Indice
Commento alla Regola Carmelitana
Osservazioni preliminarie
Analisi e spiegazione della Regola
Il Grande Precetto della Regola
Tre strutture materiali, dispositive
Tre strutture Comunitarie
Tre Strutture Interiori
Conclusione volutamente mariana
Tutte le pagine

 

C2: TRE STRUTTURE COMUNITARIE

Sono strutture di sostegno ecclesiale per l’osservanza del “grande Precetto”:

«[10] Nessun fratello dica di possedere qualcosa di proprio, ma tutto sia in comune tra voi, e ciò di cui ognuno ha bisogno –tenendo conto dell’età e delle necessità dei singoli– verrà distribuito a ciascuno per mano del Priore, vale a dire per mezzo del fratello a cui egli avrà dato l’incarico.
[11] Se ne avrete necessità, vi sarà lecito tenere asini o muli, come anche qualche alleva-mento di animali o volatili.
[12] L’oratorio sia costruito in mezzo alle celle –se si può farlo agevolmente– e qui, alla mat-tina di ogni giorno, dovrete radunarvi per partecipare alla solenne celebrazione della S. Messa, se si può farlo comodamente.
[13] La domenica, o in altro giorno se è necessario, vi riunirete assieme per trattare della osservanza Regolare [“custodia Ordinis”] e della salute spirituale delle vostre anime. In tale oc-casione saranno corrette con carità le trasgressioni e le colpe che si fossero eventualmente ri-scontrate in qualche fratello».

Queste strutture comunitarie sono state molto rivalutate ai nostri giorni, al punto che alcuni commentatori vedono in esse il vero cuore della Regola, soprattutto perché de-scriverebbero «l’ideale di Gerusalemme e della comunità cristiana primitiva», che tor-nava in voga nei primi secoli del secondo millennio.
La Gerusalemme «storica e simbolica» (geografica e celeste) darebbe al progetto di vita della Regola uno schema vitale di fondo.

Si può convenire sul fatto che l’ideale della «comunità cristiana primitiva» sia sotte-so, a quello della vita consacrata, in ogni tempo e in tutte le sue forme, soprattutto da quando è in atto l’esperienza cenobitica (della «vita comune», appunto).
Fu già Cassiano a darle esplicitamente, come fondamento biblico, i testi di Atti 2,42-47 e 4,32-35 (75) .
I simboli della Gerusalemme biblica e celeste ¬–attinenti alla perfetta e beata comunio-ne, concordia, letizia, pace che devono regnare tra i fratelli– sono anch’essi comuni e u-niversali.
Non si vuole certo negare l’esistenza di questi modelli e simboli nella Regola Carmelitana.
Le citazioni indirette dei celebri testi degli Atti degli Apostoli (2,45; 4,32.35) lo dimostrano.  

E, tuttavia, è necessario sottolineare che essi sono messi appunto come sostegno e di-fesa ecclesiali per permettere l’accoglienza e la pratica del “grande precetto” della pre-ghiera ininterrotta che però riguarda il singolo fratello eremita. Né poteva essere diver-samente, se di eremitismo si trattava.
Si può aggiungere anche, se si vuole, che quei modelli comunitari e “gerosolimitani” possono anche essere considerati come “la patria” ecclesiale e ideale a cui ogni eremita deve sempre tendere.
Ma il “pregare” di cui si tratta nella Regola non è un generico e comunitario ascolto della Parola, né il ritrovarsi assieme per celebrare l’Eucaristia, né l’avere tutto in comune o l’essere un cuor solo e un’anima sola: è il personale “meditare e vegliare in preghiere” che abbraccia tutto l’essere e tutto il tempo di ogni singolo fratello.

In conclusione, ogni commento e illustrazione tesi a valorizzare meglio anche gli a-spetti comunitari della Regola Carmelitana, ci sembrano accettabili, ma a patto che non si voglia giungere, ad ogni costo, a conclusioni arbitrarie o generiche: e tali ci sembrano quelle che pretendono finalizzarne tutte le prescrizioni alla edificazione della comunità, attorno all’Eucaristia.

Dire, come fanno alcuni, che «il cuore mistico della Regola Carmelitana sta nell’Eucaristia e nella correzione fraterna» è un’affermazione vera solo in senso genera-le: in quanto, cioè, l’appartenenza al corpo eucaristico-ecclesiale di Cristo è essenziale per tutti i cristiani, ed è per tutti lo scopo dell’esistenza.

Ma il cuore “proprio” della Regola Carmelitana sta nella ricerca dell’isolamento per l’orazione contemplativa, anche se si tratta di una solitudine ecclesialmente nutrita e cu-stodita.
Non è perciò giusto giudicare come “lettura antropocentrica, individualistica e per-sino isolazionistica…”, la tradizionale (e attualissima!) lettura che identifica il centro del-la Regola nel «grande precetto» dell’orazione continua (76).

Rifarsi alle “strutture di comunione” per offrirle come itinerario mistico, contrapposto a quello segnato da una preghiera personale (che resterebbe invece isolata, disincarnata, individualistica, narcisistica ecc. ecc.), vuol dire produrre la contrapposizione in maniera ideologica e artificiale.
In realtà tali strutture sono sostegno e frutto della preghiera personale.


Tra l’altro è interessante osservare che:

- la prima “struttura comunitaria” richiesta è quella della comunione dei beni materiali presenti nell’eremo: né appropriazione, né uso che vada oltre la necessità, né dispo-nibilità indiscriminata, ma pacata e attenta “distribuzione a ciascuno del necessario per mano del Priore o di un suo incaricato”. Il tema teologico della povertà e quello ecclesiale della fraterna condivisione dei beni si intrecciano con il tema teologico dell’obbedienza, in un’unica icona familiare-eucaristica.

- La seconda struttura è quella dell’oratorio da costruirsi in mezzo alle celle in vista del convenire dei frati eremiti per la solenne celebrazione dell’Eucaristia. L’eremo intero viene così trasfigurato in un unico Tempio, e il cammino mattutino dei singoli fratelli (dalla cella all’oratorio) dà quotidianamente una evidenza anche materiale alla tendere di ciascuno verso Cristo Eucaristia, fatto “centro del loro cosmo e della loro storia”.  
Il convenire –prescritto dalla Regola– descrive dunque la comunità nel suo farsi; il che non avviene perché gli eremiti si incamminano gli uni verso gli altri, rinunciando in qualche misura alla loro solitudine –né materialmente né spiritualmente– ma per-ché ciascuno è attratto inesorabilmente da un Centro che è il Cristo vivente nell’Eucaristia. Si può dire, a buon diritto, che la «comunione fraterna» è una so-vrabbondanza, una sorpresa, un dono risultante dal Dono a cui tutti tendono.
L’Oratorio verso cui ci si incammina –dalla circonferenza delle celle disseminate¬ al Centro sacro– permette di realizzare l’unità e di celebrarla.
Abbiamo già osservato, inoltre, che, in tal modo, l’Eucaristia è collocata al centro della Regola, anche dal punto di vista della struttura del testo, così come dev’essere collocata –anche materialmente– al centro dell’Eremo.
Non di un vertice si tratta, ma proprio di una profondità che, essendo quotidiana-mente disponibile, tutto attrae continuamente a sé, affinché tutto in essa si versi e si “consumi”.
Nel Carmelo, questa centralità profonda dell’Eucaristia, prevista dalla Regola, re-sterà anche negli atteggiamenti di tanti suoi santi.
Quando Santa Teresa d’Avila si impegnerà nella Riforma del suo Ordine Carmelitano –tentando di «tornare alle origini»– darà istintivamente alla «centralità» dell’Eucaristia non soltanto un’evidenza teologica e devozionale, ma perfino una e-videnza strutturale: comincerà sempre le sue fondazioni con la gioia e la fierezza di mettere al centro «una iglesia mas adonde haya Santissimo Sacramento» (77). E questo pensiero basterà a compensarla di ogni travaglio (78).
Si può dire –in senso ideale– che Teresa, in ogni sua fondazione, non solo costruirà un oratorio in mezzo alle celle, come la Regola comanda, ma edificherà le celle at-torno all’oratorio, sua prima preoccupazione e vanto
E il giovane Giovanni de Yepes, studente a Salamanca, si sceglierà una celletta stretta e buia solo perché, da una finestrina, può contemplare il Tabernacolo (79).


- La terza struttura è data da altre periodiche (domenicali) riunioni degli eremiti che convengono per trattare «sulla maniera di custodire il [proprio] Ordine [cioè lo stato di vita ormai scelto] e sulla salute spirituale delle [loro] anime», oltre che per l’eventuale correzione fraterna. Questa volta sì, si può dire che gli eremiti si cercano tra loro (ma è evidentemente un “frutto” della celebrazione eucaristica). Ma non è una contraddizione con ciò che abbiamo appena detto.


Proprio perché tutte le strutture –anche quelle comunitarie– tendono alla maturazione del singolo orante è necessario che si operi assieme un discernimento circa la loro effica-cia.
La stessa Regola che Alberto consegna agli eremiti esige da essi una custodia, e la ne-cessità di una verifica periodica.
Come si vede l’eremitismo, senza essere intaccato, si lascia proteggere da quelle strut-ture cenobitiche tradizionali che impediscono il deterioramento della solitudine stessa, la sua oggettiva “pericolosità” (80) che i Santi Padri conoscevano bene.

Richiamare una certa centralità dell’ideale eucaristico-comunitario –anche nella Rego-la Carmelitana– è sempre importante, quando si tratta di sottolineare lo specifico dell’eremitismo cristiano che è tale solo se –come diceva Evagrio Pontico alla fine del IV secolo– fa del monaco un essere «separato da tutti e unito a tutti» (81) .
Apparente contraddizione che l’eucaristia risolve, come ha esemplarmente mostrato, ai nostri tempi, Charles de Foucauld.



Ritratti di Santi - Itinerario Quaresimale 2011

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