
Pubblichiamo parte della prolusione del Cardinale Presidente della CEI Mons. Angelo Bagnasco dettata durante i lavori del Consiglio Permanente. I sottotitoli in neretto sono nostri.
La mancata visita del Papa alla Sapienza
Questa comunione affettiva ed effettiva [ al Papa, ndr] la rinnoviamo a pochi giorni da un grave episodio di intolleranza che ha indotto il Santo Padre a soprassedere rispetto alla visita da tempo programmata alla Sapienza. Università che da oltre settecento anni vive in quella Roma dove Vescovo è il Papa. Il clima di ostilità, creato da una minoranza assolutamente esigua di docenti e studenti, ha infine suggerito questa amara soluzione, essendo venuti meno – come ha scritto il Cardinale Tarcisio Bertone al Rettore – “i presupposti per un’accoglienza dignitosa e tranquilla”. Una rinuncia quindi che, se si è fatta necessariamente carico dei suggerimenti dell’Autorità italiana, nasce essa stessa da un atto di amore del Papa per la sua città. Tutt’altro, dunque, che un tirarsi indietro, come qualcuno ha pur detto, ma una scelta magnanime per non alimentare neppure indirettamente tensioni create da altri e che la Chiesa certo non ama, pur dovendole spesso suo malgrado subire.
Grande è stata la sorpresa e ancor più grande la tristezza dinanzi a quanto accaduto, in particolare per quella considerazione che da sempre la Chiesa nutre nei confronti dell’istituzione universitaria – basterebbe pensare a come e dove sono nate le Università – e che il discorso del Santo Padre preparato per l’occasione è stata riproposta con argomentazioni assolutamente pregnanti e originali. La risposta che Benedetto XVI ha dato alla domanda sulla “vera, intima origine dell’Università”, la risposta – dicevo – è da iscriversi idealmente sul frontespizio di ogni ateneo: soddisfare “la brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuole sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole la verità”. È con questa vocazione squisitamente propria dell’università che deve in ultima istanza confrontarsi anche chi si è sottratto all’incontro col Papa. Di qui il rammarico – non solo nostro, ma generale – nel dover constatare che il “luogo” privilegiato dello studio e del confronto tra intelligenze libere – qual è l’Università, che per questo diventa scuola di vita – si sia precluso di fatto ad una presenza di universale autorevolezza e ad un apporto accademico altissimo, cui ambiscono Università di tutto il mondo. Questi d’altra parte sono gli esiti del settarismo illiberale, antagonista per partito preso, che assumendo per pretesto la nota e ormai ben indagata vicenda di Galileo, hanno superficialmente manipolato la posizione a suo tempo espressa da Joseph Ratzinger, facendone una bandiera impropria per imporre la loro chiassosa volontà.
Come cittadini e come Vescovi d’Italia non possiamo non essere preoccupati. Seppur ci conforta che l’assenza forzata all’incontro è presto diventata una presenza assai più dilatata del previsto. L’importante discorso non solo è stato letto alla Sapienza, ma è stato anche pubblicato su numerosi giornali, guadagnando allo stesso un ascolto incomparabile. La straordinaria folla di fedeli e di cittadini che ieri, domenica, sono convenuti su invito del Cardinale Vicario in Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus, è la testimonianza fedele dei sentimenti forti che albergano nel popolo italiano. Il che ci induce, nonostante tutto, a guardare avanti e ad avere fiducia. Fiducia nel buon senso che da sempre connota la nostra gente, e che è congenitamente estraneo all’intolleranza. Fiducia nel buon senso comune. Fiducia nella forza della ragione aperta alla verità. Fiducia nella tradizione culturale del nostro Paese, che ha sempre considerato il dialogo tra fede e ragione la sorgente viva e vitale di progresso e di civiltà.
Uno sguardo all’Italia
Non credo di sbagliare se dico che è l’Italia, in particolare, ad avere oggi bisogno della speranza. Questo Paese, che profondamente amiamo, si presenta sempre più sfilacciato, frammentato al punto da apparire ridotto addirittura “a coriandoli”, avvertono gli esperti. Proprio la recente analisi contenuta nel Rapporto Censis 2007 avverte che “un’inerzia di fondo … è la cifra più profonda della nostra attuale società”. In essa “si propende a pensare che la colpa di tutto … sia da ricondurre a una complessa e comune incapacità di costruire uno sviluppo partecipato” (pag. XVII). Sembra davvero che, bloccato lo slancio e la crescita anche economica, ci sia in giro piuttosto paura del futuro e un senso di fatalistico declino. Sembra circolare una sfiducia diffusa e pericolosa. Anche da osservatori stranieri arrivano i segnali di una medesima lettura, forse ancora più apocalittica e magari anche non disinteressata. Ma a me pare, che non sia tanto a questi osservatori che dobbiamo essere preoccupati di rispondere verbalmente, quanto che una risposta, quella vera, la dobbiamo dare a noi stessi, e alla ineludibile responsabilità verso il nostro futuro. Diagnosi più circoscritte circa i punti della crisi pubblica che ci affligge peraltro non mancano e il Presidente della Repubblica, nell’incontro prenatalizio con i dirigenti della politica, non ha mancato di farvi riferimento. A noi Vescovi interessa, se possibile, guardare più in profondità, alla crisi interiore che è in parte causa e radice della stessa crisi pubblica, seppur non ci sfuggono le tante, innumerevoli testimonianze di bene che prendono forma sul territorio, e neppure ci sfuggono una diffusa riservatezza e capacità di sopportazione che rappresentano esse stesse, se si vuole, un indizio di possibile ripresa e capacità di futuro.
Però, pensando ai nostri fratelli, non possiamo non dire loro con le parole dell’enciclica [Spe salvi, ndr ] che, seppur avessimo tante piccole o anche grandi speranze “che ci mantengono in cammino”, ma non conoscessimo Dio, saremmo pur sempre privi della grande speranza, quella che “deve superare tutto il resto” (n. 31). Saremmo senza quella resistenza, quella lucidità di giudizio, quella carità profonda che fanno sperimentare la vita, e la vita in abbondanza (cfr. n. 27). Ecco da dove nasce l’offerta della Chiesa al nostro Paese. La Chiesa non vuole e non cerca il potere, come pure viene scritto in questa stagione su taluni giornali. Con la sua testimonianza pubblica e grazie alla capillarità della sua presenza vicina alla gente, la Chiesa vuole aiutare il Paese a riprendere il cammino, a recuperare fiducia nelle proprie possibilità, a riguadagnare un orizzonte comune. A fronte di tanti sforzi che pure vengono condotti, e che hanno bisogno di più energia per affermarsi, c’è davvero bisogno di una speranza più grande delle altre, che possa dare la direzione al cammino futuro.
Il sì della Chiesa a Dio
Lo dicevamo nella recente Nota pubblicata all’indomani del Convegno ecclesiale di Verona (cfr. n. 20). Nel pronunciare il suo sì a Dio, la nostra Chiesa dice sì anche all’uomo concreto, dice sì a questa società con le sue dinamiche complesse e a volte contraddittorie, dice sì alla cultura magmatica eppure vitale in cui è a sua volta inserita. La Chiesa non ha paura di amare. E questo fa: si realizza cioè come la Chiesa del sì, anche quando si vede costretta a dire − senza arroganze e con parresìa − dei leali no. E ogni volta li dice per pronunciare un sì più grande alla vita, alla persona intera, alla giustizia, alla pace, all’amore, alla coscienza, al progresso, al creato; per confermare il sì all’Italia, al suo futuro e alla sua vocazione in seno all’Europa e nel concerto dei popoli.
La famiglia
La Chiesa, ad esempio, dice sì alla famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Per questo si oppone alla regolamentazione per legge delle coppie di fatto, o all’introduzione di registri che surrogano lo stato civile. Non la muove il moralismo, o peggio il desiderio di infliggere pesi inutili o di frapporre ostacoli gratuiti. Al contrario, abbiamo a cuore davvero il futuro e il benessere di tutti. Conferendo diritti e privilegi alle persone conviventi, apparentemente non si tolgono diritti e privilegi ai coniugi, ma si sottrae di fatto ai diritti e ai privilegi dei coniugi il motivo che è alla loro radice, ossia l’istituto matrimoniale che nessuno – a questo punto − può avere l’interesse a rendere inutile o pleonastico, o a offuscare con iniziative, quali il divorzio breve, che avrebbero la forza di incidere sulla mentalità e il costume, inducendo atteggiamenti di deresponsabilizzazione. Un importante uomo di cultura, il prof. Aldo Schiavone, in un articolo del 24 dicembre, tra l’altro scriveva: “Quel che chiamiamo famiglia è infatti una costruzione sociale che non ha al suo interno nulla di prestabilito in eterno. Tutto in essa è solo storia …”. Individuando in un simile assunto la tipologia di tante affermazioni, talora anche strampalate, ci permettiamo con rispetto di obiettare radicalmente a questa posizione: certamente le forme culturali hanno il loro peso nell’espressività dell’uomo e persino nella definizione che l’uomo riesce a dare di sé, ma non arrivano al punto di manomettere la figura umana tipica e distintiva. La struttura della famiglia non è paragonabile ad un’invenzione stagionale, e questo almeno per due motivi. Il primo, è relativo alla indubitabile complementarietà tra i due sessi; il secondo, riguarda il bisogno che i figli hanno, e per lunghi anni, di entrambe le figure genitoriali, quanto meno per il loro equilibrio psichico e affettivo. Il nostro Paese ha bisogno della struttura che è garantita dalle famiglie vere per continuare a dare a se stesso un impianto di solidità e di slancio in avanti. È una problematica questa che, per la verità, non investe solo l’Italia, anzi per certi versi la investe meno di altri Paesi. Il che spiega, ad esempio, perché c’è stato nell’ottobre scorso, a Fatima, un incontro dei Presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa che hanno messo a fuoco la loro convergente preoccupazione sul futuro della famiglia, svanendo la quale si metterebbe peraltro a repentaglio il futuro dell’Europa stessa. Di qui il riproporsi significativo, al di là dei confini nazionali, di iniziative come il nostro Family Day che per nessuno voleva essere e per nessuno è stato una minaccia, ma piuttosto l’indicazione di una via da percorrere.
Orientamento sessuale della persona
La Chiesa, mentre fermamente si oppone alle discriminazioni sociali poste in essere a motivo dell’orientamento sessuale, dice anche la propria contrarietà all’equiparazione tra tendenze sessuali e differenze di sesso, razza ed età. C’è un gradino qualitativo che distanzia le prime dalle seconde, e non è interesse di alcuno misconoscere la realtà che appartiene alla struttura dell’essere umano in quanto tale. Come non scorgere nelle teorie che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona, quasi che queste siano una mera convenzione pseudo-culturale, un’accentuazione oggettivamente autolesionistica, un deprezzamento alla fin fine della stessa corporeità che si vorrebbe unilateralmente esaltare? Facile obiettare che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in queste questioni: diciamo anche noi, con Benedetto XVI (nel Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2006), forse che la persona non ci deve interessare? Come facciamo a non curarci del destino e della felicità di coloro al cui servizio siamo mandati?
Moratoria contro la pena di morte e l’aborto
Una vasta eco ha avuto nel mese di dicembre la moratoria contro la pena di morte votata nell’assemblea dell’Onu da 104 Paesi. Ai quali è vivamente auspicabile che altri Paesi via via si aggiungano, come sta già accadendo, a condividere un fondamentale approdo di civiltà giuridica e di consapevolezza delle insopprimibili ragioni di ogni vita umana. Com’è noto, per raggiungere questo risultato, molto ha lavorato l’Italia, che infatti è stata riconosciuta come la vera artefice dell’importante pronunciamento. Ci piace qui rilevare come questo obiettivo, al nostro interno, sia stato perseguito sia dalla società civile che dai responsabili politici, in una fruttuosa complementarietà che ha procurato all’iniziativa diplomatica il più vasto consenso popolare.
Era in qualche modo inevitabile che, votata la moratoria contro la pena di morte comminata dagli Stati come sanzione ai delitti più gravi, si ponesse l’attenzione ad un’altra gravissima situazione di sofferenza del nostro tempo qual è, con l’aborto, l’uccisione di esseri innocenti e assolutamente indifesi. È vero che concettualmente non c’è perfetta identità tra le due situazioni, ma solo una stringente analogia, che tuttavia non fa certo derivare la condanna dell’aborto da quella della pena di morte, giacché il delitto di aborto è, come avverte il Concilio Vaticano II (GS n. 51), abominevole di per sé, ed è un’ingiustizia totale. Come non valutare benefica la discussione che, nel nostro Paese, si è aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c’è e quella che fatichiamo tanto a riconoscere?
Il fatto che, a trent’anni dall’approvazione della legge 194 che rende giuridicamente lecito l’aborto, la coscienza pubblica non abbia “naturalizzato” ciò che naturale non è, è un risultato importante, di cui dobbiamo dare atto a chi − per esempio il Movimento per la vita − mai si è rassegnato. E fin dal primo momento ha cercato di promuovere un’iniziativa amica delle donne che le aiuti nella decisione, talora faticosa, di accettazione dell’esistenza diversa da sé che ormai è accesa in grembo. La Giornata della Vita, che con lungimiranza la nostra Conferenza Episcopale promuove da oltre venticinque anni – è imminente la 30a −, ha certamente contribuito – grazie anche all’apporto dei nostri media − a quell’allerta culturale per la quale la vita umana non può mai, in alcun caso, in alcuna situazione, per alcun motivo, essere disprezzata o negletta. Ha invitato a considerare vita la vita, sempre, fin dall’inizio, e non solo per gli adulti gagliardi ed efficienti.
Da parte della Chiesa non esiste alcuna “intenzionalità bellica”: dobbiamo continuare a dire che la vita è dono, e che non è nella disponibilità di alcuno manometterla o soffocarla. E dobbiamo ad un tempo ricordare che l’amore umano è sempre associato a una responsabilità che si esprime anche quando lo si intende come gioco distratto e leggero. Quella della vita è una grande causa, la causa che ci definisce e ci qualifica, alla quale noi Vescovi vorremmo che, prima o poi, si associassero davvero tutti.
Chiediamo, almeno come cittadini di questo Paese, che si verifichi ciò che la Legge – intitolata alla “tutela della maternità” − ha prodotto e ciò che invece non si è attivato di quanto prevede, soprattutto in termini di prevenzione e di aiuto alle donne, e dunque alle famiglie. Inoltre, come si può, solo per questa legge, deliberatamente ignorare il portato delle nuove conoscenze e i progressi della scienza e della medicina e non tener conto che oltre le 22 settimane di gestazione c’è già qualche possibilità di sopravvivenza? Per questo occorre razionalmente non escludere almeno l’aggiornamento di qualche punto della legge, pur continuando noi Vescovi a dire che non ci può mai essere alcuna legge giusta che “regoli” l’aborto. Ci permettiamo anche di suggerire che i fondi previsti dalla legge 194, all’art. 3, magari accresciuti da apporti delle Regioni, siano dati in dotazione trasparente ai consultori e ai centri – comunque si chiamino – di aiuto alla vita, giacché l’esperienza insegna che già pochi mezzi forniti per un primo intervento sono talora sufficienti per dare ascolto alle donne, aiutarle a riconoscere la propria forza, a non sentirsi così sole in una comunità che non può continuare a considerare la maternità un lusso privato e l’aborto una forma di risposta sociale. Ovvio che una simile provvista non esonera la politica della famiglia a dare finalmente risposte adeguate. Tuttavia, è sempre possibile lavorare insieme perché forme concrete di solidarietà trovino spazio, e anche nel campo della maternità non prevalga definitivamente la solitudine, l’estraneità sociale, il disinteresse.
Responsabilità politica
Grande impressione ha suscitato a ridosso delle feste natalizie il rogo che nell’acciaieria torinese della ThyssenKrupp ha procurato la morte – immediata o successiva − di ben sette operai, alcuni dei quali ancora giovani. Il confratello Arcivescovo di Torino, Cardinale Severino Poletto, ha pronunciato nelle omelie delle quattro Messe esequiali parole doverosamente severe, alle quali noi cordialmente ci associamo. Davvero il posto di lavoro non può essere messo in ballottaggio con la vita e il vero progresso non può tollerare condizioni di lavoro tanto rischiose da compromettere ogni anno la salute e la vita di un elevatissimo numero di cittadini. Sono drammi che le nostre comunità parrocchiali conoscono uno ad uno, e a cui i nostri sacerdoti sono vicini. E bisogna dire che anche il cordoglio politico non è mancato e non manca. Ciò a cui forse non si è ancora pervenuti è una sufficiente e corale determinazione a non consentire più eccezioni nei sistemi di messa in sicurezza, nei controlli serrati e inesorabili, nelle politiche delle aziende piccole e grandi. Le organizzazioni imprenditoriali e le singole aziende devono fare un passo avanti in quell’autodisciplina rigorosa e metodica che nel rispetto coscienzioso delle leggi potrà dare risultati importanti. Dal canto suo, la politica non può più limitarsi alle parole o ai provvedimenti che nascono evasivi. Bisogna che ciascuno, per la sua parte di responsabilità, senta che la popolazione è stanca di promesse e misura qui, più che in altri campi, l’affidabilità e credibilità del sistema Paese.
Affidabilità e credibilità sono vistosamente in gioco anche nella vicenda delle immondizie che da troppo tempo sta affliggendo Napoli e la Campania senza che l’opinione pubblica locale e nazionale riesca a capire come stiano effettivamente le cose: fino a dove c’entra la malavita organizzata e le complicità di cui essa gode, e dove comincia la mala-politica, la latitanza amministrativa, il palleggiamento delle responsabilità, l’ignavia delle istituzioni. Il confratello Arcivescovo di Napoli, Cardinale Crescenzo Sepe, insieme ai Vescovi della Campania, hanno preso posizione ferma, e noi non possiamo che essere solidali con loro.
Addiopizzo
Altro versante problematico, nel quale la Chiesa sa di dover dire il suo sì agli italiani, è quello della moralità sociale e della legalità pubblica che sono dimensioni proprie della cittadinanza rispetto ai vincoli collettivi. Situazioni specificatamente delicate si presentano – com’è noto − in alcuni territori del Paese, quelli più interessati dalla malavita organizzata, dalla ‘ndrangheta e dalla mafia, fenomeni che da tempo tendono peraltro a ramificarsi all’esterno, in regioni un tempi immuni e anche – come s’è visto l’estate scorsa − all’estero. Non possiamo, a questo riguardo, non apprezzare ciò che sta avvenendo per iniziativa delle associazioni di volontariato, chiamate Addiopizzo o in altro modo, e anche di importanti associazioni di categoria, grazie alle quali è in atto – secondo un comunicato della Conferenza episcopale siciliana – “un’efficace ribellione della società civile” nei confronti di schiavitù antiche e nuove abusivamente imposte dal racket e dall’usura. Un analogo appello accorato era prima venuto dai confratelli della Calabria, a loro volta impegnati a sostenere le forze buone del riscatto e della rinascita che anche lì sono presenti. A questi Vescovi e alle loro Chiese va la solidarietà convinta della nostra Conferenza, insieme all’impegno per una accorta vigilanza in ogni regione d’Italia.
Ai politici di ispirazione cristiana
Nessuno si stupisca se in questo quadro diciamo una parola ai politici di ispirazione cristiana, a coloro che tali sono e così si sono presentati al corpo elettorale, al quale devono rispondere. Vogliamo ricordare la parola rivolta da Benedetto XVI all’Internazionale Democratica di Centro e Democratico-cristiana, il 21 settembre 2007. “La dottrina sociale della Chiesa offre, al riguardo, elementi di riflessione per promuovere la sicurezza e la giustizia, sia a livello nazionale che internazionale, a partire dalla ragione, dal diritto naturale ed anche dal Vangelo, a partire cioè da quanto è conforme alla natura di ogni essere umano e la trascende”. Ebbene, si trova qui il motivo per cui, sui temi moralmente più impegnativi, assecondare nelle decisioni una logica meramente politica, ossequiente cioè le strategie o le convenienze dei singoli partiti, è chiaramente inadeguato. Lo è per una coscienza schiettamente morale, ma lo è ad un tempo per una coscienza anche religiosamente motivata. È vero che il Magistero cattolico prevede il voto positivo a provvedimenti, anche su materie critiche, volti “a limitare i danni di una legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica” (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 73), ma questo non è il caso invocabile allorché un provvedimento legislativo è ancora tutto da allestire o viene presentato al Parlamento. In un simile contesto, quando cioè si tratta di avviare proposte legislative che vanno in senso contrario all’antropologia razionale cristiana, i cattolici non possono in coscienza concorrervi. Non c’è chi non veda infatti che una cosa è operare perché un male si riduca, altra cosa è acconsentire, in partenza, che leggi intrinsecamente inique vengano iscritte in un ordinamento. E non si tratta, qui, di un’imposizione esterna, ma di una scelta da operare liberamente in una coscienza “già convenientemente formata” (GS n. 43). Rispetto alla quale non possono esistere vincoli esterni di mandato, in quanto la coscienza è ambito interno, anzi intrinseco, alla persona, e dunque obiettivamente non sindacabile. Il voto di coscienza, in realtà, è una risorsa a esclusivo servizio della politica buona, e dunque – all’occorrenza – può e deve diventare una scelta trasversale rispetto agli schieramenti, e invocabile in ogni legislatura.
Nessuno pensi che dietro a queste parole ci sia un disegno egemonico che si vuol perseguire. Vale infatti quello che il nostro Papa diceva nella occasione sopra ricordata: “La Chiesa sa che non è suo compito far essa stessa valere politicamente questa sua dottrina: del resto suo obiettivo è servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale” (Ib.). Ed è esattamente questo, non altro, ciò che preme alla nostra Conferenza.
Esigue condizioni economiche delle famiglie
Sul fronte sociale, le testimonianze che direttamente raccogliamo nei nostri contatti con la gente ci avvertono che nell’anno appena trascorso si sono aggravate le condizioni economiche di molte famiglie. Avevamo già posto in evidenza – nella nostra assemblea del maggio scorso − il fenomeno dell’accresciuto ricorso ai centri di ascolto Caritas e all’aiuto dei “pacchi viveri” da parte di anziani soli e soprattutto di famiglie con figli. Le segnalazioni delle strutture sono proseguite e l’ultimo rapporto della Caritas italiana e della Fondazione Zancan sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia ha fornito una fotografia assai precisa, e per molti versi preoccupante, dello stato di bisogno nel quale sono caduti molti nuclei familiari. “Avere tre figli da crescere comporta un rischio di povertà pari al 27,8%, valore che nel Sud sale al 42,7%”, si legge nel rapporto pubblicato nell’ottobre scorso. “E il passaggio da tre a quattro componenti, espone 4 famiglie su 10 alla possibilità di essere povere, mentre 5 o più componenti aumentano il rischio di povertà del 135%”. Insomma, ogni nuovo figlio, oltre che una speranza di vita, rappresenta purtroppo un rischio in più di impoverimento. “Di fatto – sottolineava in conclusione la stessa Caritas – l’Italia incoraggia le famiglie a non fare figli”.






