Testimonianza al termine del Pellerinaggio in Lettonia
Si è concluso il Pellegrinaggio annuale del Movimento Ecclesiale Carmelitano, a piedi verso Aglona in Lettonia. Ecco la testimonianza di una ragazza del gruppo Studenti.
Mettere la propria storia a nudo, su un foglio bianco, è inevitabilmente un rischio; perché parlare di sé costringe ognuno a misurarsi con la propria vulnerabilità, con il rischio che comporta trasferire le emozioni là dove tutti vi possono attingere. Si ha come la sensazione di venire profanati nella propria intimità. Quando un’esperienza segna davvero, però, tutte queste titubanze si affievoliscono. Lasciano il posto alla voglia di coinvolgere chiunque nella propria gioia, lasciano il posto al desiderio di rendere il proprio vissuto una testimonianza di ciò che nel nostro piccolo si è imparato. Vi assicuro che non basterebbero pagine per raccontare come vorrei tutto quello che è stato per me questo pellegrinaggio.
L’unica premessa che è giusto fare, se pur piuttosto personale, è che il sentimento con cui io sono partita per questo cammino è la titubanza. Da una parte perché andavo incontro ad un’esperienza completamente nuova in un gruppo di giovani e adulti che conoscevo superficialmente, dall’altra perché la fatica che affrontavo nel mio rapporto con il Signore, in quest’ultimo periodo, era davvero notevole. Non riuscivo a concentrarmi in un dialogo interiore che mi sembrava di aver perso, e che mi mancava.
Una volta partiti, però, il primo “problema” si è presto risolto; mi sono sentita subito parte di un gruppo, di un “Noi” nel quale ogni singolo portava avanti l’insieme, con ugual amore, con ugual fatica, con ugual importanza. Cantare sotto il sole, tra i gesti del nostro fotografo Marco Gandini e l’accompagnamento musicale di chitarre tutte al femminile, ha cementato in un modo prezioso le amicizie tra i singoli, così come il camminare fianco a fianco, in silenzio, per permettere al vicino e a sé stessi di dedicare un po’ di tempo a Colui per il quale eravamo in movimento.
Una chiacchierata con qualcuno che conoscevi appena, che inaspettatamente si trasforma nell’inizio di un’amicizia vera, che ha il profumo del dono. Se questo qualcuno poi non è italiano, ma rumeno, libanese, lettone, belga, allora l’arricchimento che segue la conoscenza è davvero qualcosa di meraviglioso. Simbolo ne sono certamente le bandiere di ogni Stato presente nel pellegrinaggio, quasi mai portate dal cittadino di quel paese, ma condivise e sventolate un po’ tra tutti, in un gesto che più di mille parole significava Comunità.
Davanti a noi una Croce e lo stendardo del nostro movimento, i due fari che ci ricordavano costantemente il nostro obbiettivo.
Per il secondo problema, invece, è stato un po’ più difficile. Durante il cammino il mio sentimento di fatica nel gesto della preghiera era persistente. Più di tutte, due cose mi sono state davvero d’aiuto. La prima è un’illuminante chiacchierata con P. Gino ( sempre il solito protagonista di ogni svolta…) e soprattutto una frase nella quale mi sottolineava come la differenza e la fortuna di vivere un’esperienza così fossero le persone che avevamo intorno. Questo mi ha permesso di guardare con più attenzione gli amici Lettoni, con i quali abbiamo condiviso il cammino, per scoprire una fede talmente profonda da sconvolgermi. Con piccoli gesti hanno risvegliato in me il desiderio di affidarmi con lo stesso ardore a quel Dio che ci accomunava, che ci aveva voluti lì. Con questi sentimenti sono giunta nei pressi della Cattedrale, ancora in lontananza. L’abbiamo assaporata in un gesto di abbraccio reciproco, prima di varcarne la porta, come per sottolineare l’essere giunti INSIEME.
Una volta arrivati, la potenza mistica di quel luogo è assolutamente indescrivibile, ed altrettanto personale. Penso che per ognuno abbia rappresentato qualcosa di diverso. Per me è stata una riconciliazione, come un bambino che si è perso per cinque minuti tra la folla di un mercato, e che alla fine ritrova la mamma e si precipita nella protezione del suo abbraccio. Se poi quest’abbraccio è stare in ginocchio tra gli altri pellegrini, davanti alla Madre, cantando a voce unanime “Mater amabilis”, il senso di pace e conforto è davvero qualcosa di incredibile.




