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Duomo di Vienna

Dalla Basilica della "Magna Mater Austriae", a Mariazell, Benedetto XVI ricorda che il centro della missionarietà cristiana è l’annuncio del Regno di Dio; un impegno, per tutti i battezzati, ad essere presenti nel mondo come testimoni di Cristo. Per sottolineare con maggior intensità l’impegno e la missionarietà a cui ogni battezzato e chiamato (anche se l’uditorio a cui si rivolge è composto prevalentemente da sacerdoti, religiosi e religiose) il Pontefice richiama nel suo discorso le tre caratteristiche di fondo dell’atteggiamento di Cristo che prendono il nome di “consigli evangelici”.

Domenica 9 settembre, durante la celebrazione eucaristica nello splendido Duomo di S. Stefano a Vienna, Benedetto XVI sottolinea l’importanza della Domenica ricordando che nella parola “dominico” dobbiamo nuovamente imparare a percepire, innanzitutto, il dono di Cristo stesso. Tra le figure di santità, diventate segno luminoso dell’amore di Cristo, Papa Ratzinger ricorda anche S. Teresa d’Avila.

«Seguire Cristo significa crescere nella condivisione dei sentimenti e nell’assimilazione dello stile di vita di Gesù (cfr Fil 2, 5). "Guardare a Cristo" è il motto di questi giorni. Nel guardare a Lui, il grande Maestro di vita, la Chiesa ha scoperto tre caratteristiche che risaltano nell’atteggiamento di fondo di Gesù. Queste tre caratteristiche – le chiamiamo i "consigli evangelici" – sono divenute le componenti determinanti di una vita impegnata nella sequela radicale di Cristo: povertà, castità ed obbedienza. Riflettiamo un po’ su queste caratteristiche.

Povertà

Gesù Cristo, che era ricco di tutta la ricchezza di Dio, si è fatto povero per noi (cfr 2 Cor 8, 9). Ha spogliato se stesso e si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2, 6ss). Egli, il Povero, ha chiamato "beati" i poveri. Luca ci fa capire che questa affermazione riguarda senz’altro la gente povera nell’Israele del suo tempo, dove c’era un contrasto opprimente tra ricchi e poveri. Matteo nella sua versione delle Beatitudini precisa, tuttavia, che la semplice povertà materiale come tale da sola non garantisce ancora la vicinanza a Dio, anche se Dio a questi poveri è vicino in modo particolare. Così tutto diventa chiaro: il cristiano vede in loro il Cristo che lo attende, aspettando il suo impegno. Chi vuol seguire Cristo in modo radicale, deve decisamente rinunciare ai beni materiali. Deve, però, vivere questa povertà a partire da Cristo, come un diventare interiormente libero per Dio e per il prossimo. Per tutti i cristiani, ma specialmente per i sacerdoti, i religiosi e le religiose, per i singoli come pure per le comunità, la questione della povertà e dei poveri deve essere sempre di nuovo oggetto di un severo esame di coscienza.

Castità

Per comprendere bene che cosa significhi castità, dobbiamo partire dal suo contenuto positivo. Lo troviamo ancora una volta guardando a Gesù Cristo. Gesù ha vissuto in un duplice orientamento: verso il Padre e verso il prossimo. Nella Sacra Scrittura veniamo a conoscerLo come persona che prega, che passa intere notti in dialogo col Padre. Pregando Egli inseriva la sua umanità e quella di tutti noi nel rapporto filiale col Padre. Questo dialogo diventava poi sempre nuovamente missione verso il mondo, verso di noi. La sua missione lo conduceva ad una dedizione pura ed indivisa agli uomini. Nelle testimonianze delle Sacre Scritture non vi è alcun momento della sua esistenza in cui si possa scorgere, nel suo comportamento verso gli uomini, una qualche traccia di interesse personale o di egoismo. Gesù ha amato gli uomini come ha amato suo Padre. L’entrare in questi sentimenti di Gesù ha ispirato a Paolo una teologia ed una prassi di vita che risponde alla parola di Gesù sul celibato per il Regno dei cieli (cfr Mt 19, 12). Sacerdoti, religiosi e religiose non vivono senza connessioni interpersonali. Con il voto di castità nel celibato non si consacrano all’individualismo o ad una vita isolata, ma promettono solennemente di porre totalmente e senza riserve al servizio del Regno di Dio gli intensi rapporti di cui sono capaci e che ricevono come un dono. In questo modo essi stessi diventano uomini e donne della speranza: contando totalmente su Dio, creano spazio alla sua presenza – alla presenza del Regno di Dio – nel mondo. Voi, cari sacerdoti, religiosi e religiose, offrite un contributo importante: in mezzo a tutta la cupidigia, a tutto l’egoismo del non saper aspettare, alla brama di consumo, in mezzo al culto dell’individualismo noi cerchiamo di vivere un amore disinteressato per gli uomini. Viviamo una speranza che lascia a Dio il compito della realizzazione. Che cosa sarebbe successo se nella storia del cristianesimo non ci fossero state queste figure indicatrici per il popolo? Che cosa sarebbe del nostro mondo, se non ci fossero sacerdoti, se non ci fossero donne e uomini negli Ordini religiosi e nelle Comunità di vita consacrata – persone che con la loro vita testimoniano la speranza di un appagamento più grande dei desideri umani e l’esperienza dell’amore di Dio che supera ogni amore umano? Il mondo ha bisogno della nostra testimonianza proprio anche oggi.

Obbedienza
Veniamo all’obbedienza. Gesù ha vissuto tutta la sua vita, dagli anni nascosti a Nazaret fino al momento della morte in croce, nell’ascolto del Padre, nell’obbedienza verso il Padre. Vediamo, ad esempio, la notte sul Monte degli ulivi. "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà". Mediante questa preghiera Gesù assume nella sua volontà di Figlio la caparbia resistenza di tutti noi, trasforma la nostra ribellione nella sua obbedienza. Gesù era un orante. In ciò era però anche uno che sapeva ascoltare e obbedire: fatto "obbediente fino alla morte, e alla morte di croce" (Fil 2,8). I cristiani hanno sempre sperimentato che, abbandonandosi alla volontà del Padre, non si perdono, ma trovano la via verso una profonda identità e libertà interiore. In Gesù hanno scoperto che trova se stesso colui che si dona, diventa libero chi si lega in un’obbedienza fondata in Dio e animata dalla ricerca di Dio. Ascoltare Dio ed obbedirgli non ha niente a che fare con costrizione dall’esterno e perdita di se stesso. Solo entrando nella volontà di Dio raggiungiamo la nostra vera identità. La testimonianza di questa esperienza è oggi necessaria al mondo proprio in rapporto al suo desiderio di "autorealizzazione" e "autodeterminazione"» (Santuario di Mariazell, 8 settembre 07).  

 

 

Foto tratta da www.korazym.org
”Sine dominico non possumus!”


«”Sine dominico non possumus!” Senza il dono del Signore, senza il Giorno del Signore non possiamo vivere: così risposero nell’anno 304 alcuni cristiani di Abitene nell’attuale Tunisia quando, sorpresi nella Celebrazione eucaristica domenicale, che era proibita, furono portati davanti al giudice e fu loro chiesto perché avevano tenuto di Domenica la funzione religiosa cristiana, pur sapendo che questo era punito con la morte. “Sine dominico non possumus”. Nella parola dominico sono indissolubilmente intrecciati due significati, la cui unità dobbiamo nuovamente imparare a percepire. C’è innanzitutto il dono del Signore – questo dono è Lui stesso: il Risorto, del cui contatto e vicinanza i cristiani hanno bisogno per essere se stessi. Questo, però, non è solo un contatto spirituale, interno, soggettivo: l’incontro col Signore si iscrive nel tempo attraverso un giorno preciso. E in questo modo si iscrive nella nostra esistenza concreta, corporea e comunitaria, che è temporalità. Dà al nostro tempo, e quindi alla nostra vita nel suo insieme, un centro, un ordine interiore. Per quei cristiani la Celebrazione eucaristica domenicale non era un precetto, ma una necessità interiore. Senza Colui che sostiene la nostra vita col suo amore, la vita stessa è vuota. Lasciar via o tradire questo centro toglierebbe alla vita stessa il suo fondamento, la sua dignità interiore e la sua bellezza.

 

Ha rilevanza questo atteggiamento dei cristiani di allora anche per noi cristiani di oggi? Sì, vale anche per noi, che abbiamo bisogno di una relazione che ci sorregga e dia orientamento e contenuto alla nostra vita. Anche noi abbiamo bisogno del contatto con il Risorto, che ci sorregge fin oltre la morte. Abbiamo bisogno di questo incontro che ci riunisce, che ci dona uno spazio di libertà, che ci fa guardare oltre l’attivismo della vita quotidiana verso l’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino.

 

[…] Ognuno ha il suo compito personale e il tipo di sequela progettato per lui. Nel Vangelo di oggi Gesù parla direttamente di ciò che non è compito dei molti che gli si erano associati nel pellegrinaggio verso Gerusalemme, ma che è chiamata particolare dei Dodici. Questi devono innanzitutto superare lo scandalo della Croce e devono poi essere pronti a lasciare veramente tutto ed accettare la missione apparentemente assurda di andare sino ai confini della terra e, con la loro scarsa cultura, annunciare ad un mondo pieno di presunta erudizione e di formazione fittizia o vera – come certamente in particolare anche ai poveri e ai semplici – il Vangelo di Gesù Cristo.

 

[…] Ringraziamo il Signore, perché in tutti i secoli ci ha donato uomini e donne che per amor suo hanno lasciato tutto il resto, rendendosi segni luminosi del suo amore! Basti pensare a persone come Benedetto e Scolastica, come Francesco e Chiara, Elisabetta di Turingia e Edvige di Slesia, come Ignazio di Loyola, Teresa di Avila fino a Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio! Queste persone, con l’intera loro vita, sono diventate un’interpretazione della parola di Gesù, che in loro si rende vicina e comprensiva per noi.

 

[…] "Sine dominico non possumus!“. Senza il Signore e il giorno che a Lui appartiene non si realizza una vita riuscita. La Domenica, nelle nostre società occidentali, si è mutata in un finesettimana, in tempo libero. Il tempo libero, specialmente nella fretta del mondo moderno, è certamente una cosa bella e necessaria. Ma se il tempo libero non ha un centro interiore, da cui proviene un orientamento per l’insieme, esso finisce per essere tempo vuoto che non ci rinforza e ricrea. Il tempo libero necessita di un centro – l’incontro con Colui che è la nostra origine e la nostra meta. Il mio grande predecessore sulla sede vescovile di München und Freising, il Cardinale Faulhaber, lo ha espresso una volta così: “Dà all’anima la sua Domenica, dà alla Domenica la sua anima”.

 

Proprio perché nella Domenica si tratta in profondità dell’incontro, nella Parola e nel Sacramento, con il Cristo risorto, il raggio di tale giorno abbraccia la realtà intera. I primi cristiani hanno celebrato il primo giorno della settimana come Giorno del Signore, perché era il giorno della risurrezione. Ma molto presto la Chiesa ha preso coscienza anche del fatto che il primo giorno della settimana è il giorno del mattino della creazione, il giorno in cui Dio disse: “Sia la luce!” (Gn 1,3). Per questo la Domenica è nella Chiesa anche la festa settimanale della creazione – la festa della gratitudine e della gioia per la creazione di Dio. In un’epoca, in cui, a causa dei nostri interventi umani, la creazione sembra esposta a molteplici pericoli, dovremmo accogliere coscientemente proprio anche questa dimensione della Domenica. Per la Chiesa primitiva, il primo giorno ha poi assimilato progressivamente anche l’eredi­tà del settimo giorno, dello šabbat. Partecipiamo al riposo di Dio, un riposo che abbraccia tutti gli uomini. Così percepiamo in questo giorno qualcosa della libertà e dell’uguaglianza di tutte le creature di Dio.

 

[…] Essere figlio significa – lo sapeva molto bene la Chiesa primitiva – essere una persona libera, non un servo, ma uno appartenente personalmente alla famiglia. E significa essere erede. Se noi apparteniamo a quel Dio che è il potere sopra ogni potere, allora siamo senza paura e liberi. E siamo eredi. L’eredità che Egli ci ha lasciato è Lui stesso, il suo Amore. Sì, Signore, fa’ che questa consapevolezza ci penetri profondamente nell’anima e che impariamo così la gioia dei redenti. Amen» (Duomo di S. Stefano, 9 settembre 07).

 

 

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