
Consapevole che il servizio episcopale è segnato dalla croce del Signore, e che questa è il fondamento dell’episcopato e della sua missionarietà, Mons. Angelo Bagnasco detta la sua prima Prolusione, in qualità di Presidente, alla 57° Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. In questo breve articolo proponiamo alcuni passaggi principali contenuti nella Prolusione, a nostro avviso molto importanti. I sottotitoli sono nostri.
La persona: la “forma” in cui l’uomo è uomo
La persona non è una fase della vita umana, ma è – possiamo dire – la “forma” in cui l’uomo è uomo. Per questo, anche quando la persona non ha ancora sviluppato e attuato le sue capacità o perde coscienza di sé, resta persona degna di rispetto e di diritto. La sua dignità è dunque intrinseca e incancellabile qualunque siano le circostanze di vita. L’uomo non è riducibile ad un agglomerato di pulsioni e desideri, ma è un soggetto ricco e unitario; non è né una macchina corporea né un pensare disincarnato. è sempre “qualcuno”, non è e non diventa mai “qualcosa”, un “mezzo” per raggiungere altro. La sua ragione non solo è capace di autocoscienza, di ragionamenti formali, di applicazione alla realtà empirica, ma si apre anche ai significati e alla questione del bene e del male. Essa supera i limiti della sequenza dei fatti, della mera cronaca, e l’interpreta cercandone i perché, le direzioni future. In questo dinamismo si pone l’universale questione del senso del vivere e del morire da cui la storia umana è attraversata, come da un sigillo bruciante, a testimonianza della capacità dell’uomo a trascendersi, della radicale apertura della sua anima sull’infinito, del richiamo ontologico della persona verso la Trascendenza, cioè verso Dio. Il suo costitutivo essere in relazione con il mondo e con gli altri, inoltre, getta una decisiva luce sul pensarsi dell’individuo, ed è denso di conseguenze e di stimoli per le società, nonché per la costruzione di un mondo più giusto e quindi più umano.
Famiglie: la difficoltà di progettare il futuro
Dalle segnalazioni che giungono ai nostri “centri di ascolto” parrocchiali, vicariali e diocesani distribuiti sul territorio nazionale, la situazione attualmente più esposta sembra essere quella della famiglia monoreddito con più figli a carico. Spesso con difficoltà si arriva alla fine del mese. è da questa tipologia di famiglie che viene oggi alle nostre strutture una richiesta larga e crescente di aiuto – anche con i “pacchi viveri” che parevano definitivamente superati – per lo più mascherata e nascosta per dignità. Con alcune sottolineature: la disoccupazione di lunga durata, quando colpisce i genitori di oltre 40 anni, diventa terreno fertile per l’alcolismo e dipendenze varie, portando a situazioni di degrado progressivo; le donne, gravate da tassi di disoccupazione più alti degli uomini, hanno livelli retributivi più bassi, e quando sono madri sole con figli a carico e con la difficoltà di asili nido, non ce la fanno senza un ricorso ai vecchi genitori; i giovani si trovano oggi in un mercato immobiliare fuori dalla loro portata, e il loro bilancio familiare deve dall’inizio scontare un costo dell’affitto troppo elevato per gli stipendi correnti, specialmente quando il lavoro è ancora precario. Questo incide non poco anche nel progettare il loro futuro. Situazioni varie, dunque, che ci stanno dinanzi e che ci interpellano per intensificare la testimonianza della carità evangelica e per far crescere la sensibilizzazione generale.
è rilevabile in effetti che i fallimenti scolastici, la dipendenza dalle droghe e le violenze diminuiscono nella misura in cui si sviluppano politiche di sostegno economico e sociale della famiglia. Per questo è del tutto conveniente che si rimuovano gli ostacoli che impediscono di avere il numero di figli desiderati, e di conciliare il lavoro con la famiglia.
Solidarietà e responsabilità verso chi sta peggio di noi
Come cittadini e come cristiani, è sbagliato pensare alla collettività di cui si fa parte senza tener conto che ci sono sempre delle persone che stanno peggio di noi. Senza avvertire il vincolo di solidarietà che ci lega agli altri e il dovere che tutti abbiamo – con responsabilità specifiche − in ordine alla costruzione del bene comune. C’è, per questo, un’accortezza nello spendere che va salvaguardata sempre, sia per rispetto di chi non ha nulla, sia per poter dare qualcosa del nostro agli altri. Nelle nostre comunità va promossa, con garbo e costanza, l’attitudine al dono, specie nei tempi forti dell’anno. Esse possono infatti sopperire alle crescenti richieste solo se c’è alle spalle una dinamica comunitaria capace di rifornire con sufficiente continuità gli sportelli aperti all’aiuto.
Family Day
Un fatto molto importante e, per noi Vescovi consolante, è stata l’ottima riuscita della manifestazione nota col nome Family Day che sabato 12 maggio si è svolta a Roma, in piazza San Giovanni in Laterano, e che da lì si è espansa nelle zone vicine, tanto è stato elevato – oltre certamente il milione − il numero dei partecipanti. A promuoverla, com’è noto, sono state le principali aggregazioni laicali della Chiesa che è in Italia, alle quali si sono prontamente unite tutte le altre, e soprattutto moltissime parrocchie. Non possiamo non vedere qui riflessa quella maturità dei laici che è stata uno degli obiettivi tenacemente perseguiti nel Concilio Vaticano II, e che proprio nel matrimonio e nella famiglia ha il suo ambito privilegiato di espressione (cfr. GS 46-52, ma anche AA 11). Concepita come un’autentica festa di popolo, questa manifestazione ha colpito per freschezza e serenità, e per quel senso civico di rispetto degli altri, di proposta e di inclusione che l’ha interamente attraversata. Voleva essere ed è stata una testimonianza forte e corale a favore del matrimonio quale nucleo fondante e ineguagliabile per la società. Importante in ordine al felice esito dell’incontro è stata la sinergia sperimentata con i media cattolici, a partire da Sat2000. Molto interessante è stata inoltre la convergenza riscontrata con settori qualificati dell’area laico, oltre che con taluni esponenti Evangelici, delle Comunità Ebraiche e di settori del mondo islamico. Se a livello di media laici non c’è stata sempre prontezza nel cogliere la novità e la portata di questo evento, non di meno esso rimarrà come un segno forte nell’opinione pubblica e come un appello decisamente non trascurabile per la politica. è la società civile infatti che si è espressa in maniera inequivocabile e che ora attende un’interlocuzione istituzionale commisurata alla gravità dei problemi segnalati. E così la Nota emessa, in data 28 marzo 2007, dal nostro Consiglio Permanente “a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto”, ha trovato nella manifestazione pubblica del laicato il commento attendibile e l’eco più adeguata. Quel pronunciamento, che dà doveroso riscontro al magistero del Papa nella situazione italiana, resta valido e attuale come gesto di premura episcopale verso il nostro popolo.
Le accuse contro la Chiesa e i suoi esponenti
Queste acquisizioni tuttavia non appaiono per ora sufficienti ad arrestare i travisamenti che il concetto di famiglia sta subendo. Spiace rilevare anche che si levano a volte accuse di omofobia alla Chiesa e ai suoi esponenti. Diciamo serenamente che la critica è semplicemente ideologica e calunniosa, e contrasta con lo spirito e la prassi di totale e cordiale accoglienza verso tutte le persone.
Desidero esprimere a Papa Benedetto XVI la più sentita e partecipe vicinanza della Conferenza Episcopale Italiana per le sorprendenti esternazioni – tanto superficiali, quanto inopportune – con le quali si è inteso da taluni criticare il suo alto magistero. Rivolgo inoltre al Santo Padre, con sentimenti filiali, uno speciale ringraziamento per le sue affettuose espressioni di vicinanza e di incoraggiamento a seguito dei noti episodi di cronaca che mi hanno direttamente coinvolto. Episodi, peraltro, costruiti su interpretazioni distorte e su attribuzioni di pensieri mai pensati, e che neppure le immediate smentite e precisazioni sono servite a chiarire. Rispetto a tali episodi, pur di diversa natura e rilevanza, la maggiore preoccupazione riguarda il rischio di una contrapposizione forzosa e strumentale tra laici e cattolici. Questa contrapposizione in realtà non trova riscontro nel sentire della stragrande maggioranza del nostro popolo, né può desumersi dalla legittima diversità di posizioni su alcune pur rilevanti tematiche, che deve potersi esprimere con serenità e chiarezza, in un clima di rispettoso dialogo.
Ciò che ci preme
Ci preme Cristo e il suo Vangelo, null’altro. Lo annunciamo come misura piena dell’umanesimo, non per rilevare debolezze o segnare sconfitte, ma per un’obbedienza che è esigente prima di tutto verso di noi, e che è promozione di autentica libertà per tutti. Quando ci appelliamo alle coscienze, non è per essere intrusivi, ma per richiamare quei contenuti pregnanti senza i quali cessa il presidio ultimo di ogni persona, anzitutto per i meno fortunati. La distinzione “tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio”, come struttura fondamentale non solo del cristianesimo ma anche delle moderne democrazie, ci trova decisamente persuasi che dobbiamo insieme, ciascuno a proprio modo, cercare il progresso delle nostre comunità, risvegliando anche quelle forze spirituali e morali senza le quali un popolo non può svettare. Se come Vescovi rileviamo, magari più spesso di quanto sarebbe gradito, i fondamenti etici e spirituali radicati nella grande tradizione del nostro Paese, non è perché vogliamo attentare alla laicità della vita pubblica, sfigurandola, ma per innervare questa delle inquietudini che possono garantire il futuro. La nostra parola non ha mai doppiezze. Con trasparenza, siamo a servizio della gioia. Nel nostro orizzonte non c’è un popolo triste, svuotato dal nichilismo e tentato dalla decadenza. C’è un popolo vivo, capace di rinnovarsi grazie alle proprie risorse e alla propria inevitabile disciplina, capace di non tradire i suoi giovani, capace di parole credibili nel consesso internazionale. I Vescovi sono con il loro popolo, e per questo popolo come sui lavori di questa assemblea invocano − oranti − l’aiuto onnipotente del Signore, per intercessione della Vergine, in ogni nostra contrada amata e invocata.






