Il Cardinal Ruini in Laterano mentre celebra la Messa di suffragio per Don Andrea Santoro
Il Cardinal Ruini in Laterano mentre celebra la Messa di suffragio per Don Andrea Santoro
Alle esequie di Don Andrea Santoro il missionario romano ucciso in Turchia, il cardinale Ruini annuncia durante l'omelia: "E' mia intenzione avviare la causa di beatificazione".

Essere cattolici in Turchia. Don Andrea e la comunità cattolica di Trebisonda

Una parrocchia speciale

Domenica 5 febbraio apprendo che Don Andrea Santoro, un prete di Roma che da 5 anni vive nella città turca di Trebisonda, mentre sta silenziosamente pregando nella sua chiesetta, viene brutalmente assassinato a colpi di pistola da un giovane liceale turco. Dopo una prima reazione di rammarico, anche in me la tragica notizia rischia di finire immediatamente nel voluminoso dossier destinato a raccogliere le notizie di altre simili uccisioni di cristiani. Mercoledì 8 febbraio però, con l’arresto del giovane uccisore, la notizia è ancora in primo piano su tutti i giornali. A caccia di notizie sulla vita e sull’attività del sacerdote romano, il giornalista del Corriere della Sera intervista alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Loredana Calmieri, la volontaria italiana che viveva a stretto contatto con Don Andrea, racconta che a Trebisonda ci sono “solo dieci cristiani”. Pensando di aver letto male torno a rileggere la frase; no, non ho letto male, c’è proprio scritto “dieci”. Penso allora che forse il giornalista ha capito male o che si tratti di un errore di stampa. La mia ipotesi è poi avvallata dal fatto che nei secoli passati il cristianesimo in Turchia ha avuto una rilevante presenza in termini numerici. Certo so che dall’inizio del secolo scorso è in atto un massiccio esodo di cristiani ma le cose non potevano essere come diceva la volontaria. Penso infine che la volontaria intendesse dire “dieci cattolici” e non “cristiani” perché nella città vi sono anche molti ortodossi. Ai miei occhi la piccola questione sul numero dei cattolici di Trebisonda è ragionevolmente chiusa.
Il giorno dopo, giovedì, il quotidiano Avvenire pubblica la lettera con la quale don Andrea e la sua comunità invitavano Benedetto XVI a fermarsi a Trebisonda quando nel prossimo mese di novembre si recherà in Turchia. In essa trovo però una informazione che mi costringe a tornare sulla questione del presunto (per me) errore del numero dei cattolici di Trebisonda. Scrive Don Andrea: “Il mio gregge è formato da 8/9 cattolici, i tanti ortodossi della città e i mussulmani che formano il 99 per cento della popolazione”. Con la mente torno per un attimo all’articolo del Corriere della Sera del giorno precedente: il giornalista non aveva capito male e non vi era stato nessun errore di stampa: a Trebisonda ci sono solamente 8 o 9 cattolici. Le domande si affastellano immediatamente una dietro l’altra: “Come è possibile tutto ciò? Che cosa ha spinto don Andrea a lasciare la sua numerosa parrocchia romana per un gruppo di fedeli che sono meno delle dita delle mani? Don Andrea, che cosa avrà intravisto di tanto importante a Trebisonda per decidere di rinunciare alle condizioni certamente più favorevoli e gratificanti del suo ministero nella diocesi del Papa?” e infine: “Da dove avrà tratto la forza per affrontare le quotidiane difficoltà e le incomprensioni di un ambiente non certo favorevole alla sua attività di sacerdote cattolico?”.

Don Andrea Santoro con Papa Giovanni Paolo II
Don Andrea Santoro con Papa Giovanni Paolo II
“Noi non dimentichiamo”

Le sorprese non sono finite perché la missiva di don Andrea prosegue con la traduzione in italiano della lettera che i suoi parrocchiani hanno scritto al pontefice: “le [a Benedetto XVI] recapito la lettera delle tre georgiane”. La riporto per coloro che non l’avessero letta.
“Caro Papa, a nome di tutti i georgiani la salutiamo. Da Dio chiediamo per te salute nel nome di Gesù. Siamo molto contenti che Dio ti ha scelto come Papa. Prega per noi, per i poveri, per i miseri di tutto il mondo, per i bambini. Crediamo che le tue preghiere arrivano dirette a Dio. I Georgiani sono molto poveri, hanno debiti, senza casa, senza lavoro. Siamo senza forze. Viviamo in questo momento a Trebisonda e lavoriamo. Tu prega che Dio ci benedica e crei in noi un cuore nuovo e pulito. Noi non dimentichiamo la vita cristiana e per i turchi cerchiamo di essere un buon esempio nel nome di Dio, perché per mezzo nostro vedano e glorifichino Dio. Noi abbiamo molte cose da dire e da raccontare ma, Inshallah, se verrai a Trebisonda potremo parlare faccia a faccia. La tua venuta sarà una festa felice. Da Dio chiediamo e auguriamo per te salute e pace e vita cristiana. Baciamo le tue mani. Saremo contenti che tu ci risponda e ci mandassi una foto con la tua firma. Tu come papà comune prega per don Andrea e Loredana, che Dio dia loro forza e a Trebisonda per mezzo loro la chiesa cresca e si moltiplichi. Maria, Marina e Maria”.
Di nuovo altre domande, più impetuose delle precedenti: “Ma come 8 o 9 cattolici chiedono al papa che si fermi in visita da loro?”. “Noi non dimentichiamo la nostra vita cristiana” hanno scritto. Che differenza abissale intercorre tra queste parole pronunciate da uno di noi in una delle nostre comunità e parrocchie e da uno dei nove cattolici di Trebisonda? E noi che consapevolezza abbiamo della nostra vita cristiana? Quante volte non siamo andati a messa perché eravamo stanchi o avevamo … un po’ di mal di testa! La mente va immediatamente alla preghiera della liturgia che stavamo recitando nella quinta settimana, quella che va dal 5 all’11 febbraio: “Unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te” e penso che solo chi ha questa speranza, quella nata dalla grazia, può scrivere come hanno fatto quelli di Trebisonda “noi non dimentichiamo la nostra vita cristiana”.

Una stabile dimora per la gloria di Dio

La lettera di quei cattolici contiene però anche altre stilettate: “… e per i turchi cerchiamo di essere un buon esempio nel nome di Dio, perché per mezzo nostro vedano e glorifichino Dio”. Trovo in queste espressioni l’esatta incarnazione delle parole della seconda lettura di domenica 12 febbraio: “Sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10,31). Sì, si può essere in 9 cattolici in una città di duecentomila abitanti come Trebisonda e rendere ugualmente “gloria a Dio” al pari di quando si è in due milioni a Roma per la Giornata Mondiale della Gioventù. Certo, le ragioni della fede non dipendono dal numero di coloro che assieme a te credono e tuttavia una comunità numerosa può essere d’aiuto alla propria esperienza di vita cristiana. Mi chiedo: “Quale attaccamento alla fede devono avere i 9 cattolici di Trebisonda per far sì che la loro comunità, priva del conforto psicologico e morale dei grandi numeri, sia di aiuto e conforto ad ognuno di loro?”. “E noi allora, per che cosa, per chi spendiamo le nostre giornate?”.
“… perché per mezzo nostro vedano e glorifichino Dio”. Forse i 9 cattolici di Trebisonda non lo sanno ma nella loro lettera a Benedetto XVI hanno scritto ciò che anche Madre Teresa di Calcutta ripeteva spesso: “O Signore, fa che guardando me vedano Te”. La prima missione del cristiano è quella di essere sulla terra un segno della presenza di Dio. Se don Andrea avesse celebrato per i suoi fedeli la messa della domenica 12 febbraio, avrebbe letto loro queste parole della liturgia: “O Dio …rendici degni di diventare tua stabile dimora”. Sì, a Trebisonda, quei 9 cattolici sono la “stabile dimora” di Dio e noi, grati della loro testimonianza, li ricorderemo al Signore.

Padre Aldino Cazzago o.c.d.

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