Dall’Assemblea Generale del MEC un invito a tutte le comunità: prolunghiamo l’incarnazione di Cristo nel tempo e nello spazio degli ambienti in cui la nostra vita si costruisce. L’Assemblea Generale è il luogo in cui si riuniscono intorno a P. Antonio, per 3 o 4 volte l’anno, i responsabili di tutte le comunità del nostro Movimento. Tutte, ma proprio tutte: Trento e Palermo, Beirut (Libano) e Riga (Lettonia), Castellammare e Firenze… ogni comunità viene rappresentata da un responsabile in alcuni giorni di lavoro destinati a dare fiato, direzione e impulso ad una linfa che si propagherà dal centro fino al più sperduto gruppetto di Scuola di cristianesimo. Io me l’immagino questo fiume che scorre talvolta impetuoso come le discussioni di Padre Tarcisio o di Padre Gino, altre calmo e sicuro come lo sguardo di Antonella e Totò, o come le parole di Baiba e poi travolgente come il richiamo di Ettore, ma anche veloce e determinato come le sintesi finali di P. Antonio. L’importante è che viaggi senza sosta, che non si areni nella pigrizia di coloro che dovranno abbeverare molto capillarmente, con quell’acqua, tutti i germogli di vita delle nostre comunità, grandi e piccole, italiane e lettoni, romene o belghe…perché siamo un corpo che può vivere solo di comunione.Questa volta, nell’Assemblea di febbraio, si trattava di verificare quale fecondità abbiano prodotto le insistenze sui temi dell’ambiente e dell’autorità (cfr. Dialoghi Carmelitani Giugno 2006 pg 8. e Dicembre 2006 pg. 82). L’Assemblea era stata preparata da diversi incontri locali in cui si sono radunate persone di provenienza diversa, da discussioni avvenute nei vari gruppi, da riflessioni mandate a me tramite posta elettronica. Un brulichìo di pensieri e di racconti, insomma, che hanno portato a galla la vita in atto tra di noi. Il cuore di tutto quello che è emerso è stato condensato nell’articolo di P. Antonio che apre questo numero della rivista. Io invece mi soffermerò sulla parola che deve dare forma alla pedagogia di questa nostra storia di Movimento: ambiente.
Ho inaugurato la prima parte dell’Assemblea ponendo la domanda che Beppe Cucchi mi aveva inviato: “Perché questo tema dell’ambiente sembra diventato così importante per il Mec? Perché abbiamo cambiato programma rispetto alla Scuola di Cristianesimo centrata sul compito? In realtà non si tratta di cambiare programma, o di affiancarne uno nuovo (l’ambiente) a quello già oggetto della Scuola di cristianesimo (il compito). Si tratta invece di capire che il compito ultimo che ci è affidato è prolungare l’incarnazione di Cristo nel tempo e nello spazio (ambiente). A ciascuno di noi è chiesto - ricordate Elisabetta della Trinità?- di far diventare la nostra umanità come un prolungamento della Sua Umanità. Di prestare a Cristo le nostre mani e i nostri piedi, per aiutarLo a raggiungere fisicamente nuove terre, nuovi uomini, nuovi ambienti e cioè la nostra terra, gli uomini che noi incontriamo sulle nostre strade e nei nostri ambienti. Mettere al Suo servizio la nostra vita in tutta la sua fisicità di uomini fatti di carne e non soltanto di spirito, fatti di storia e non soltanto di idee. La mia università con i compagni e i docenti che vi incontro …la cucina dove trasformo l’affetto in un buon sugo per la pasta di domani…l’ufficio dove sto a scrivere numeri con attenzione…la classe in cui mi ritrovo ogni mattina a guardare quelle facce annoiate ma piene di promessa…sono tutto spazio e tempo nei quali deve continuare a dispiegarsi l’incarnazione di Cristo, anche attraverso me. Come Cristo ha avuto bisogno del fisicissimo utero di una Donna per essere generato al mondo, continua ad aver bisogno anche delle nostre piccole, talvolta meschine e talvolta straordinarie, vite di uomini per diventare nostro contemporaneo. “La nostra fede dovrebbe fare di noi i più contemporanei di tutti gli uomini” (M. DELBRÊL). Si tratta di capire, diceva Padre Stefano, che la nostra vita è come un andare e venire dal castello interiore al castello esteriore e viceversa. La mistica del castello interiore non deve mai rinchiudersi narcisisticamente su sé stessa, per non isterilirsi. C’è uno stile di vita che può aiutarci a non sciupare la mistica in estetica o in spiritualismo, ed è, insisteva P. Antonio, far leva sul corpo, sulla fisicità. Ci vuole certo un lavoro delle anime, ma noi uomini “sentiamo” le cose in quanto è il nostro corpo a sentirle e allora non basta la commozione del cuore. Dobbiamo “attaccare” le decisioni, i desideri, la contemplazione alla fisicità di azioni che si realizzano in un luogo concreto tra gente concreta. Non possiamo spezzare in due l’amore: preghiera, azione… “come se si potesse agire senza pregare e pregare senza agire” ( M. DELBRÊL). Il dramma della contemporaneità è lo smarrimento delle radici trinitarie della nostra identità. Smarrimento che provoca confusione sul concetto di persona ridotta ad individuo; sulla libertà intesa sempre di più individualisticamente; sulla società sempre meno comunionale. Il Mec, in forza del suo carisma, ha una particolare vocazione a difendere, costruire, proporre il cuore della persona in comunione, realizzando e favorendo spazi comunitari in cui ambientare la persona. Persona e movimento devono mantenersi in continua reciproca generazione: dobbiamo promuovere persone in comunione e vere comunità di persone. E' la visione di Dio di quello che è il quieto mare dove tutto accade nella bellezza: per noi è fatica, ma fatica bella. La formula unitaria è: " persona in comunione”.
Lella Tomasini





