ULTIMAPAGINA
di Lella TOMASINI

Impermeabili al contagio dell’Ideale. Ne subiscono il fascino, ne avvertono la bellezza e compiono i primi passi della sequela, ma c’è qualcosa che sembra impedire al loro io di assorbire la linfa e di nutrirsene fino in fondo. Parlando dei ragazzi all’Assemblea Generale di giugno, i responsabili dei nostri studenti li dipingevano così: molto spesso impegnati e veramente buoni, capaci di vedere e apprezzare “il fiore” dell’esperienza cristiana, ma in difficoltà nell’andare fino alle sue radici. Divisi tra la vita “dentro” e “fuori” dal Mec. E allora come far entrare Cristo nel loro cuore, come far scattare in loro una vera passione per Cristo, radice della nostra esperienza di Movimento?

Qualcuno dirà che da sempre le cose vanno così, che la perseveranza  e la coerenza non sono virtù da ragazzi. Questo è vero solo in parte. Chi ha vissuto da giovane la stagione degli ideali e delle ideologie intorno agli anni ‘70, ricorda bene quanto fosse infiammabile il cuore di un ragazzo.
In ogni caso quello a cui si riferivano i responsabili degli studenti  non concerne il  problema della coerenza.
Il Papa, in un suo scritto del 1989, descriveva in questi termini la situazione giovanile: “Oggi vediamo, spesso proprio sul volto dei giovani, una strana amarezza, una rassegnazione, assai lontana dallo slancio della spinta giovanile verso l’ignoto. La radice più profonda di questa tristezza è la mancanza della grande speranza e l’irraggiungibilità del grande amore. Tutto ciò che c’è da sperare è conosciuto e ogni amore sfocia nella delusione per la finitezza del mondo, i cui enormi surrogati non sono che una misera copertura di un’abissale disperazione” (J. Ratzinger, Guardare Cristo, Jaca Book).
Se questo è il motivo per cui anche vent’anni dopo possiamo definire l’epoca dei nostri ragazzi come L’epoca delle passioni tristi (cfr. Benasayag e Schmit), nella denuncia del Papa troviamo già una risposta. Bisogna depositare nei loro (nei nostri) cuori la certezza che Dio si occupa di ciascun uomo, lo conosce, lo ama, lo guarda, gli è vicino. Bisogna far conoscere Cristo come l’inevitabile umano, ha risposto P. Antonio ai responsabili di cui sopra. Cristo è Dio che continua a rimanere (“inevitabile”) come una pietra sulla nostra strada (“umano”), addirittura quand’anche noi decidessimo di rifiutarLo, abbandonando  insieme a Lui la Chiesa, il Movimento, la comunità… Il Vangelo è fatto per chi lo accoglie, ma resta come graffio del cuore anche in chi se ne va. Rispetto a Cristo siamo liberi di dirgli “sì “o “no”, ma liberi come è libero un pesce nel mare.
Se in fondo all’anima dei ragazzi non si trova questa certezza, in loro non crescerà mai l’energia di sondarla fino alle radici, continueranno a fuggire da loro stessi e diverranno sempre più inquieti e rassegnati.

E’ l’incapacità di credere nella grandezza della vocazione umana a toglierci l’energia di andare fino in fondo, fino alle radici della nostra umanità e della proposta cristiana. E’ questo a renderci pigri, a impedirci di stimare la grandezza dell’elezione troppo faticosa e a farci preferire la “normalità” e il “fare come fanno tutti”. Del resto la storia di Israele ce lo ha già mostrato: anche dopo aver gustato l’entusiasmo della libertà, si possono continuamente a desiderare le cipolle d’Egitto e ci si può abbandonare ad una vita schizofrenica: frequentare regolarmente tutti gli incontri della comunità e buttarsi nelle iniziative, vivere il gioco e lo studio con gli amici del Mec e secondo lo stile del Mec, partecipare con convinzione all’Eucaristia… ma contemporaneamente continuare a vivere il quotidiano “fuori dal Mec”, secondo una logica in cui Cristo non ha posto, accettando mentalità e stili di vita che non hanno nulla da spartire con Lui.
Il vero dono da trasmettere nell’esperienza del Mec è invece una concezione ed un’esperienza del  legame con Cristo come “determinante”. E determinante vuol dire che quel fattore, Cristo, è capace di dare una forma e una strada e una meta e dei confini alla nostra vita, a tutti gli aspetti della nostra vita.
“ Soltanto il coraggio di ritrovare la dimensione divina del nostro essere e di accoglierla, può ridare alla nostra anima e alla nostra società una nuova intima stabilità” (Idem).

 

Ritratti di Santi - Itinerario Quaresimale 2011

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