In un documento del gennaio 2008, scritto da P. Antonio Sicari e indirizzato a tutti i componenti  dell' Assemblea Generale, si legge che "il MEC ha un carisma a-tipico”.
Evidentemente l’aggettivo ‘atipico’ ha ben impressionato i componenti dell’Assemblea, visto che più di uno, nella discussione inaugurale dell’incontro, ha sottolineato questa definizione.
     
In effetti essere detti ‘atipici’ è un gran complimento.
Fare come fanno tutti è così semplice e costa così poco, che è difficile per gli uomini rinunciare al piacere di sentirsi facilmente riconoscibili, accettabili e velocemente digeribili dalla massa. Oggi il criterio di bontà di un prodotto coincide con i livelli di audience che riesce a riscuotere una volta pubblicizzato in un qualche spettacolo. E molti estendono questo vezzo scriteriato, assunto dal mondo televisivo, ad altri mondi che scriteriati non dovrebbero essere.
La vita stessa è sentita sempre più come uno spettacolo da esibire in tutti i suoi aspetti, anche quelli più intimi, nella speranza di guadagnarsi un pubblico: se quello che sei si allinea al gusto della moda, puoi crederti bello e buono; se quello che pensi si conforma allo standard della mentalità comune, puoi ritenerti intelligente…ma se provi ad uscire dal coro dell’ovvietà imperante, rischi di trovarti solo e fischiato.
Difficile farti applaudire dal mondo, se credi ancora nella fedeltà coniugale, o se fondi il rapporto affettivo in termini di castità, o se guardi alla vita come espressione di una filialità obbediente, o se al dominio preferisci la povertà.

Ma la ‘atipicità’  del carisma carmelitano è anche direttamente proporzionale alla spaventata ricerca di superficialità dei nostri contemporanei. L’imperativo è: rimanere alla superficie, vivere a galla della propria anima, connettersi nelle relazioni solo se garantiti nella sicurezza di una veloce e sempre possibile disconnessione, fuggire la lentezza dell’attesa o della rinuncia, per lasciare le briglie sciolte al piacere del consumo…
“Oggigiorno qualsiasi forma di profondità (e attenzione: la profondità comincia appena sotto la superficie) appare ingannevole. La superficie è l’unico spazio che promette una relativa sicurezza; non un’assenza di pericolo, certo, ma almeno la speranza che si possa sfuggire al pericolo prima di restarne vittima” (Bauman, La società sotto assedio, Laterza, 2005, pg.162).
Fino a che si pattina sul ghiaccio sottile dell’esteriorità tutto fila liscio, o quasi. Si può correre veloci e senza interruzioni sul filo della distrazione e della vanità. Ma appena il ghiaccio si fende, possono spalancarsi profondi crepacci che arrestano la corsa e costringono al silenzio.
Il carisma carmelitano non attende lo spalancarsi di un crepaccio sulla superficie non sempre levigata del vivere, per condurci al di sotto della superficie. Vuole portarci, in qualunque momento della nostra vita ci troviamo e in qualunque condizione siamo, a riflettere sulla vocazione dell’uomo, prendendo come punto di osservazione privilegiato la profondità del suo stesso cuore.
Ci chiede di nuotare nelle profondità dell’anima, dove solo è possibile stare faccia a faccia con l’Amato.
E raggiungere le profondità esige uno strappo della libertà, un dire: “sì” ad un’impresa che reclama una certa condizione di solitudine. Non solo perché molti altri si rifiuteranno di seguirci e di percorrere la stessa strada, ma prima di tutto perché, a monte, ci deve stare un personalissimo atto di concentrazione totale, di separazione dalla distratta e meccanica adesione al mondo, per collocarci nel cuore di noi stessi e della realtà.
Fino a che si pattina senza fatica sulla superficie liscia, si può rimanere allegramente allacciati alla mano del compagno che ci trascina, senza difficoltà o anche senza neanche volerlo. Ma per scendere in profondità, bisogna prendere a un certo punto una decisione personale sulla quale concentrare tute le nostre personali forze.
Ciò non interrompe la comunione con i fratelli, anzi, svelandoci quelle profondità ci spalanca alla nostra struttura relazionale: fatti a immagine e somiglianza di Dio-Trinità, perciò strutturalmente fatti per l’altro.
Ma resta il fatto che il movimento dello scendere in profondità non potrà mai essere fatto allegramente, dentro il clima di una vuota o superficiale compagnoneria.
“Dio vuole degli ‘io’, perché vuole essere amato”(S. Kierkegaard, Diario, BUR, pg.262).

E ancor più ‘atipico’ è affermare che questo tuffo vertiginoso nelle profondità dell’anima sia accessibile ad ogni uomo. Che non occorra nessun prerequisito eroico, che non occorra essere dei “palestrati della spiritualità” per arrivare nel segreto della cella interiore, in cui Dio ci dà appuntamento. Possiamo farlo tutti e subito: lo studente di quattordici anni che guarda con affetto il compagno di banco, il giovanotto tutto preso dalla prima vera cotta per la prima vera donna, la mamma che vede suo figlio ormai grande uscire di casa, il politico alle prese con il bene comune, il lavoratore che trasforma la materia della creazione, l’anziano senza titoli di studio che attende, con pazienza, l’appuntamento più importante di tutta la sua vita.
Ĕ chiaro allora il doppio compito che ci viene affidato: fare il movimento assolutamente personale della fede, al livello intenso di profondità e di esperienza che i santi carmelitani ci hanno mostrato e rendere desiderabile per tutti questo modo di vivere il rapporto con Dio Padre, Figlio e Spirito.

Al massimo di profondità, ci siamo sempre detti, deve corrispondere il massimo di estensione.

“Il MEC ha un carisma a-tipico: è, per sua natura universale, perché guarda la struttura mariana  del cuore di ogni essere umano, ma è anche assolutamente particolare perché guarda ‘questo cuore umano’ chiamato al massimo delle sue potenzialità. Di conseguenza il MEC si muove in uno  strano spazio: dev’essere offerto a tutti, al di là di ogni limite di stato o condizione di vita, di età o di maturazione, ma si realizza a livelli intensi di profondità e di esperienza. In tal modo, non si può riservare il MEC ad alcuni, ma il MEC non sussiste senza alcuni” (Padre A. M. Sicari, Piccolo dossier per la preparazione dell’Assemblea Generale, 1-3 febbraio 2008).


Lella Tomasini

Dialoghi Carmelitani, marzo 2008

 

 

 

 

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