e a volte il piacere non è nemmeno sicuro, ma solo immaginato!) che ci viene sciorinata davanti, in modo che in noi nascano sempre nuovi, strani e a volte inquietanti desideri. Si organizzano così enormi supermercati di piaceri, destinati a stimolare, orientare, provocare i nostri desideri, anche a costo che essi non siano nemmeno più i nostri veri desideri, ma solo desideri artificialmente creati e imposti. E ne va di mezzo la nostra vera felicità. E pensare che Dio ha creato il piacere per condurci a Lui! Detto con altre parole: invertendo il rapporto tra desiderio e piacere (al punto che il desiderio può essere provocato da piaceri fittizi), l’uomo rischia continuamente di ingannarsi e di lasciarsi ingannare sulla questione della felicità. Prova desideri, gusta piaceri, ma non trova la felicità. E non di rado accade che tali supermercati siano molto frequentati, anche da coloro che mantengono in fondo al cuore un diverso ideale di felicità”
“Riflettendo su tutto ciò, non è difficile accorgersi che nelle nostre opulente società occidentali rischiamo tutti di essere sottoposti a una forma rimodernata dell’infernale supplizio di Tantalo, che Omero ci ha descritto nella sua Odissea: Ecco il racconto di Ulisse, disceso agli inferi: «Vidi Tantalo, che pene gravose soffriva ritto dentro uno stagno: l’acqua lambiva il suo mento. Pareva sempre assetato e non poteva attingere e bere: ogni volta che, bramoso di bere, quel vecchio si curvava, l’acqua risucchiata spariva, la nera terra appariva ai suoi piedi. Un dèmone la prosciugava. Alberi dall’alto fogliame gli spargevano frutti sul capo, peri e granati e meli con splendidi frutti, fi chi dolcissimi e piante rigogliose d’ulivo: ma appena il vecchio tendeva le mani a sfi orarli, il vento glieli lanciava alle nuvole ombrose» (XI, 582-592). Nella sua versione moderna, è il mercato che si incarica di avvicinare frutti deliziosi ai nostri occhi e alle nostre labbra, ma poi ce li sottrae prima ancora che abbiamo tempo di goderli davvero, perché subito ce ne presenta altri più nuovi e più desiderabili. Il moderno “Tantalo” non riesce a mangiare, perché è costretto ad assaggiare tutto, senza potersi fermare ad assaporare davvero qualcosa”.
Michelangelo Nasca






