
Duc in altum
A dieci anni dalla pubblicazione della Novo millennio ineunte
di P. Aldino CAZZAGO
Ebbene sì, sono già trascorsi dieci anni da quel 6 gennaio 2001 quando a conclusione del Grande Giubileo dell’Anno Duemila Giovanni Paolo II firmava la lettera apostolica Novo millennio ineunte, uno dei documenti più intensi, e staremmo per dire mistici, del suo lungo pontificato. Un documento che, dopo aver sinteticamente rivisitato i momenti più significativi dell’Anno Giubilare, si inoltrava in una lucida lettura dell’attuale condizione della vita della Chiesa cattolica e, a partire da un centro, individuava per la Chiesa e per ogni cristiano un lavoro, un compito da svolgere. Un documento tutt’altro che scontato e la cui dimenticanza equivale a uno smarrimento lungo il sentiero della missione evangelizzatrice che la Chiesa è chiamata a percorrere in questo inizio secolo e inizio millennio. A dieci anni da quel 6 gennaio 2001, se si ha l’umiltà e l’onestà intellettuale di riconoscerlo, la Novo millennio ineunte conserva per la Chiesa nel suo insieme e per il singolo cristiano un sicuro punto di riferimento a cui è necessario tornare a guardare, un fascio di luce che rischiara il cammino di tutti i credenti.
Gli interrogativi
Dieci anni dopo, è necessario porsi alcune e forse scomode domande: Che ne è stato fatto di questo documento e come è stato fatto rivivere nelle singole comunità cristiane? I piani pastorali hanno cercato di far tesoro delle indicazioni - «le priorità pastorali» (n. 29) emerse dall’esperienza del Grande Giubileo - in esso contenute? Ad esempio, l’invito a mettere «a fondamento della programmazione pastorale» la «“misura alta” della vita cristiana ordinaria» (n. 31), cioè la santità, è stato tenuto in debito conto o è stato considerato alla stregua di uno scontato richiamo che un Papa deve fare per ufficio e del quale però ci si può subito dimenticare perché pressati da cose più ‘concrete’ e ‘importanti’ da fare? L’esortazione a fare delle «nostre comunità cristiane» «autentiche “scuole di preghiera”» dove l’incontro con Cristo giunge fino all’«“invaghimento” del cuore» (n. 33) è stata tradotta e incarnata in gesti concreti nella vita delle comunità cristiane?
Ancora. Se la comunione «incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa» (n. 42), se, in una logica consequenziale, la Chiesa è «la casa e la scuola della comunione» (n. 43), questa stessa «spiritualità della comunione» (n. 43) è stata davvero vissuta e per così dire ‘respirata’ come «principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità» (n. 43)? Infine, che ne è stato di ciò che Giovanni Paolo II ha chiamato «fantasia della carità», quella «carità delle opere [che] assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole» (n. 50)?
Ecco alcuni, tra i tanti, degli impegni, che il grande Papa lasciava alla Chiesa; ora, a dieci anni di distanza, è necessario verificare se e in che misura essi siano stati tenuti presenti e abbiano, anche solo inizialmente, cominciato a incidere nel vissuto ecclesiale, cioè comunitario, e personale.
Il centro da cui partire
I numerosi impegni a cui il documento richiama e invita nascono tutti da un centro, che l’Anno Santo ha lasciato alla Chiesa come in dono. Il «nucleo essenziale» dell’esperienza giubilare, scrive Giovanni Paolo II, «non esiterei ad individuarlo nella contemplazione del volto di Cristo» (n. 15). Senza questo necessario presupposto sarebbe impossibile raccogliere la sfida che anche gli uomini di oggi, come ai tempi dell’apostolo Filippo, rivolgono ai credenti: «Vogliamo vedere Gesù!» (Gv 12,21). Il Papa così osserva: «Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere”. E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio?». Qualche tratto del volto di Cristo si delineerà sul volto dei cristiani ad una sola condizione: che essi per primi diventino «contemplatori del suo volto» (n. 16). Torna qui alla mente quanto scriveva sessant’anni or sono il grande esegeta Heinrich Schlier: «Il guardare è un essere colmati da ciò che si guarda».
Il volto di Cristo da contemplare non è solo quello «insanguinato» del Venerdì e del Sabato Santo, è quello del Risorto. «Se così non fosse, vana sarebbe la nostra predicazione e vana la nostra fede (cfr. 1Cor 15,14). […] È a Cristo risorto che ormai la Chiesa guarda. […] A duemila anni di distanza da questi eventi, la Chiesa li rivive come se fossero accaduti oggi» (n. 28).
Un aiuto a non cedere alla tentazione di ricercare in una «formula magica» (n. 29) la soluzione di complessi problemi, la Chiesa lo trova nella «consapevolezza» della «presenza tra noi del Risorto» (n. 29). Con assoluta determinazione scrive il Papa: «No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi! Non si tratta, allora, di inventare un “nuovo programma”. Il programma c'è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio» (n. 29).
La missione
Come annunciato già nella lettera di indizione del Grande Giubileo dell’Anno Duemila Incarnationis mysterium (29 novembre 1998), l’Anno Santo si chiudeva il 6 gennaio 2001 giorno dell’Epifania. In quel giorno, afferma la Novo millennio ineunte «il simbolo della Porta Santa» si chiudeva «ma per lasciare più spalancata che mai la porta viva che è Cristo». Infatti «non è a un grigio quotidiano che noi torniamo, dopo l'entusiasmo giubilare» (n. 59).
«Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell'uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti. […] Ora il Cristo contemplato e amato ci invita ancora una volta a metterci in cammino: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Il mandato missionario ci introduce nel terzo millennio invitandoci allo stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora: possiamo contare sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e ci spinge oggi a ripartire sorretti dalla speranza “che non delude” (Rm 5,5). Il nostro passo, all'inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade del mondo» (n. 58).
L’invito a «prendere il largo», che un giorno Cristo rivolse ai suoi discepoli, continua a risuonare anche oggi per la Chiesa: «Duc in altum» (Lc 5,4).






