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| Pregare come respirare |
| Il respiro di Gesù |
| Il respiro del nostro respiro |
| Signore, ogni mio respiro è già tuo |
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IL RESPIRO DEL NOSTRO RESPIRO
Pregare come respirare può sembrare un modo di dire, ma se uno volesse andare alla radice del suo essere e si chiedesse: "Qual è il momento in cui il mio essere comincia ad articolare la preghie¬ra?", la risposta biblicamente esatta sarebbe questa: "Lo stesso istan¬te in cui respiro".
Respirare è invocare la vita; respirare è il dono che Dio ci fa minuto per minuto da quella prima volta che ci ha creati. Questa è la nostra preghiera essenziale: si prega come si respira.
Possiamo non rendercene conto, ma i santi hanno esperimenta¬to proprio questa verità che li ha affascinati.
All'inizio hanno cominciato come noi, faticosamente, moltipli¬cando atti e atteggiamenti (una preghiera, più preghiere, la giacula¬toria, il pensiero rivolto a Dio), poi un po' alla volta si sono resi conto che pregavano come respiravano.
Almeno nel desiderio del loro cuore si rafforzava l'intenzione di non togliere a Dio nemmeno un respiro; e cresceva la coscienza che il contenuto dell'ultimo respiro (quando Dio se lo riprende) non dovesse essere che uno solo: l'invocazione del nome Gesù, un sospi¬ro di desiderio verso il Padre celeste.
I santi volevano arrivare alla fine della vita in modo che fosse assolutamente ovvio il senso e il contenuto del loro ultimo respiro.
Io non ho profondissime esperienze di preghiera. Ma una volta ho dato ascolto a una persona saggia che mi disse: "Se vuoi impa¬rare a pregare, cerca di usare tutti i tempi intermedi (quello che nor¬malmente chiamiamo 'tempo perso': il tempo in cui devi aspettare una persona che ritarda, il tempo in cui devi spostarti in macchina, il tempo in cui ti rechi da un luogo all'altro.. .); riempi di preghie¬ra quei tempi che si chiamano di solito 'tempi morti' e fà che diven¬tino 'tempi vivi' "
Non ci voleva molta bravura a farlo. Solo un po' di costanza. Adesso mi accade che se la notte mi sveglio, la prima cosa che mi viene in mente è dire: "Ave Maria..., Padre Nostro.. .". '
E' una cosa meccanica, quindi poco meritoria, ma si può offrire a Dio anche una piccola cosa meccanica, quando non si è capaci di fare di più. Perché la nostra mente deve quasi istintivamente por¬tarsi sulle cose più stupide? Perché le nostre fantasie devono vagare senza nessuna regola? Istinto per istinto, non è meglio un "istinto" che mi fa respirare oggettivamente il nome di Dio?
Per i santi era tutta pienezza di coscienza. Pensavano: Dio si merita ogni nostro respiro perché ci dona ogni nostro respiro. Ogni nostro respiro è suo. Possiamo diventare sem¬pre più coscienti che ogni nostro respiro deve essere un sospiro rivolto a Lui.
E quando questa coscienza diventa chiara, abituale, ecco che siamo diventati "uomini di preghiera”.
Allora basta anche soltanto dire "Gesù!", per esprimere quanto il nostro respiro sia diventato chiaro: è un respiro che raggiunge il suo ultimo scopo, che raggiunge l'eternità.
Perché non cominciare a dire al Signore la mattina appena ci si sveglia: "Signore, che ogni mio respiro sia tuo! Che ogni mio respi¬ro ti appartenga! Che ogni mio respiro, se deve farsi voce, pronun¬ci il tuo nome!".
Lo Spirito Santo, che ci è stato dato invoca continuamente, pro¬nuncia continuamente il nome di Gesù e invoca il Padre.
Lo Spirito Santo, dentro di noi è il respiro del nostro respiro, è la vita della nostra vita, è il soffio vitale dentro il nostro soffio vitale.
Ecco fino a che punto noi siamo persone che pregano!
Se io sono davanti ad una persona che non ha mai pregato, che non sa come si fa, che ha paura di tutte le difficoltà che dovrebbe incontrare per imparare a pregare, la prima cosa che devo dirle è: "Tu già preghi, tu sei già un essere che prega. Perfino il tuo respiro è già preghiera: Dio ti ha fatto in modo che perfino il tuo respiro¬sia rivolto a Lui e tenda a Lui. E se ciò è vero per ogni essere umano, è ancora più vero per un cristiano: quando hai ricevuto il Battesimo, Dio ti ha dato il suo stesso Respiro!".
Noi uomini siamo tutti "esseri che pregano", consapevolmente o inconsapevolmente.
Tuttavia la "coscienza di pregare" e il "volerlo fare" restano fatto¬ri determinanti, perché è anche necessario "pregare come si ama: con tutto il proprio essere", come ripeteva spesso Alexis Carrel.
Ogni uomo prega come respira, ma ogni uomo ha diritto di conoscere l'Amore per il quale sospira.
Quando, però, si parla di "amore nella preghiera, non bisogna farne una questione di sentimenti o di emozioni. Non bisogna tra¬mutare la nuda oggettività del "pregare come respirare" in un' attivi-tà complessa e sentimentale. Deve continuare ad essere una que¬stione totale, una questione di esistenza.
Madeleine Delbrél spiegava: "Quando si prega, bisogna doman¬dare con tutto il nostro essere ciò di cui abbiamo bisogno, per noi stessi, per tutta la Chiesa, per il mondo intero. Questo significa fare della preghiera una respirazione a pieni polmoni!".
Ed insisteva, anzi, sul fatto che pregare significa instaurare rela¬zioni vitali, tutte tese ad una oggettiva e sana collocazione di se stes¬si in relazione con Dio: "Tu non puoi compiere ciò che Dio ha riservato a te di fare nel mondo, se non intrecci con Lui concrete relazioni, se cioè non preghi. Ma la tua preghiera, a tale scopo, deve diventare per te indispensabile come mangiare, bere, respirare".
Ad osservare bene, tutta la fede cristiana si radica su esperienze elementari. Si dice di solito: "Fede è instaurare un rapporto con Dio!". Ma, se fai amicizia con Gesù, senti che Lui ti dice: "Io sono Figlio di Dio. Sai cos'è un rapporto con me? E' respirare (pregare); è lavarsi (ricevere il Battesimo); è mangiare e bere (ricevere l'Eucaristia); è ascoltare e leggere (meditare la Parola che io ti annuncio); è camminare (seguire le mie orme); è amare il mio corpo e tutto ciò che è mio (la Chiesa)".
Così tutto il rapporto dell'uomo con Dio si va a radicare sulle funzioni primarie dell' essere umano: respirare, mangiare, bere, per¬fino "far l'amore" (attraverso il sacramento del matrimonio).
Tutto ciò è fondato sulla serietà assoluta della sua Incarnazione. Gesù è venuto sulla terra e ci ha imitato in tutto. Diceva Péguy che la vera, grande "imitazione di Cristo" non è quella che noi faccia¬mo di Gesù, ma quella che Lui ha fatto di noi quando ha imitato il nostro nascere, il nostro vivere, il nostro respirare, il nostro man¬giare e bere, il nostro soffrire, il nostro morire.
Da quando Lui ci ha imitato noi possiamo fare le cose più elementari della nostra vita cristianamente, divinamente.
Nel cristianesimo è più importante capire la grandezza e la pro¬fondità dei gesti elementari del vivere che capire il significato dei grandi gesti.
Anzi, nel cristianesimo è impossibile compiere grandi imprese, se prima non si sono compiuti, con amore quotidiano e con fede quotidiana, i mille piccoli gesti dell' esistenza.
Pensiamo ai sacramenti: sono gesti grandi, gesti miracolosi inventati da Gesù. Ma essi sono stati possibili perché c'erano stati prima i normalissimi gesti della Sua vita terrena.
Pensiamo a quel primo momento in cui Gesù ha preso un pezzo di pane e ha detto: "Prendete e mangiate questo è il mio corpo!". Era il più grande dei miracoli! E tuttavia era "fondato" su ciò che era accaduto tutti i giorni, durante tutti i suoi trentatrè anni: in ogni giorno della sua vita terrena il pane che Gesù mangiava era diventato suo corpo (corpo di Dio!)!
E' un miracolo che un po' d'acqua, versata sul capo di un bam¬bino o su un adulto convertito, lo lavi al punto da renderlo "figlio di Dio". Ma ciò non sarebbe stato possibile se l'acqua non avesse davvero lavato il corpo del Figlio di Dio incarnato!
E' un miracolo che Dio ci abbia rivelato il nome proprio di Dio ("Abbà!': "papà!"), ma ciò non sarebbe stato possibile se Gesù non avesse prima imparato a balbettare questa parola, rivolgendola a Giuseppe.
MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano
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