Parole del MEC

In questa pagina del Sito cercheremo di dare spazio alle parole che la nostra storia ha seminato nei mesi precedenti l’uscita di ogni numero della rivista "Dialoghi Carmelitani", perché non vengano bruciate troppo in fretta, perché permangano un tempo necessario a mettere radici.

In un documento del gennaio 2008, scritto da P. Antonio Sicari e indirizzato a tutti i componenti  dell' Assemblea Generale, si legge che "il MEC ha un carisma a-tipico”.
Evidentemente l’aggettivo ‘atipico’ ha ben impressionato i componenti dell’Assemblea, visto che più di uno, nella discussione inaugurale dell’incontro, ha sottolineato questa definizione.
     
In effetti essere detti ‘atipici’ è un gran complimento.
Fare come fanno tutti è così semplice e costa così poco, che è difficile per gli uomini rinunciare al piacere di sentirsi facilmente riconoscibili, accettabili e velocemente digeribili dalla massa. Oggi il criterio di bontà di un prodotto coincide con i livelli di audience che riesce a riscuotere una volta pubblicizzato in un qualche spettacolo. E molti estendono questo vezzo scriteriato, assunto dal mondo televisivo, ad altri mondi che scriteriati non dovrebbero essere.
La vita stessa è sentita sempre più come uno spettacolo da esibire in tutti i suoi aspetti, anche quelli più intimi, nella speranza di guadagnarsi un pubblico: se quello che sei si allinea al gusto della moda, puoi crederti bello e buono; se quello che pensi si conforma allo standard della mentalità comune, puoi ritenerti intelligente…ma se provi ad uscire dal coro dell’ovvietà imperante, rischi di trovarti solo e fischiato.
Difficile farti applaudire dal mondo, se credi ancora nella fedeltà coniugale, o se fondi il rapporto affettivo in termini di castità, o se guardi alla vita come espressione di una filialità obbediente, o se al dominio preferisci la povertà.

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Ho partecipato alla 3 giorni degli universitari a Pietralba. Bellissimo! Ho imparato molte cose, guardandoli e ascoltandoli. Hanno ridato fiato al mio desiderio di rischiare la vita per Cristo e di stringere legami nuovi e forti con loro, molti dei quali non conoscevo, ma molti dei quali mi sono cresciuti accanto in quanto figli dei miei amici o amici dei miei figli. Eppure lì mi è capitato di vederli come per la prima volta e ho goduto inaspettatamente della loro presenza e del loro muoversi nel bene reciproco. Mi porto a casa, allora, la voglia di non perdere la loro amicizia e la decisione di non lasciare che quella terribile padrona di casa che è  l'abitudine mi impedisca di vivere in comunità, confinata nel mio ruolo e incapace di lasciarmi ferire dalla presenza delle persone che gratuitamente e misteriosamente lasciano che la loro vita venga intrecciata alla mia. L'altro che mi sfiora quotidianamente, dentro e fuori la comunità, è la segreta parola di speranza e di gioia che Dio mi mette accanto. Non posso impedirle che mi si sveli e mi penetri nel cuore…Non dimenticare mai questo, riscoprirlo per diventare ricchi. E poi, grazie al gruppo guidato da Fra Fabio, ho scoperto una pagina del filosofo ebreo Martin Buber che mi ha chiarito moltissimo l'idea di ambiente su cui stiamo insistendo pedagogicamente in questi ultimi tempi. La consegno a tutti i lettori di DIALOGHI CARMELITANI e in particolare a tutti gli amici del Mec, perché la ritengo preziosa. Una di quelle pagine da non lasciar perdere e da infilare nell’agenda. Eccola.

 

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Nel Consiglio Generale del 28 Giugno scorso, abbiamo preso in esame il tema della Scuola di Cristianesimo che a Settembre riprenderà il suo svolgimento sistematico, per concludere la seconda parte del nostro lavoro, quella su Il Compito, mentre da Dicembre si inaugurerà la terza, su La festa. Scuola, appunto, perché si tratta di imparare un modo di guardare la nostra vita personale, comunitaria e sociale a partire da un punto di vista, quello cristiano e carmelitano, che non ci è spontaneo e che richiede una conversione dell’intelligenza e del cuore. Che cosa vogliamo che provochi in noi il lavoro che ci attende nelle nostre comunità e nei nostri gruppetti di Scuola di Cristianesimo, quest’anno? Quale taglio metodologico dobbiamo tenere presente tutti: adulti e ragazzi di tutte le nostre comunità?

Tre le sottolineature da tradurre nel nostro porci personale e comunitario:

1. l’attenzione ad essere presenti nell’ambiente di vita in cui trascorriamo i nostri giorni

2. l’attenzione  ad esservi presenti come persone in comunione

3. La preoccupazione missionaria

 

1. “ I fedeli laici…vivono la vita normale nel mondo, studiano, lavorano, stabiliscono rapporti amicali, sociali, professionali, culturali…Il “mondo” diventa così l’ambito e il mezzo della vocazione cristiana dei fedeli laici…Essi non sono chiamati ad abbandonare la posizione che hanno nel mondo, ma a contribuire quasi  dall’interno, a modo di fermento, alla santificazione del mondo” (Christifideles laici, n.15). Senza un ambito e un mezzo grazie a cui concretizzarsi, la nostra vocazione rimane lettera morta e la voce di Dio, che ci chiama al compito, si perde nel venticello impalpabile dei nostri sentimentalismi. La Scuola di Cristianesimo è lo strumento grazie al quale ciascuno di noi è continuamente “inviato” nel suo ambiente ed è costantemente aiutato ad assumere un punto di vista preciso e anticonformista (cristiano e carmelitano) sul mondo e sul compito a cui è chiamato dentro esso. E’ diverso, molto diverso, lavorare su temi come  Il dono della felicità, o Il lavoro della santificazione, o Il dono della Chiesa e del Movimento ( sono i titoli dei paragrafi che mediteremo nella Scuola di Cristianesimo che ci attende) lasciandoli a livello di un approccio astratto, intimistico e spiritualistico, oppure declinandoli dentro la nostra concretissima, storica, fisica ed esistenziale condizione materiale. Vuol dire che un universitario di medicina, per esempio, non potrà riflettere su quei temi sempre e solo allo stesso modo di un impiegato in banca o di uno studente di liceo. Dovrà saperli ridefinire alla luce del suo specifico ambiente universitario. E poi, vuol dire che quell’universitario non potrà credere concluso il suo lavoro di Scuola di Cristianesimo una volta terminato l’incontro con il suo gruppetto, non potrà pensare e vivere la sua felicità, la santificazione e la Chiesa senza immergersi fino in fondo nell’ambiente dell’università, senza frequentare i corsi, senza dare esami, senza stringere amicizie con i compagni di corso, senza imparare bene e giudicare i contenuti del suo studio…cioè senza compromettersi con l’ambito e il mezzo grazie a cui la sua vocazione può cominciare a prendere forma. Se la Scuola di Cristianesimo non genera un vero impeto di  presenza dentro l’ambiente, diventa sterile e vana ripetizione di contenuti già fin troppo ben  analizzati dal nostro Padre Antonio. Se la Scuola di Cristianesimo non genera un vero impeto di presenza dentro l’ambiente, il Movimento smette di essere movimento e noi invecchieremo, invece di crescere, preoccupati solo di una buona cosmesi spirituale…

 

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Parole come semi, dicevamo spiegando il senso di quest’ultima pagina. Cioè parole importanti della nostra storia seminate nelle nostre anime come fossero prati da coltivare.

Da quale parola ci stiamo lasciando segnare in questi giorni?

Sapresti rispondere subito? Bene, vuol dire che stai camminando.

E’ la parola ambiente.

Vogliamo vivere un cristianesimo incarnato, capace di fare i conti con la realtà tutta: quella della nostra famiglia, del nostro lavoro, della società e della politica. La mistica, insomma, non è cosa da pie donne intimorite dal mondo. La mistica attraversa tutte le pieghe della realtà, non ha paura di nessun angolo della materia e non teme di sporcarsi le mani con la carne. A noi interessa il mondo. Noi vogliamo prolungare l’incarnazione di Cristo nel nostro mondo.

In questi giorni (mentre scrivo siamo alla fine di maggio) si fa un gran parlare della scuola, l’ambiente educativo per eccellenza, insieme alla famiglia. Ma se ne parla solo per mettere in piazza le sue debolezze e i suoi squallori. I giornalisti vanno a caccia degli episodi più crudeli di bullismo consumati nelle classi a spese di compagni deboli o di prof  più deboli ancora, cercano testimonianze di ragazzi malati di voyeurismo diffuso attraverso i telefonini o via Internet, e poi improvvisazioni di spogliarelli notturni davanti al portone della scuola, e poi isterismi collettivi scatenati da orchi più o meno fantomatici che si aggirano per le scuole materne, eccetera…

Tutti fenomeni veri o quasi tutti veri. Forse.

Ma perché vedere solo questo? E poi, perché lasciar macerare lo squallore di “questa” scuola  nel moralismo sterile o, peggio, nelle risate volgari e beote?

Ho sfogliato un libretto presentato da Repubblica come “una raccolta da leggere, per rivivere la spensieratezza della scuola o per solidarizzare, da adulti, con questi poveri professori”. L’autore dice di aver messo insieme “note” ricavate da veri registri di classe e cerca di documentare che “le avventure tra i banchi non hanno limiti: c’è chi lascia l’aula durante la lezione per andare a farsi un nuovo taglio di capelli, chi ordina una pizza, chi è occupato a vessare i compagni nei modi più fantasiosi e perversi”, si scrive ancora nella presentazione. E si precisa in conclusione: “l’effetto comico è irresistibile”.

 

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ImageDall’Assemblea Generale del MEC un invito a tutte le comunità: prolunghiamo l’incarnazione di Cristo nel tempo e nello spazio degli ambienti in cui la nostra vita si costruisce.

 

L’Assemblea Generale è il luogo in cui si riuniscono intorno a P. Antonio, per 3 o 4 volte l’anno, i responsabili di tutte le comunità del nostro Movimento. Tutte, ma proprio tutte: Trento e Palermo,  Beirut  (Libano) e Riga (Lettonia), Castellammare e Firenze… ogni comunità viene rappresentata da un responsabile in alcuni giorni di lavoro destinati a dare fiato, direzione e impulso ad una linfa che si propagherà dal centro fino al più sperduto gruppetto di Scuola di cristianesimo. Io me l’immagino questo fiume che scorre talvolta impetuoso come le discussioni di Padre Tarcisio o di Padre Gino, altre calmo e sicuro come lo sguardo di Antonella e Totò, o come le parole di Baiba e poi travolgente come il richiamo di Ettore, ma anche veloce e determinato come le sintesi finali di P. Antonio. L’importante è che viaggi senza sosta, che non si areni nella pigrizia di coloro che dovranno abbeverare molto capillarmente, con quell’acqua, tutti i germogli di vita delle nostre comunità, grandi e piccole, italiane e lettoni, romene o belghe…perché siamo un corpo che può vivere solo di comunione.Questa volta, nell’Assemblea di febbraio, si trattava di verificare quale fecondità abbiano prodotto le insistenze sui temi dell’ambiente e dell’autorità (cfr. Dialoghi Carmelitani Giugno 2006 pg 8. e Dicembre 2006 pg. 82). L’Assemblea era stata preparata da diversi incontri locali in cui si sono radunate persone di provenienza diversa, da discussioni avvenute nei vari gruppi, da riflessioni mandate a me tramite posta elettronica. Un brulichìo di pensieri e di racconti, insomma, che hanno portato a galla la vita in atto tra di noi. Il cuore di tutto quello che è emerso è stato condensato nell’articolo di P. Antonio che apre questo numero della rivista. Io invece mi soffermerò sulla parola che deve dare forma alla pedagogia di questa nostra storia di Movimento: ambiente.

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