Le parole dell’Angelus pronunciate dal Pontefice Benedetto XVI e una testimonianza personale di Paola Zucca nella ricorrenza dei Defunti.


Cari fratelli e sorelle!

Ieri la festa di Tutti i Santi ci ha fatto contemplare "la città del cielo, la Gerusalemme celeste che è nostra madre" (Prefazio di Tutti i Santi).
Oggi, con l’animo ancora rivolto a queste realtà ultime, commemoriamo tutti i fedeli defunti, che "ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace" (Preghiera eucaristica I).
E’ molto importante che noi cristiani viviamo il rapporto con i defunti nella verità della fede, e guardiamo alla morte e all’aldilà nella luce della Rivelazione. Già l’apostolo Paolo, scrivendo alle prime comunità, esortava i fedeli a "non essere tristi come gli altri che non hanno speranza".
"Se infatti – scriveva – crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti" (1 Ts 4,13-14).

E’ necessario anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere.

Nella mia Enciclica sulla speranza cristiana, mi sono interrogato sul mistero della vita eterna (cfr Spe salvi, 10-12). Mi sono chiesto: la fede cristiana è anche per gli uomini di oggi una speranza che trasforma e sorregge la loro vita (cfr ivi, 10)? E più radicalmente: gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderano ancora la vita eterna? O forse l’esistenza terrena è diventata l’unico loro orizzonte?
In realtà, come già osservava sant’Agostino, tutti vogliamo la "vita beata", la felicità. Non sappiamo bene che cosa sia e come sia, ma ci sentiamo attratti verso di essa. E’ questa una speranza universale, comune agli uomini di tutti i tempi e di tutti luoghi. L’espressione "vita eterna" vorrebbe dare un nome a questa attesa insopprimibile: non una successione senza fine, ma l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia: è questo che speriamo e attendiamo dal nostro essere con Cristo (cfr ivi, 12).

Rinnoviamo quest’oggi la speranza della vita eterna fondata realmente nella morte e risurrezione di Cristo. "Sono risorto e ora sono sempre con te", ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge.

Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce.

La speranza cristiana non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri.

Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché oggi la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti e a sostare presso le loro tombe nei cimiteri. Maria, stella della speranza, renda più forte e autentica la nostra fede nella vita eterna e sostenga la nostra preghiera di suffragio per i fratelli defunti.


Testimonianza di Paola Zucca

Sai quando devi fare una cosa per forza? Ecco, lo spirito con cui il 2 novembre me ne andavo prima al cimitero. Poi uscita da lì, di fatto, facevo diverse cose per rimuovere l’inquietudine che l’esistenza di quel posto insinuava nel cuore. Ma sette mesi fa è morto Nicola, ed è sette mesi che vado a trovarlo al cimitero; una volta alla settimana, da sola, la domenica dopo la messa con i miei tre bambini.
Fin dall’inizio si trattava di una questione proprio fisica: ma come faccio a varcare quella soglia? Io, umanamente, nemmeno se mi ci avessero portato di peso sarei potuta entrare in un cimitero. In ogni caso, non c’era nessuno disposto a portarmici di peso… tranne una Persona!

Vado a Messa e faccio al Comunione. Poi vado al cimitero ed entro tranquilla, all’inizio un po’ dolorante, ma sempre tranquilla. Durante la messa, una Persona si rende presente, si fa corpo e sangue, e, come dice Padre Antonio, con l’Eucarestia la nostra anima innamorata e credente vive nel corpo di un Altro. Quindi, con il Signore nel cuore, ci sono riuscita a varcare quel cancello. Il Signore ci può passare tranquillamente da lì, l’ha già fatto tanto tempo fa e adesso non ha più nessuna paura e quasi con baldanza, mi dice con San Paolo: morte dov’è il tuo pungiglione? Anche tu, anche tu con me, sei più che vincitrice, perché ti voglio bene e ho vinto la morte. La mia vita, quella di Nicola, quella di tutti... E me lo dice sorridendo, quasi con una pacca sulle spalle: avanti, via quella faccia, tu e il tuo Nicola valete più di due passerotti!!!

E così, giorno per giorno, messa dopo messa, adesso accade qualcosa di eterno; penso alle dolci spoglie mortali di Nicola custodite personalmente da Dio e penso a me, poi guardo le mie mani e dico che in fondo, un giorno anche io raggiungerò Nicola… un briciolino di eternità e il Signore ci farà risorgere!

E allora? Percepisco una gioia nel cuore che non ha proporzioni, non posso trattenermi troppo al cimitero… la gioia è davvero grande.  Prego e sorrido, esco e sono raggiante. Prego, prego… e me lo abbraccio col cuore come posso questo Signore, che a sua volta abbraccia già il mio Nicola. E’ come abbracciare qualcuno che ti ha appena salvato la vita!

Fuori qualcuno mi incontra e mi fa delle domande strane, del tipo: ma non ti manca, umanamente, Nicola? Ma cos’è? Una domanda trabocchetto? Che l’umano e il divino siano diventati una cosa sola, non è chiaro a molti. A me adesso è chiaro, la mancanza di Nicola per me è proprio divina, nel senso che è la porta da cui entra lo Spirito Santo, che umanamente, realmente, divinamente, ci fa Chiesa. Oppure chiedono: ma Nicola non ti manca fisicamente, la sua presenza fisica non ti manca? E io non so come rispondere; se rispondo no, è come se dicessi che in fondo non gli volevo tutto quel bene o che comunque il nostro amore era platonico (anche se chi ha conosciuto Nicola sa bene che non era così); se rispondo di sì, dico una cosa assolutamente falsa. In realtà è una domanda che rivela il fatto che il nostro Gesù Cristo, in fondo in fondo, non lo viviamo  veramente  "incarnato", cioè non viviamo una realtà in cui, normalmente, quotidianamente, (come poteva essere per la Madonna, per esempio), il divino è qualcosa di incarnato e unito all'umano.

La preghiera, la Chiesa, l'Eucarestia, sono le realtà umane e divine per cui Nicola non mi manca. La realtà dei fatti è questa: Dio (fatto uomo) è risorto, basta… anzi, avanza!!!  La realtà dei fatti è questa: che il Signore è risorto, che nell'eucarestia c'è proprio il Signore in carne ed ossa, che la Chiesa in terra è la punta di un'iceberg rispetto alla Chiesa del cielo, invisibile ma viva a presente. E io faccio parte della Chiesa. E' così che non ho perso Nicola, che con Nicola e tutta la Chiesa del cielo siamo un'unica realtà.

EVVIVA LA REALTA'!!!

E il mio Nicola direbbe a questo punto: IL MIO CUORE E LA MIA CARNE, ESULTANO NEL DIO VIVENTE!

 

 


 

Devolvi il 5 per mille alle missioni del MEC

Condividi su FaceBook

 

 

MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano

You must have Flash Player installed in order to see this player.