S. Natale 2003

A metà del secolo scorso un famoso drammaturgo marxista immaginava una vigilia di Natale vissuta in una fredda e squallida catapecchia dove i più miseri della terra si scaldano solo al fuoco del desiderio di Cristo:

«Oggi siamo seduti, alla vigilia
di Natale, noi, gente misera,
in una gelida stanzetta;
il vento corre là fuori,
il vento entra.
Vieni, buon Signore Gesù, da noi,
volgi lo sguardo:
perché Tu ci sei davvero necessario!»

(B. Brecht).

Adorazione dei Pastori - Rembrandt
Adorazione dei Pastori - Rembrandt

La dolcezza dell’invocazione era tutta racchiusa dentro l’amarezza che l’autore provava per le troppe vigilie vissute da gente che non sembrava aver più alcuna vera necessità di Cristo, se mai l’aveva un tempo provata!
A distanza di quasi cinquant’anni, viviamo ancora in un mondo in cui ci è ugualmente facile immaginare milioni di squallide baracche cristiane, lontane da noi – in paesi lasciati affogare nella miseria o nella violenza – o immaginare milioni di casette riscaldate e confortevoli. E si celebra ovunque il Natale. Ma quali saranno le case più gelide ci è impossibile dirlo.
Certamente il calore vero è là dove qualcuno ancora prega: «Vieni, Signore Gesù. / Tu ci sei davvero necessario!».
E se noi nelle nostre case – quelle confortevoli e riscaldate – riuscissimo almeno ad insegnare ai bambini questa semplicissima invocazione (“Vieni, Bambino Gesù!”), se riuscissimo a fargliela pronunciare anche a nome nostro con cuore e con desiderio, a casa nostra sarebbe un po’ più Natale.
In fondo questo «Tu ci sei necessario!» è l’eco dell’antica invocazione dei profeti biblici: “O se Tu squarciassi i cieli e discendessi!” (Isaia 63,19).
Invocare che venga il Bambino Gesù nelle nostre case significa anche sapere che esse resteranno fredde e meschine finché non saranno diventate “abitazioni di Dio”.
E ciò è talmente vero che chi si rifiuta di aprire le porte al Dio che viene finisce quasi sempre per riempirsi la casa di idoli strani, e di avere una stanza segreta dove cerca di innalzare a se stesso un ridicolo trono divino.

Nel Vangelo ci sono quattro o cinque narrazioni di questa venuta di Dio nella nostra casa, o meglio c’è la descrizione di quattro o cinque momenti caratteristici di questa sua venuta.

Nel primissimo racconto la casa è il corpo di una donna che gli diventa mamma: madre di Gesù, madre di Dio, madre del Creatore.
Nella “pienezza del tempo” il Figlio di Dio viene ad abitare nel mondo come dovrebbe giungervi ogni bambino: accolto da un grembo materno lieto ed ospitale.
Ma allora, in Maria e con Maria, l’accoglienza fu, per così dire, totale.
Per comprendere il senso di queste parole, proviamo ad immaginare una donna che sappia accogliere il suo bimbo con tutta se stessa: col suo grembo, le sue sensazioni, le sue emozioni, il suo cuore, la sua intelligenza, la sua volontà e con tutte le sue risorse.
Immaginiamo, poi, questa mamma “riempita di grazia”, cioè resa disponibile a credere e ad amare con tutta se stessa che porta in grembo il figlio santo di Dio.
Immaginiamola, inoltre, resa capace di accogliere quel Bambino a nome di tutto il genere umano, a nome del mondo intero.
E immaginiamo, di conseguenza, il Bambino che, per mezzo di lei, “si unisce in qualche modo ad ogni uomo”, e diviene in senso misterioso, ma reale “il cuore del mondo”.
Poi ripensiamo, una volta ancora, in maniera unitaria, a tutto l’avvenimento che abbiamo descritto ed ecco che avremo contemplato la mirabile strada per cui Dio ha potuto “venire ad abitare in mezzo a noi”.
Per questo i mistici – cioè i cristiani che più si addentrano nel mistero – si sono sempre sentiti personalmente coinvolti nell’Evento sublime della Divina Nascita.

«Se l’anima tua è vergine e povera come Maria – suggerisce Angelus Silesius – diventa anch’essa subito gravida di Dio».

La seconda abitazione di Dio, di cui ci parla il Vangelo, è la povera grotta di Betlemme: essa continua ad essere illustrata in mille e mille presepi, in ogni chiesa e in ogni casa, dovunque ci siano adulti e bambini che costruiscono e rivivono con la loro fantasia, il loro gusto artistico, le loro emozioni, e almeno con un po’ di tenerezza di fede, il racconto della prima notte santa.
Il presepio – lo sappiamo – nacque dal cuore di San Francesco che volle “vedere con i suoi occhi” e percepire con tutti i suoi sensi la beata e dolorosa nascita del Figlio di Dio, facendola rappresentare nelle fredde grotte di Greccio, riscaldate solo dall’esultanza di mille nuovi poveri pastori.
Anche su questa grotta-abitazione hanno riflettuto a lungo i mistici cristiani:

Quando Dio si fece uomo, lo misero sulla paglia.
Ah! perché non sono stato io il fieno e la paglia?
Potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia,
Dio nascerebbe ancora bambino sulla terra!

(A. Silesius).

Un terzo racconto evangelico è quello che ci mostra la Madre che porta per la prima volta il Bambino nel Tempio di Gerusalemme (la sua vera casa!): e nella casa vive un vecchio profeta che non vuole morire prima d’aver visto Dio che viene a visitare il suo popolo, secondo le promesse. Il vecchio Simeone tende le braccia al Bambino e prega:

Ora sì, lascia pure, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace,
ora che i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
la luce venuta ad illuminare tutte le genti
!”.

Ma è ancora più bello immaginare questo primo ingresso del Bambino nel tempio come l’ha raffigurato, sull’arco interno del presbiterio, l’autore dei mosaici della Cappella Palatina, a Palermo: a sinistra entra il vecchio Simeone con le mani protese e a destra il Bambino sembra balzare via dalle mani della Madre nella fretta di gettarsi nelle braccia di quel vecchio nonno che lo desidera.

Poi c’è un lungo racconto silenzioso: tutti gli anni della “vita nascosta” (quasi trenta) passati da Gesù nella casa di Nazareth, assieme a Maria e Giuseppe, con l’unico scopo di rispecchiare la Trinità celeste in una familiare “trinità terrena”: ci fu allora nel mondo, per la prima volta, una famiglia veramente “sacra”, una preoccupazione educativa veramente “divina”, uno spazio abitativo veramente “santo”, un lavoro veramente “creativo”, una normalità veramente “straordinaria”, una “ospitalità” veramente offerta a tutti, perché Giuseppe e Maria imparavano ogni giorno a riconoscere tutti i volti umani in quel solo Volto del loro figliolo che cresceva “in sapienza, età e grazia”!
Così il Figlio di Dio “è venuto ad abitare in mezzo a noi”, senza clamore, prima di intraprendere la sua missione pubblica.
Seguirono tre anni di continuo cammino, durante i quali Egli “non ebbe più dove posare il capo” e scelse di abitare, di volta in volta, o in casa di amici che gli offrivano amore o in quella di peccatori che l’amore glielo chiedevano.

Infine, dopo aver tutto distribuito – parole, miracoli, sofferenze ed eucaristia – il “Figlio dell’uomo” ritornò in cielo, “nella casa del Padre suo”, ma portandosi in cuore un desiderio segreto che ci è stato rivelato dall’ultimo apostolo sopravvissuto, quello che era stato il più giovane e il più amato: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20).
Questa è, dunque, l’ultima promessa: ogni singolo cristiano sa d’essere destinato, lui personalmente, a diventare «abitazione vivente» di Dio.

Giunti a tale altezza, uno solo è il rischio: capire che Dio “vuole abitare nel più profondo centro della nostra anima” e cercare perfino di fargli spazio, ma dimenticare il suo metodo: quello di raggiungerci – ciascuno personalmente e intimamente –, ma attraversando la più materiale concretezza della nostra vita: il nostro mondo, le nostre case, i nostri affetti, il nostro lavoro, le nostre cose più semplici e quotidiane.
Ogni attesa di Dio che dimentichi, per così dire, “la terra” in cui Egli s’è incarnato è un tragico errore.

In questo Natale – come augurio che reciprocamente ci scambiamo – accettiamo, allora, la correzione che ci viene da un poeta non cristiano, ma che ha compreso la passione di Dio per la nostra esistenza terrena:

« A mezzanotte, l’aspirante asceta annunciò:
“Questo è il tempo di lasciare la mia casa e di andare in cerca di Dio”. 
Ah! Chi mi trattenne tanto a lungo in questa vita illusoria?”.
Dio sussurrò: “Io!”, 
ma l’uomo aveva le orecchie turate.
Intanto, con un bimbo addormentato al seno,
sua moglie dormiva placidamente su un lato del letto.
L’uomo disse: “Chi siete voi che mi avete ingannato per tanto tempo?” 
E ancora quella voce mormorò: “Essi, sono Dio!”, 
ma egli non intese.
Il bimbo pianse nel sonno e si strinse accanto alla madre. 
Allora Dio comandò: “Fermati, sciocco! 
Non abbandonare la tua casa!” 
Ma egli ancora non udì. 
Allora Dio, tristemente sospirando, disse:
“Perché il mio servo mi abbandona, per andare in cerca di me?” »
(R. Tagore).

Già a partire dalla creazione, Dio – come dice anche il nostro S. Giovanni della Croce – “ha lasciato dovunque le tracce del suo passaggio”, e tutti gli uomini possono scorgerle.
Ma da quando “è venuto ad abitare in mezzo a noi”, la vita intera è diventata un sacramento.

Ritratti di Santi - Itinerario Quaresimale 2011

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