Il lavoro che oggi faremo è per l’Avvento, ma, giustamente, rimane all’interno del grande lavoro della Scuola di Cristianesimo che quest’anno è tutto incentrato sulla certezza del dono. Dio ci ha fatti entrare nella terra del Carmelo, che è terra di bellezza, che è la terra dove Dio vuole donarsi. Attorno a questo rifletteremo anche oggi, perché l’Avvento è il prepararsi ancora una volta - e non finiremo mai - ad accogliere il dono per eccellenza: il Figlio di Dio, Gesù. L’Avvento è la preparazione al Natale, è prepararci ad accogliere il dono che Dio, il Padre, ci fa.

La Natività con i santi Francesco e Lorenzo  - Caravaggio - particolare
La Natività con i santi Francesco e Lorenzo - Caravaggio - particolare
Nella lettera ai Romani (8,32) è scritto: “Dio. il Padre, non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi; perciò, come potrebbe non donarci ogni cosa insieme con lui?”. Questa è la logica stretta di San Paolo: “Se Dio ti ha dato suo Figlio, come vuoi che non ti dia tutto insieme con Lui?” Non ha risparmiato neanche il Figlio, te ne ha fatto dono. E’ un dono che è andato fino alla croce, perciò insieme a Lui ti donerà tutto. Questa è la coscienza che noi vogliamo avere: la coscienza di un dono che è Cristo e, insieme a Lui, tutta la realtà. Dovremmo avere la consuetudine di uno sguardo così su tutta la realtà. Il bambino, quando comincia a spalancare gli occhi, vede le cose così: tutto gli è donato a partire dal sorriso di sua madre. La persona saggia vive così. Sappiamo, però, che ci portiamo addosso una fatica a guardare le cose in questo modo, fino a non esserne più capaci; ogni tanto ci accade che per un momento siamo sorpresi dalla bellezza di tutto, dalla realtà che parla. Di solito, però, usiamo di tutto, possediamo tutto cancellando la voce o la parola che c’è dentro la realtà, a causa delle conseguenze del peccato originale. Questa è la terribile realtà che ha inquinato il nostro rapporto con Dio e con tutta la creazione. La coscienza del dono La coscienza del dono è da rigenerare guardando a come Cristo ci guarda. Se il problema è che io non sono più capace di guardare a me stesso e agli altri, alla vita intera come dono, non basta dirmi: “Devi guardare la vita come dono”, perché quello è il problema. Noi non siamo più capaci di farlo. Come ritrovare questa coscienza? Guardando a Cristo, guardando a come Lui ci guarda. Dobbiamo guardare a Cristo per ritrovare la coscienza della nostra vita come un dono. In Gv 17,6 Gesù si rivolge al Padre a proposito dei suoi discepoli e gli dice: “Padre, erano tuoi e me ne hai fatto dono”. Gesù, quando ci vede, ci vede così: come il dono che il Padre ha fatto a Lui. Tutta la nostra vita è da capire dentro il rapporto tra il Padre e Gesù. Noi siamo lì dentro. La cosa più bella per noi è sapere che il rapporto tra Padre e Gesù è un rapporto fedele. Gesù ha accettato il dono che il Padre gli ha fatto e per questo arriverà fino alla croce. Io sono dentro questa fedeltà, dentro questo rapporto.

 

Facciamo un esempio: un bambino ha bisogno che la mamma e il papà gli vogliano bene, ma ha bisogno soprattutto che papà e mamma si vogliano bene, cioè che il rapporto “originale” sia forte. La nostra vita è dentro la certezza che Padre e Figlio si amano e nel loro amore noi siamo custoditi. “Padre, queste persone sono tue e tu me le hai donate. Io le accolgo e me ne faccio carico”. Questa è la fede cristiana: ci permette di vedere queste cose! Questa è la fede che ti permette una posizione umana nuova; è il dono per eccellenza che ti permette di passare dal dato al dono. La vita non è più una serie confusa di cose, ma una serie di doni. La vita è il dono che Dio ti ha fatto per poterti donare se stesso. Tu sei dentro l’abbraccio tra Padre e Figlio e nell’amicizia con Cristo, guardando Lui, ascoltandolo, imparandolo, imitandolo impari a star dentro la vita e ad accorgerti come tutto può essere vissuto come dono. Questo, per usare una formula che diventerà abituale – se già non lo è –, ci fa passare dalla realtà capita come un dato banalmente messo lì alla realtà vissuta come dono: dal dato al dono. Per aiutarvi a capire meglio vi leggo una poesia di Ungaretti, intitolata Eterno. “Tra un fiore colto e l’altro donato, l’inesprimibile nulla”. Tutti lo possono capire, ma soprattutto Chi ha incontrato Cristo. Pensate a una che coglie distrattamente un fiore e poi lo butta; e pensate di essere lì, nel prato, con la persona amata e quello stesso fiore lo prendi e ne fai dono. Che differenza c’è? Apparentemente nessuna; i fiori sono identici; però se cominci a volerlo spiegare, allora non ti bastano le parole: è inesprimibile. Ciò che c’è dentro il fiore che tu doni è qualcosa che confina con l’eterno. Il fatto che tu ne faccia dono riempie quel fiore di un significato infinito. La realtà prende vita dentro un rapporto; la realtà diventa dono quando è vissuta dentro un rapporto: il rapporto tra te e Cristo. È lì che tutta la realtà comincia a parlare. Se questo rapporto non c’è, è tutto come un fiore che tu raccogli e poi butti via. Magari il giorno di ieri l’hai vissuto proprio così, se non l’hai donato a Cristo, se non l’hai vissuto nell’amicizia con Cristo. Se l’hai offerto a Lui diventa prezioso, perché in questo modo si è espresso, si è costruito il tuo rapporto con Lui; così hai alimentato la tua amicizia con Lui. Questa è in fondo la domanda: ogni gesto della tua vita, ogni giorno passa, ogni situazione è un fiore puramente colto, oppure è un fiore donato? Se è dentro il rapporto con Cristo, allora si carica di un significato eterno. La beata Elisabetta della Trinità scrive: “Fare con tutto del divino. Pregherò perché tu faccia con tutto del divino”. Vuol dire rendere divina la vita. Quando la vita è vissuta nel rapporto con Cristo diventa divina, diventa un dono. La condizione del dono: liberare la domanda A volte basta poco per vanificare tutto il disegno di Dio. Il dono presuppone un donatore. Il dono non puoi fabbricartelo da solo. Tu puoi solo domandarlo. Una condizione fondamentale è allora la domanda. Dobbiamo liberare la domanda che abbiamo dentro, perché abbiamo bisogno di Cristo.

 1. Dobbiamo liberare la domanda, prima di tutto, dalla distrazione. È ciò che ci può accadere con più facilità e ci impoverisce di più. Basta un niente: basta distrarsi. Pensate di essere stati uno dei pastori che dormivano nei campi quando l’angelo è arrivato a dire: “Sveglia, perché è nato per voi il Redentore”! Ma un pastore era stanco, l’altro era nervoso e si è girato dall’altra parte: hanno mancato l’incontro. L’hanno mancato per distrazione, per superficialità, per banalità. Spesso, anche noi, buttiamo via la vita non con gesti drammatici, ma così, banalmente. La domanda che abbiamo di Cristo viene spenta abilmente dalla distrazione, dall’abitudine, da una certa sazietà. Questo è terribile, perché tutto accade senza dramma. Provvidenzialmente il Signore, poi, si incarica di svegliarci da questo a volte attraverso lo stupore, a volte attraverso il dolore.

2. Dobbiamo liberare la domanda dal dubbio e dalla paura. Dobbiamo liberarla dal dubbio nei riguardi di Dio. “Cosa mi sta accadendo attraverso queste circostanze difficili? Ma è veramente Dio? Perché tutto questo?” Quante domande ci vengono così e allora cominciamo a dubitare di Dio. Pensate ad Abramo che è stato condotto fuori dalla sua terra per una strada che non sapeva. Lui non sapeva dove Dio lo conduceva, ma sapeva che Dio lo conduceva. Bisogna che teniamo ferma la certezza. “Credi all’Amore, qualunque cosa accada” (Elisabetta della Trinità). S. Teresa di Lisieux racconta di quando, da bambina, per la paura del buio, rimaneva paralizzata in cima alla scala. Allora suo papà dall’altra stanza, le diceva: “Vieni, Teresina” e lei faceva un passo. Ad ogni gradino c’era bisogno della voce di suo padre per rincuorarla. La fede dobbiamo tenerla stretta. La fede esige combattimento, altrimenti il dubbio su Dio ci svuota la vita. Si può dubitare di tutto, ma non che Dio conduce la nostra esistenza con amore. Guardando Gesù sulla croce domandiamo a Dio di liberare la nostra domanda dalla paura del sacrificio. E’ vero che fa male star dietro a Cristo e ci vuole la disponibilità al sacrificio. Se vogliamo seguire Lui dobbiamo superare la nostra misura e abbandonare noi stessi. Guai a noi, però, se abbiamo paura del sacrificio! Il sacrificio è la legge per il vero possesso della vita. Aver paura del sacrificio è infantilismo. Rinunciare alla verità per la paura del sacrificio è in fondo ancora una volta mancanza di fede in Cristo. Allora fissiamo lo sguardo su Cristo e lì il nostro dubbio sarà vinto, la nostra paura del sacrificio sarà superata. “Credi all’Amore qualunque cosa accada”.

 

Madonna con il Bambino - Raffaello (Madonna Tempi)
Madonna con il Bambino - Raffaello (Madonna Tempi)
3. Dobbiamo liberare la domanda dalle domande inutili. “Una cosa sola ho chiesto al Signore. Questa sola io desidero: abitare nella sua casa, tutti i giorni della mia vita”. E’ questo che ci suggerisce il salmo. Se la vita ti si riempie di mille voglie, di mille domande inutili, non dà sazietà. Nasce un’inquietudine, un’incapacità di costruire, un’inutilità, mentre il tuo cuore deve essere unificato da una sola domanda. Perciò bisogna avere il coraggio di spazzare via tutte le domande inutili. Nel Vangelo di Luca l’angelo viene, parla e Maria comincia un dialogo con lui. La libertà di Maria è chiamata in causa. Maria dice: “Sì, mi accada secondo la tua volontà”. Senza il consenso non c’è storia. Il consenso ti permette di creare storia. Il dono che Dio vuole farti ha bisogno del tuo “sì” per fare storia. Ma ora immaginate Maria che ha appena finito il suo dialogo con l’angelo; esce in strada, un compaesano la incontra e le chiede come sta. Ancora prima di parlare, ancora prima di dire “sto bene”, Maria si mette le mani sul ventre dove custodisce la presenza del Figlio di Dio. “Sto bene; sto con Lui”. Questo è l’atteggiamento cristiano: una persona che sa di essere abitata dal dono che Dio fa di se stesso, e lo abbraccia come fa una donna incinta che mette le braccia sul proprio ventre. Così Maria ha fatto per abbracciare quella presenza resa possibile dal suo consenso. Dovremmo anche noi imparare e ritrovare la certezza che il Signore ci abita ed è presente in noi. Trattenere questa certezza, custodirla proprio con il segno delle braccia che stringono questa presenza: è l’atteggiamento vero di fronte alla vita. Dio è presente in te e ti chiede di dire di “sì”. Nel dire “sì” cominci a costruire una storia con Lui. Ogni volta che dici “sì” diventi più vero, diventi più figlio, fai diventare tutto divino. Nel dire di sì sollevi lo sguardo verso Cristo, metti le braccia sul cuore, per custodire la sua presenza, in modo particolare dopo aver ricevuto l’eucaristia. Dio è presente in te in ogni momento, ma mai come durante la comunione, Dio è così vicino a te. C’è un passo di un antico inno, Adoro te devote, dice: “Tibi se cor meum totum subiciit, quia te contemplans totum deficit”; che significa: “Il mio cuore si sottomette completamente a Te, perché nel contemplarti si abbandona interamente in te”. Vogliamo fare questo: così come Maria stringeva la presenza del Figlio di Dio in lei, vogliamo conservare la certezza della presenza di Cristo in noi, per dirgli: “Tutto il mio cuore si sottomette interamente a te”.

 

Ritratti di Santi - Itinerario Quaresimale 2011

Scrivi alla redazione





Condividi su FaceBook

MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano

You must have Flash Player installed in order to see this player.