Parole del MEC

In questa pagina del Sito cercheremo di dare spazio alle parole che la nostra storia ha seminato nei mesi precedenti l’uscita di ogni numero della rivista "Dialoghi Carmelitani", perché non vengano bruciate troppo in fretta, perché permangano un tempo necessario a mettere radici.

 

Image
Logo MEC
“Anche nella vita più contemplativa il legame col mondo non può essere reciso”. Lo dice la monaca carmelitana Edith Stein. “Più si è sprofondati in Dio, continua , più si deve uscire da sé ed entrare nel mondo per portarvi la vita divina.” (cit. in W. Herbstrith, La mistica della croce, ed. Città Nuova, pg. 22). E allora, chi, come noi, ha scelto uno stato di vita laicale, radicato in una famiglia, nella città, nella piazza, come dovrà considerare il suo abitare nel mondo? Il mondo è la nostra terra promessa. Dio ci ha introdotti in essa, come ha fatto con Israele. La nostra terra non è un altro mondo, ma una porzione della nostra stessa terra: quella fatta di alberi e di case, quella dove si nasce, si vive e si lavora, dove si impara, si cresce e ci si diverte, la terra dove ci si innamora, si fatica e si diventa amici. E’ la nostra terra, il nostro mondo, il nostro “ambiente”. Nessuno di noi, in quanto persona fatta di anima e corpo, potrebbe vivere fuori da un luogo di vita concreto in cui si intrecciano trame di rapporti, idee e modi di risolvere i problemi che ci condizionano e ci determinano, nel bene e nel male.  Ma c’è una dolorosa evidenza: la maggior parte degli ambienti in cui viviamo, invece di salvaguardarci e portarci a maturazione, ci condiziona negativamente fino a costringerci a vivere al di fuori di noi stessi. Uno tra i più originali interpreti della società contemporanea, Zygmunt Bauman, ci descrive come uomini soli, in ansia cronica, ipercompetitivi e usa un’immagine molto efficace, per esprimere il nostro modo di vivere l’ambiente sociale. Tutti noi stiamo viaggiando come su uno stesso aereo, ma senza sapere chi sta seduto nella cabina del pilota (ammesso che ci sia qualcuno). I rassicuranti messaggi trasmessi dagli altoparlanti potrebbero essere stati registrati chissà quando, in luoghi che non vedremo mai da persone che non incontreremo mai. Non possiamo neanche sapere con certezza verso quale aeroporto siamo diretti e ancor meno dove alla fine atterreremo.  “ E  non abbiamo la minima idea di cosa le persone come noi, i passeggeri di un aereo, possano fare singolarmente o in gruppo per influenzare, modificare o migliorare questa situazione, e in particolare la rotta dell’aeroplano in cui siamo tutti bloccati…” (Bauman, La società sotto assedio, Editori Laterza).

Leggi tutto...

 

Image
Logo del MEC
Quello che vale della comunicazione è quanto di essa resta, quando tutto torna a tacere: una parola, un sentimento, un legame. Soffice come neve che si posa sul ramo o tagliente come una lama che si infila nell’anima… qualcosa si deve trattenere, perché la nostra persona cresca e si arricchisca. Non si possono consumare le parole dette, scritte, ascoltate o lette, con la velocità distruttiva alla quale viaggiano oggi tutti i nostri atti. Pena il lasciar scivolare via la vita sul nostro io, come l’acqua fresca sulle pietre sorde del torrente. Lasciar sedimentare, trattenere, vagliare, coltivare nella fertile distesa della nostra anima i semi depositati in noi dall’incontro. Con una persona viva o con una parola scritta fa lo stesso. Accogliere, scaldare, lasciar radicare. Nell’era dell’informatica le parole ci raggiungono con una velocità e quantità spropositate, rispetto alla nostra capacità di registrarle e di rielaborarle. La rete ci ha avvolti in un vortice di informazioni che non sappiamo nemmeno controllare, ma dal quale dipendiamo senza scampo. Paura di dileguare il nostro spirito nel nulla, insieme alle sue parole che rotolano perdendosi nello spazio cibernetico. Già 25 secoli fa, il filosofo Platone visse la stessa paura. Lì si trattava del passaggio dalla cultura orale a quella scritta, ma la questione era la stessa. E ce la racconta lui stesso, mascherandola dietro il mito di Theut. Un giorno Theut, il dio che aveva scoperto le lettere dell’alfabeto scritto, si recò a Tebe per rivelare la sua scoperta al re Thamus, convinto di consegnargli una vera medicina per la sapienza e per la memoria degli uomini. Ma il re rimase perplesso: è vero che la scrittura aiuta la memoria, affidando ad un testo scritto quello che   magari il ricordo potrebbe cancellare. Ma in questo modo gli uomini “fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori […] e potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere…”(Platone, Fedro). Il metter dentro parole e parole dall’esterno, senza nessun lavoro per renderle nostre, senza cercare la corrispondenza tra quello che lasciamo penetrare nel nostro cuore e quello che ha origine in esso, non ci rende affatto sapienti, semplicemente ci imbottisce di vane opinioni partorite da estranei. Se questo accade quotidianamente quando guardiamo la tv o nei milioni di parole dette e ascoltate nel vuoto, lo stesso meccanismo può accadere perfino nei confronti delle parole che vogliamo comunicarci tra noi, negli incontri delle nostre comunità. Parole grandi, parole sante destinate a spalancare all’Infinito poveri cuori di uomini, parole generate dalla Parola che affollano le nostre riunioni e i nostri pensieri…ma troppo velocemente digerite, troppo velocemente liquidate sulla soglia della nostra anima. Quante ne restano? Quante mettono radici? Quante fruttano vita? Perché una parola rigeneri l’io deve mettere radici, come un seme che non vuole inaridire. Deve prendere vita e poi crescere e poi approfondirsi e poi rinascere nuova nel dialogo. E’ infatti nel Dialogo che la parola-seme comincia a generare le sue radici. Nel dialogo con l’altro, con gli altri le parole si incontrano, si confrontano, si interiorizzano, prendono forma e sostanza…vivono. Così, quando cessano la parole e resta il silenzio (e ogni parola giusta prima o poi si fa silenzio), inizia il vero scambio tra noi e il Significato, tra noi e la Figura di tutti gli interlocutori.  “Tace la voce, grida il cuore, poiché nulla di vero dico agli uomini, se prima Tu non l’hai udito da me; e Tu da me non odi nulla, se prima non l’hai detto Tu stesso” ( Agostino, Confessioni ).

 

 

In questa pagina del Sito d’ora in poi cercheremo di dare spazio alle parole che la nostra storia ha seminato nei mesi precedenti l’uscita di ogni numero della rivista "Dialoghi Carmelitani", perché non vengano bruciate troppo in fretta, perché permangano un tempo necessario a mettere radici.

Parole del MEC

 

Lella Tomasini

Pagina 4 di 4

4
Succ.
Fine

Ritratti di Santi - Itinerario Quaresimale 2011

Scrivi alla redazione





MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano

You must have Flash Player installed in order to see this player.