Commento alla Regola Carmelitana - Osservazioni preliminarie
OSSERVAZIONI PRELIMINARI E QUALCHE ANTICIPAZIONE
Negli istituti religiosi la Regola segna il momento in cui il carisma originario viene in qualche modo “cristallizzato”, “formulato”, “plasmato”, affinché le generazioni successi-ve possano essere garantite nella loro viva partecipazione allo stesso carisma.
Di solito un Fondatore mette per iscritto la Regola del suo Istituto, quando si rende conto che l’esperienza originaria si è dilatata, coinvolgendo collaboratori e discepoli, e che è giunto il momento di fissare le intenzioni originarie della propria opera, segreta-mente dettate dallo Spirito Santo.
Una volta che la Regola esce, in maniera definitiva, dal suo cuore e dalle sue mani, Egli la offre ai suoi figli come cosa “santa”, intoccabile ¬–espressione della volontà stessa di Dio– non per un indebito processo di sacralizzazione, ma perché essa custodisce il do-no divino e le divine intenzioni dello Spirito.
Anche a questo riguardo, la situazione carmelitana è anomala: quella che in seguito verrà approvata dai Pontefici come Regola è, all’inizio, una semplice “norma di vita” scritta, tra il 1206 e il 1214, da Alberto degli Avogadro, Patriarca di Gerusalemme. E Alberto, a sua volta, si basa, nello scriverla, su un progetto (“propositum”) indicatogli dagli stessi eremiti.
Al termine della nostra analisi vedremo che tale “anomalia” corrisponde perfettamente all’altra anomalia di cui abbiamo già parlato: come, infatti, le origini del carisma carmelitano devono essere rintracciate più in un Luogo che in un Fondatore (anche se vengono subito personalizzate in due archetipi: Elia e Maria), e come tali origini consistono in una possente risalita verso l’Origine stessa dell’Alleanza (in tutte le sue declinazioni: da quella cosmica, a quella vetero-testamentaria, a quella cristiana), così la Regola carmelitana non farà altro che organizzare, nella maniera più semplice, un discorso strutturato e normativo sul «grande e universale comandamento» che chiede alla creatura la massima intimità, possibile su questa terra, col suo Dio.
Vedremo che, anche in questo caso, i carmelitani si troveranno ad ereditare –in ma-niera personalizzata ed esigente– il compito originario di ogni monaco (e in ultima anali-si: di ogni cristiano), senza mai potersi rassegnare all’inevitabile decadenza che esso sempre subisce: chiamati dunque a costruire una storia in continua, paziente, inesorabile risalita verso l’Origine.
Dicendo ciò, abbiamo in qualche modo anticipato le conclusioni cui ci ha condotto lo studio stesso della Regola, in modo che l’analisi che proponiamo risulti in qualche modo già ambientata.
BREVI CENNI STORICI
La Regola Carmelitana giunge al termine di un’evoluzione –durata circa mezzo seco-lo– che si conclude con l’approvazione data dal Pontefice Innocenzo IV nel 1247. In tal evoluzione si possono distinguere tre fasi.
Le riepiloghiamo qui, anche se alcune notizie le abbiamo già apprese ricordando la «storia poetica e spirituale» dell’Ordine nei primi tre secoli della sua vita.
1) All’inizio c’è un “vissuto”: verso la fine del secolo XII, all’epoca della Terza Crocia-ta (1189-1192) condotta dal Barbarossa, alcuni pellegrini-penitenti di origine latina (“conversi”) si raccolgono sul Monte Carmelo, presso la fonte notoriamente detta “di Elia”, per condurvi vita eremitica.
In quegli anni il Carmelo è uno dei pochi luoghi della Terra Santa in cui è ancora possibi-le realizzare una tal esperienza, perché la Montagna è protetta dai fortilizi militari del Regno Latino.
Abbiamo testimonianze certe della presenza di tali eremiti a partire dal secolo XIII.
Il racconto più celebre è quello di Giacomo da Vitry (Jacobus a Vitriaco), vescovo di Acri (Tolemaide) dal 1216 al 1228, il quale ha lasciato scritto nella sua Historia Orientalis:
«... Da ogni nazione che è sotto il cielo arrivavano nella Terra Santa pellegrini votati a Dio, e uomini religiosi attratti dal profumo di questi luoghi santi e venerabili... Inoltre certi santi uomini –rinunciando al mondo, accesi dal fervore della vita religiosa–sceglievano i luoghi più adatti in cui abitare, secondo le preferenze e i desideri di cia-scuno. Alcuni, attratti dall’esempio del Signore, sceglievano quella solitudine tanto de-siderabile che si chiama ‘Quarantena’, lì dove il Signore Gesù digiunò per quaranta giorni dopo il suo battesimo... Altri invece, a imitazione del santo anacoreta, il profeta Elia, preferivano condurre vita eremitica sul Monte Carmelo... vicino alla fonte detta appunto ‘di Elia’... e qui in piccole celle simili ad alveari, come api del Signore, accu-mulavano il miele divino della dolcezza spirituale...» (cc. 51 e 52).
In seguito, i documenti ufficiali dell’Ordine si riferiranno sempre, come a dei progenito-ri, a questi pellegrini “in sancta solitudine conversati” (1).
2) Col tempo, questo “vissuto” giunse ad esprimersi come “propositum”, cioè come “progetto serio” di sequela di Cristo: gli eremiti del Carmelo, infatti, chiesero al Pa-triarca di Gerusalemme, Alberto degli Avogadro –che ricopriva anche le funzioni di Legato Pontificio– di volere stendere per loro una “Norma di vita”, basata appunto sul progetto che essi avevano, in qualche maniera, concordato. Sappiamo anzi che essi avevano già cominciato a riconoscere l’autorevolezza di un certo fratello B. (Brocardo?) che li rappresentava tutti.
La “Norma di vita” (“vitae Formula”) che essi chiedevano non era ancora una Regola, nel senso pieno e giuridico del termine, ma era già “più di un propositum”, e aveva lo scopo di raccogliere gli eremiti in un solo “collegium”, ecclesialmente riconosciuto e sottoposto a un preciso ordinamento giuridico.
3) In seguito, quando il Concilio Ecumenico Lateranense IV (1215) proibì la fondazio-ne di nuovi Ordini religiosi, gli eremiti cominciarono a richiedere lettere e bolle pontificie di approvazione, mirate a sottolineare che l’esistenza del gruppo antecedeva la proibizione conciliare.
Intanto i “carmelitani” dovettero affrontare nel 1238 un traumatico “passaggio in Europa”, e i relativi problemi di adattamento. Finalmente, nel 1247, si giunse ad ottenere da papa Innocenzo IV una vera e propria “Regula confirmata et bullata”, la quale ricono-sceva i “fratelli del Carmelo” come vero e proprio Ordine religioso. Nel contempo, l’originale struttura eremitica, senza essere rinnegata, veniva comunque adattata e aperta anche a una certa “forma di vita apostolica”, simile a quella allora in uso tra i “mendicanti”.
Le più significative modifiche apportate da Innocenzo IV alla originale “norma alberti-na” furono:
- l’elencazione esplicita dei tre voti monastici (“tria substantialia”),
- la concessione di poter abitare anche nelle città,
- la prescrizione della recita delle “ore canoniche”,
- la prescrizione della mensa comune.
Altri piccoli ritocchi andavano ugualmente nella direzione di accentuare gli elementi cenobitici.
Ai fini del nostro studio noi consideriamo, per ora, la Regola Carmelitana come un tutt’uno che trae la sua struttura essenziale dalla “norma” albertina, e trova la sua com-piutezza nella formulazione definitiva approvata da Innocenzo IV.
Le distinzioni non ci sembrano rilevanti per quanto attiene l’interpretazione di fondo del documento.
VERSO UNA RINNOVATA INTERPRETAZIONE
Per circa sette secoli tutti i commentatori della Regola carmelitana hanno considera-to come suo cuore e suo fulcro il precetto della “preghiera continua”, di cui si parla al c. 8: «Rimanga ciascuno nella sua cella, meditando giorno e notte la Legge del Signore e vegliando in preghiere» (2).
Questo stesso precetto fondamentale veniva poi –secondo le diverse epoche e le diverse sensibilità– interpretato o sulla base della originaria vocazione eremitica (tema dell’eremitismo interiore), o in paragone con i grandi archetipi della vicenda carmelitana (Elia e Maria), o in base alle esigenze ascetiche e spirituali di una così impegnativa voca-zione, o insistendo sulle normative giuridiche-morali cui il carmelitano deve attenersi, o precisando i delicati rapporti che devono intercorrere tra le indicazioni contemplative e quelle apostoliche (anch’esse presenti nel testo originario), o approfondendo l’humus biblico in cui la Regola è radicata.
Negli ultimi decenni sono state proposte nuove riletture che tendono a convergere verso una nuova percezione del carisma carmelitano (3).
Elementi nuovi da considerare ai fini di un’interpretazione più approfondita sarebbe-ro:
- il linguaggio medievale “latino-crociato” in cui il testo è composto, che evoca la centralità di Cristo, considerato allora dai pellegrini che si recavano a Gerusalemme come “Signore del luogo” al quale offrire la propria “milizia spirituale” (tema dell’obsequium e del servitium);
- il primato della Parola che deve intimamente plasmare sia la comunità che la persona;
- la centralità dell’Eucaristia come vertice della vita fraterna.
Centro e cuore della Regola sarebbero pertanto i paragrafi 8-13, che l’autore avrebbe composto con l’intento di attualizzare, per gli eremiti del Carmelo, la vita della “primiti-va comunità di Gerusalemme”, ideale che in quegli anni avrebbe nuovamente pervaso la coscienza della cristianità.
Senza nulla togliere all’interesse che meritano alcune nuove suggestioni, le quali of-frono utili integrazioni, a me sembra che non si possa e non si debba ridurre tutto agli a-spetti e ai valori comunitari.
Il senso ovvio dei testi va rispettato per evitare di cadere –con una manipolazione for-zata– nella genericità e di ritrovarsi così in mano soltanto delle indicazioni buone e ne-cessarie per qualunque forma di vita cristiana. Ritorneremo sull’argomento, quando ana-lizzeremo i testi relativi.
Anche noi, tuttavia, pensiamo che l’interpretazione della Regola debba essere rinno-vata –in base alla nuova sensibilità ecclesiale che è certo un segno dei nostri tempi–, ma lo schema esposto già ci dice che è possibile farlo basandosi ancora sulla centralità (per tanti secoli intuita e insegnata) del precetto della «preghiera continua».
D’altronde sarebbe impossibile negare che questa centralità (anche se più o meno vis-suta, secondo le diverse epoche e le varie vicende comunitarie e personali) ha comunque strutturato la coscienza e la stessa subcoscienza dei carmelitani d’ogni tempo.
Crediamo anzi (e pensiamo si possa dimostrarlo) che tutta la complessa vicenda del Carmelo, nei secoli, ruoti attorno alla sfida e alla provocazione –accolta dai carmelitani– di volersi addossare in proprio un tale “precetto (umanamente) impossibile” che ha tra-vagliato da sempre la coscienza di tutta la cristianità.
E crediamo altresì che l’interpretazione che qui proponiamo sia esigita non solo da una tradizione assolutamente concorde, ma dalla stessa struttura che la Regola presenta, se la si considera senza pregiudizi.




