
Sono le 11,50 la ricreazione è appena terminata e come al solito mi appresto a cambiare aula per entrare in un’altra classe. Da lontano, percorrendo il corridoio, osservo una inconsueta agitazione; i ragazzi sostano davanti la porta della propria classe ammutoliti e con il volto pallido… posso leggere nei loro sguardi che è accaduto qualcosa. Infatti… entro in classe e disteso per terra c’è un mio alunno, colto da improvviso malore e assistito da alcuni colleghi. Occhi dilatati, battito cardiaco accelerato e pallido in volto. I compagni, avendo compreso la gravità dell’episodio, spontaneamente dichiarano: “Ha inalato il Popper!”. Il ragazzo, in attesa del 118, a poco a poco si riprende, incrocio il suo sguardo ed è impossibile non leggervi la “paura”.
Il “Popper” – leggo su internet – è un vasodilatatore che si presenta sotto forma di liquido, contenuto in bottigliette o fialette. Nella stragrande maggioranza dei casi chi lo utilizza lo inala. L'effetto sale dopo pochi secondi dall'inalazione e dura non più di 30/60 secondi, brevi sniffate vertiginose e stimolanti. Il popper da un grosso senso di euforia, aumenta il battito cardiaco e la pressione arteriosa e per pochi istanti fa sentire energici e vitali. Effetti indesiderati possono essere: attacchi di nausea e vomito, vertigini, mal di testa, alterazioni della vista (dovuti ad un aumento della pressione oculare) ed una sovrastimolazione del cuore che può portare forti tachicardie e crisi respiratorie.
Con i miei alunni spesso affrontiamo l’argomento relativo all’uso delle sostanze stupefacenti. Leggo loro un depliant dove sono riportati gli effetti collaterali delle principali sostanze stupefacenti. Nella maggior parte dei casi mi accorgo (attraverso i loro sguardi, talvolta preoccupati!!!) che i ragazzi non conoscono fino in fondo i rischi che corrono facendo uso di tali droghe. Poi leggiamo insieme due testimonianze (che riporto immediatamente dopo): l’esortazione del Papa rivolta ai giovani radunati a Loreto e il resoconto di un giovane dopo 15 anni di cannabis.
“[…] Difficile parlare agli amici di oggi di Dio e forse ancora più difficile che parlare della Chiesa, perché vedono in Dio solo il limite della nostra libertà, un Dio di comandamenti, di divieti e nella Chiesa un’istituzione che limita la nostra libertà, che ci impone delle proibizioni. Ma dobbiamo cercare di rendere visibile a loro la Chiesa viva, non questa idea di un centro di potere nella Chiesa con queste etichette, ma le comunità di compagnia nelle quali nonostante tutti i problemi della vita, che ci sono per tutti, nasce la gioia di vivere. Qui mi viene in mente un terzo ricordo. Sono stato in Brasile e nella Fazenda da Esperança, questa grande realtà dove i drogati vengono curati e ritrovano la speranza, ritrovano la gioia di vivere e hanno testimoniato che proprio lo scoprire che Dio c’è ha significato per loro la guarigione dalla disperazione. Così hanno capito che la loro vita ha un senso e hanno ritrovato la gioia di essere in questo mondo, la gioia di affrontare i problemi della vita umana. Quindi in ogni cuore umano nonostante tutti i problemi che ci sono, c’è la sete di Dio e dove Dio scompare, scompare anche il sole che da luce e gioia. Questa sete di infinito che è nei nostri cuori si dimostra proprio anche nella realtà della droga: l’uomo vuole allargare lo spessore della vita, avere di più dalla vita, avere l’infinito, ma la droga è una menzogna, una truffa, perché non allarga la vita, ma distrugge la vita. Vera è la grande sete che ci parla di Dio e ci mette in cammino verso Dio, ma dobbiamo aiutarci reciprocamente. Cristo è venuto proprio per creare una rete di comunione nel mondo, dove tutti insieme possiamo portarci l’un l’altro e così aiutarci a trovare insieme la strada della vita e capire che i Comandamenti di Dio non sono limitazioni della nostra libertà, ma le strade che guidano verso l’altro, verso la pienezza della vita. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a capire la sua presenza, ad essere pieni della sua Rivelazione, della sua gioia, ad aiutarci l’un l’altro nella compagnia della fede per andare avanti, e trovare sempre più con Cristo il vero volto di Dio e così la vera vita” (Benedetto XVI).
“Cari Italians, non ho remore nell'ammettere che ho avuto un grande feeling con la pianta della cannabis, ed anche per lungo tempo, praticamente dal 1990 al 2005. Ho fumato per quindici anni, senza gravi conseguenze fisiche, per fortuna. Ogni tanto però mi abbandona un po' la memoria, anche se ho solo 33 anni. Ma il rimpianto più grave che non mi perdonerò mai, è quello che sento quando mi volto indietro. Vedo tutto quello che avrei potuto fare (o evitare di fare), le scelte e le amicizie dettate solo dall'euforia cannabinoidea, l'università lasciata interrotta, i rischi con la giustizia, i soldi buttati al vento, i dispiaceri ed i danni causati alla mia famiglia e a chi mi era vicino. Questo è il nocciolo del problema. Abbiamo davanti ai nostri occhi una generazione di giovani iperprotetti dai genitori, benestanti, ai quali non manca nulla. Nella grande maggioranza dei giovani fra quindici e venticinque anni, non esiste una pianificazione del proprio futuro nemmeno più a breve termine, non c'è un progetto di studio finalizzato ad una precisa vita lavorativa, non ci sono più ideali, non ci sono più nemmeno i Santi, non c'è più una identità personale basata sulle proprie radici, né sulla propria nazione, né sulla propria cultura. Ci si muove dove ci suggerisce mamma tv o qualche moda del momento, e laddove va il resto della massa. In una situazione simile, non c'è droga più pericolosa della cannabis. Apparentemente innocua, ma che annulla le aspirazioni ed azzera la volontà. Non si cerca più una realizzazione o un miglioramento in campo lavorativo accontentandosi di quel che si ha, fosse anche poco; si scelgono i percorsi di studio più agevoli e meno complicati anziché quelli più utili alle nostre inclinazioni ed aspirazioni; ci si circonda di persone sulle quali non ci si pongono domande in merito alle reali affinità che hanno con noi... l'importante è che si fumi tutti assieme... due amici, la chitarra e uno spinello, cantava Stefano Rosso. Lasciate stare, ragazzi, c'è solo da perderci. Tenetevi lontano da questa innocua ed attraente pianta, dietro la quale si cela una droga bella e buona i cui danni si vedono a lungo e non a breve termine. E poi vedo me: rilassato, felice, pacifico, sorridente... ma non è il sorriso di uno che ama la vita, ma solo il sorriso artificiale di un ebete rincoglionito” (Tratto dal Corriere della Sera del 31 maggio 07 – di Carlo Meroni).
A volte guardo i ragazzi e dico a me stesso che la soluzione di molti problemi sta proprio in mezzo a loro. Che cosa accadrebbe, infatti, se uno di quei giovanotti trovasse il coraggio di esprimere un giudizio diverso e controcorrente rispetto al pensiero dominante del gruppo? Certamente attirerebbe su di sé lo sdegno e le beffe dei propri coetanei ma… di fronte alla conquista di quella libertà tutti sarebbero costretti (anche per il semplice gusto di remargli contro!) a confrontarsi con quel giudizio. In conclusione, credo che le parole di P. Gino, ricordateci in questi giorni, debbano diventare un vero e proprio programma di vita: “I primi missionari dei vostri compagni siete voi giovani. E’ soprattutto un ragazzo che attira un altro ragazzo verso Cristo. E con Cristo e i suoi amici si vince ogni cinismo, distanza e mancanza di cuore… non vi pare? E allora non aspettate domani per rendere presente Cristo, attraverso il vostro volto e le vostre scelte”.
M.N.






