
Nell’affrontare il tema della preghiera come scuola della speranza, Benedetto XVI ricorda nella nuova Enciclica “Spe salvi” la particolare testimonianza di fede vissuta dall’Arcivescovo di Saigon F. Xavier van Thuan:
“Un primo essenziale luogo di apprendimento della speranza è la preghiera. Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c'è più nessuno che possa aiutarmi – dove si tratta di una necessità o di un'attesa che supera l'umana capacità di sperare – Egli può aiutarmi. Se sono relegato in estrema solitudine...; ma l'orante non è mai totalmente solo. Da tredici anni di prigionia, di cui nove in isolamento, l'indimenticabile Cardinale Nguyen Van Thuan ci ha lasciato un prezioso libretto: Preghiere di speranza. Durante tredici anni di carcere, in una situazione di disperazione apparentemente totale, l'ascolto di Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza, che dopo il suo rilascio gli consentì di diventare per gli uomini in tutto il mondo un testimone della speranza – di quella grande speranza che anche nelle notti della solitudine non tramonta” (Spe salvi, n. 32).
“Affinché la preghiera sviluppi questa forza purificatrice, essa deve, da una parte, essere molto personale, un confronto del mio io con Dio, con il Dio vivente. Dall'altra, tuttavia, essa deve essere sempre di nuovo guidata ed illuminata dalle grandi preghiere della Chiesa e dei santi, dalla preghiera liturgica, nella quale il Signore ci insegna continuamente a pregare nel modo giusto. Il Cardinale Nguyen Van Thuan, nel suo libro di Esercizi spirituali, ha raccontato come nella sua vita c'erano stati lunghi periodi di incapacità di pregare e come egli si era aggrappato alle parole di preghiera della Chiesa: al Padre nostro, all'Ave Maria e alle preghiere della Liturgia. Nel pregare deve sempre esserci questo intreccio tra preghiera pubblica e preghiera personale. Così possiamo parlare a Dio, così Dio parla a noi. In questo modo si realizzano in noi le purificazioni, mediante le quali diventiamo capaci di Dio e siamo resi idonei al servizio degli uomini. Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso « la fine perversa ». È speranza attiva proprio anche nel senso che teniamo il mondo aperto a Dio. Solo così essa rimane anche speranza veramente umana” (Spe salvi, n. 34).
Già, in occasione del quinto anniversario (17 settembre 2007) della morte del Vescovo Van Thuan, accogliendo la notizia dell’avvio della Causa di beatificazione dello stesso, Papa Ratzinger ebbe a dire:
“Il Cardinale Van Thuân era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva tra tutti coloro che incontrava. Fu grazie a quest’energia spirituale che resistette a tutte le difficoltà fisiche e morali. La speranza lo sostenne come Vescovo isolato per 13 anni dalla sua comunità diocesana; la speranza lo aiutò a intravedere nell’assurdità degli eventi capitatigli – non fu mai processato durante la sua lunga detenzione – un disegno provvidenziale di Dio. La notizia della malattia, il tumore, che lo condusse poi alla morte, gli giunse quasi assieme alla nomina a Cardinale da parte del Papa Giovanni Paolo II, che nutriva nei suoi confronti grande stima ed affetto. Amava ripetere il Cardinale Van Thuân che il cristiano è l’uomo dell’ora, dell’adesso, del momento presente da accogliere e vivere con l’amore di Cristo. In questa capacità di vivere l’ora presente traspare l’intimo suo abbandono nelle mani di Dio e la semplicità evangelica che tutti abbiamo ammirato in lui. E’ forse possibile - si chiedeva - che chi si fida del Padre celeste rifiuti poi di lasciarsi stringere tra le sue braccia?” (Benedetto XVI).
Proponiamo alcune testimonianze scritte dal Cardinale F. Xavier van Thuan (1928-2002):
“Quando sono stato messo in isolamento, fui affidato a cinque guardie: a turno, due di loro erano sempre con me. I capi avevano detto loro: «Vi sostituiremo ogni due settimane con un altro gruppo, perché non siate “contaminati” da questo pericoloso vescovo». In seguito hanno deciso: «Non vi cambieremo più; altrimenti questo vescovo contaminerà tutti i poliziotti». All’inizio le guardie non parlavano con me. Rispondevano solo sì e no. Ero veramente triste. Volevo essere gentile e cortese con loro, ma era impossibile. Evitavano di parlare con me. Una notte mi è venuto un pensiero: «Francesco, tu sei ancora molto ricco, hai l’amore di Cristo nel tuo cuore; amali come Gesù ti ha amato». L’indomani ho cominciato a voler loro ancora più bene, ad amare Gesù in loro, sorridendo, scambiando con loro parole gentili. Ho cominciato a raccontare storie sui miei viaggi all’estero […] sull’economia, sulla libertà, sulla tecnologia. Questo ha stimolato la loro curiosità e li ha spinti a pormi moltissime domande. Pian piano siamo diventati amici. […] Le mie guardie sono diventate miei scolari!”.
F. Xavier van Thuan, ricorda anche di essere stato aiutato dai suoi carcerieri a costruire una piccola croce di legno e una catenella, intrecciata con fili elettrici, per poter comporre la croce pettorale da vescovo. Commosso e riconoscente per la disponibilità prestata dagli amici carcerieri, van Thuan terminata la prigionia dirà: “Questa croce e questa catenella le porto con me ogni giorno, non perché siano ricordi della prigione, ma perché indicano una mia convinzione profonda, un costante richiamo per me: solo l’amore cristiano può cambiare i cuori, non le armi, le minacce, i media. E’ l’amore che prepara le vie all’annuncio del Vangelo. Omnia vincit amor – Tutto vince l’amore!”.
“Quando sono stato arrestato, ho dovuto andarmene subito,a mani vuote. L’indomani, mi è stato permesso di scrivere ai miei per chiedere le cose più necessarie:vestiti, dentrificio…Ho scritto: ‘Per favore, mandatemi un pò di vino, come medicina per il mal di stomaco’. I fedeli subito hanno capito. Mi hanno mandato una piccola bottiglia di vino per la Messa, con l’etichetta ‘medicina contro il mal di stomaco’, e delle ostie nascoste in una fiaccola contro l’umidità.[…] Non potrò mai esprimere la mia grande gioia;ogni giorno con tre gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano, ho celebrato la Messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale! […] Ogni volta avevo l’opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro. […] Erano le più belle messe della mia vita”.
“Dopo il mio arresto, nell'agosto del 1975, ven¬go trasportato durante la notte da Saigon fino a Nhatrang, un viaggio di 450 km, in mezzo a due po¬liziotti. Ha inizio l'esperienza di una vita da carce¬rato: non ho più orario. Un proverbio vietnamita dice: «Un giorno in prigione vale mille autunni in libertà». L'ho sperimentato: in prigione tutti aspet¬tano la liberazione, ogni giorno, ogni minuto. In quei giorni, in quei mesi tanti sentimenti confusi mi arrovellano la mente: tristezza, paura, tensione. Il mio cuore è lacerato per la lontananza dal mio popolo. Nel buio della notte, in mezzo a questo oceano di angoscia, piano piano mi risve¬glio: «Devo affrontare la realtà. Sono in prigione. Se aspetto il momento opportuno per fare qualco¬sa di veramente grande, quante volte mi si presen¬teranno simili occasioni? C'è una sola cosa che ar¬riverà certamente: la morte. Occorre afferrare le oc¬casioni che si presentano ogni giorno, per compiere ¬azioni ordinarie in modo straordinario». Nelle lunghe notti in prigione, mi rendo conto che vivere il momento presente è la via più semplice e più sicura alla santità.
Nasce da questa convin¬zione una preghiera:
«Gesù, io non aspetterò; vivo il momento presente, colmandolo di amore.
La linea retta è fatta di milioni di piccoli punti uniti l'uno all'altro.
Anche la mia vita è fatta di milioni di secondi e minuti uniti l'uno all'altro.
Dispongo perfettamente ogni singolo punto e la linea sarà retta. Vivo con perfezione ogni minuto e la vita sarà santa.
Il cammino della speranza è fatto di piccoli passi di speranza. La vita di speranza è fatta di brevi minuti di speranza.
Come te, Gesù, che hai fatto sempre ciò che píace al Padre tuo.
Ogni minuto voglio dirti: Gesù, ti amo, la mia Vita è sempre una "nuova ed eterna alleanza" con te.
Ogni minuto voglio cantare con tutta la Chiesa: Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo...»”.
“Tutti i santi e i grandi testimoni concordano sull'importanza del presente. Essi vivono uniti a Gesù ciascun momento della loro vita, secondo il proprio ideale incarnato nel loro essere. Per Igna¬zio di Loyola è Ad maiorem Dei gloriam, per Elisa¬betta della Trinità In laudem gloriae, per Giovanni Bosco Da mihi animas, per Madre Teresa è Miseri¬cordia. Per Raul Follereau è Gesù nei lebbrosi, per Jean Vanier Gesù negli handicappati mentali. Impersonando, nell'attimo presente, il loro ideale, i santi vivono una vita che si realizza nella sua essenza.
Scrive san Paolo della Croce:
«Fortunata l'anima che riposa in sinu Dei, sen¬za pensare al futuro, ma procura di vivere momen¬to per momento in Dio, senz'altra sollecitudine che di far bene la sua volontà in ogni evento».
E Teresa di Lisieux afferma:
«La mia vita è un baleno, un'ora che passa, è un momento che presto mi sfugge e se ne va. Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra non ho altro che l'oggi».
«Chi conosce la via della santità - dice una grande figura spirituale del nostro tempo - torna e ritorna appassionatamente all'ascetica che essa ri¬chiede: vivere in Dio nell'attimo presente della vita. Così si è completamente alienati da tutto ciò che non è Dio e immersi in Dio ovunque Egli è presen¬te. Allora la nostra vita non è più tanto "esistere", ma pienamente "essere", perché Dio, Colui che è, è in essa» (Chiara Lubich)”.






