C1: TRE «STRUTTURE MATERIALI», DISPOSITIVE
Si tratta di strutture destinate a preparare lo “spazio vitale” in cui gli eremiti possano vivere la loro ininterrotta preghiera. Esse infatti precedono (59) il “grande Precetto”:
«[5] Inoltre, nel luogo in cui avrete scelto di abitare (60), ognuno di voi abbia una singola cella separata, in base all’assegnazione delle celle disposta dal Priore, con l’assenso degli altri frati o della parte più matura di essi.
[6] Bisogna però che mangiate assieme ciò che vi sarà dato, ascoltando qualche brano della Sacra Scrittura, in un refettorio comune, purché lo si possa fare agevolmente.
[7] a) Non sia permesso a nessun fratello di mutare il posto che gli è stato assegnato, o di scambiarlo con un altro fratello, se non con il permesso del Priore in carica.
b) La cella del Priore sia presso l’ingresso [dell’eremo] affinché egli possa accogliere per primo coloro che dovessero giungervi.
c) E tutto ciò che dovrà essere fatto (61) lo si faccia secondo il libero volere di lui, e la sua decisione».
Le tre disposizioni riguardano, come si vede, lo spazio esteriore dell’eremo.
Esso diventa ora uno spazio sacro: è la “terra promessa” che un nuovo Giosuè di-stribuisce agli elett (62)i perché possano finalmente osservare, in santa tranquillità e letizia, la Legge di Dio.
Nel sec. XV –spiegando proprio questo passo della Regola– il Priore Generale J. So-reth– si esprimerà appunto così: «La cella è terra santa e luogo santo, dove il Signore e il suo servo si parlano nel segreto, come l’amico fa con l’amico».
Più ancora (come accade nella Scrittura), la terra santa si personalizzerà nel «grembo santo», nella «sposa fedele», nel «Tempio inabitato», con evocazioni tipicamente neote-stamentarie e mariane:
«La cella riscalda il figlio della grazia come frutto del suo seno, lo nutre, lo abbraccia e lo conduce alla pienezza della perfezione, rendendolo degno dell’intimità con Dio… [Nella cella] l’anima fedele si unisce frequentemente al Dio vivo, come la Sposa si accompagna allo Sposo. Le cose celesti si uniscono alle terrene e le umane alle divine. Per il servo di Dio, la cella è come il Tempio del Signore…» (63) .
L’avere “una cella assegnata” –e il non poter cambiare posto, se non con una nuova assegnazione¬– risponde evidentemente anche a criteri pratici, disciplinari, ma nulla è sen-za significato spirituale, là dove si tratta della più totale spoliazione per disporsi all’unione orante con Dio.
Allo stesso modo, il fatto che la cella del Priore sia collocata “all’ingresso” dell’eremo evoca l’immagine evangelica di Cristo “porta dell’ovile”.
Più precisamente però viene qui ripresa la norma della più celebre Regola di Pacomio: «Se qualcuno si avvicina alla porta del monastero, volendo rinunciare al mondo ed essere aggregato al numero dei fratelli, non abbia la libertà di entrare. Prima si avvisi il Priore del monastero…». E’ lui che deve ammettere eventuali visitatori e nuovi fratelli, in modo che l’accoglienza sia un abbraccio paterno e un paterno discernimento.
Di fatto le tre disposizioni ne introducono una più universale ancora: una formula on-nicomprensiva che mira ad abbracciare tutte le altre eventuali questioni che dovessero sorgere: «E in seguito tutto ciò che dovrà essere fatto (quae agenda sunt cuncta…) lo si faccia secondo il libero volere di lui, e la sua decisione» [c.7c].
Vedremo tra poco che Alberto ripeterà, quasi alla lettera, la formula «quaecumque agenda sunt», ma per insegnare che «tutto dev’essere fatto nella parola del Signore» [c.16].
L’accostamento ricorda ancora una volta che «la volontà del Priore» ha ormai a che fare con «la parola di Cristo»: ad ambedue è dovuta la stessa obbedienza.
Se ora si guarda attentamente alla maniera in cui la Norma è congegnata, ci si accorge che le prime tre disposizioni servono tutte a preparare, a difendere e a riempire di signifi-cato propriamente teologico il verbo “maneant”, con cui si apre, subito dopo, la formu-lazione del grande Precetto: «Maneant singuli in cellulis suis...», con l’aggiunta di quel «die ac nocte» che –così com’è collocato– potrebbe riferirsi non solo al dovere di “medi-tare” (“die ac nocte meditantes”), ma anche all’obbligo di non lasciare mai la propria cella (“... in cellulis suis die ac nocte”) (64) .
Abbiamo già visto come il tema della hésychia (“quiete” che la cella deve garantire) venne da subito finalizzato al raggiungimento di quella divina unità che Gesù offrì ai di-scepoli nell’ultima sera della sua vita: «Come tu, o Padre, sei in me e io in te, così siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21).
L’esicasta –diceva Giovanni Climaco– è stimolato e confortato dalla preghiera con cui Gesù ha chiesto al Padre di accoglierci “nella loro unità”.
Questa preghiera è il motivo e la giustificazione della sua esistenza, il suo ideale di vi-ta.
Ma essa è preparata dalla fortissima insistenza con cui Gesù ha chiesto ripetutamente ai discepoli di “rimanere in lui”.
A nessun eremita poteva perciò sfuggire il ruolo che il verbo “rimanere” ha negli ultimi discorsi di Gesù (65) , e che continua ad avere negli scritti in cui l’Apostolo ci parla della Carità di Dio nella quale occorre sapere “restare” (66) .
Secondo S. Cesario di Arles il motivo per cui il monaco doveva restare nella sua cella era quello di “implorare con continue preghiere la visita del Figlio di Dio” (67) , e quindi di non mancare all’appuntamento.
E gli studiosi dicono che tutta l’antica letteratura monastica è attraversata da questo consiglio, così diffuso che non si sa nemmeno più a chi attribuirlo: «Resta seduto nella tua cella, e la cella ti insegnerà ogni cosa».
Il tema del “rimanere” nella propria cella era perciò carico di evocazioni spirituali e di contenuti pedagogici.
«Come i pesci muoiono se restano fuori dall’acqua, così i monaci che si attardano fuori della cella», diceva il grande Antonio, patriarca del monachesimo (68).
La formulazione di Alberto sta tra l’antico noto aforisma di S. Pier Damiani che inse-gnava: «L’abitudine di stare nella propria cella fa sì che essa diventi dolce per il monaco, mentre l’inquieto vagare gliela rende odiosa» («Consuetudo facit monacho cellulam dul-cem, vagatio facit horribilem») (69) , e la serena ammonizione che più tardi darà l’Imitazione di Cristo: «La cella continuamente abitata diventa sempre più dolce» (70).
Per tre volte, in pochissime righe, ritorna il termine “singuli” che sottolinea la scelta profondamente eremitica (71), rispetto al quale la cella –nonostante le apparenze– sta da correttivo: perché è la cella a indicare e fissare il luogo dell’appuntamento con Dio, il luogo dell’incontro inevitabile, il luogo del rapporto unitivo.
Senza la cella e la sua “mistica sponsale” –di cui già parlava Giovanni Climaco– la solitudine è ripiegamento malato su se stessi, che genera la tristezza e la incapacità di ra-dicarsi, di “restare”.
L’ Ignea Sagitta spiega:
«Lo Spirito Santo, lui che sa quel che conviene a ciascuno, avrebbe ispirato senza motivo la nostra Regola, là dove dice che ciascuno di noi deve avere la sua celletta se-parata? Non parla di celle vicine, ma separate le une dalle altre, affinché lo Sposo celeste e la sua Sposa –l’anima contemplativa– possano qui colloquiare nella pace di un intimo dialogo» (72).
Ciò che invece si oppone al “rimanere nella propria cella” non è evidentemente l’insorgenza di particolari necessità, ma più precisamente l’acedia, il «taedium cordis».
Il monaco che “vaga” triste e ozioso è anzitutto un monaco annoiato del suo Dio, e che dunque consuma nel cuore –come diceva Macario il Grande– «adulterio nei riguardi di Lui» (73) .
La cella altro non è –nella tradizione esicasta, soprattutto eremitica– se non il riflesso esterno della cella del cuore: se quella esterna e vuota e abbandonata, ciò significa che quella interna è invasa e devastata.
Perciò i commentatori carmelitani insisteranno: «Cerca di avere una cella esteriore e una interiore; l’esteriore è la casa nella quale abita la tua persona, l’interiore è nella tua coscienza nella quale deve abitare Dio bene addentro ai tuoi sentimenti… Ama dunque la tua cella interiore e ama quella esteriore: onorale tutte e due!» (74).





