Commento alla Regola Carmelitana di P. ANTONIO M. SICARI O.C.D.

IL TESTO DELLA REGOLA CARMELITANA 

La Regola carmelitana consta di 21 paragrafi o capitoletti. Ecco una nostra versione italiana dell’originale latino (che contiene già le modifiche apportate da Innocenzo IV):

«[1] Alberto, chiamato per grazia di Dio ad essere Patriarca della Chiesa di Gerusalemme, ai diletti figli in Cristo B. e agli altri eremiti che dimorano sotto la sua obbedienza sul Monte Carmelo, presso la Fonte, salute nel Signore e benedizione dello Spirito Santo.

[2] Molte volte e in molteplici modi i Santi Padri hanno stabilito come chiunque – a qualunque stato di vita [“Ordo”] appartenga o quale che sia la forma di vita religiosa scelta – deve vivere in ossequio di Gesù Cristo e a Lui servire fedelmente con cuore puro e buona coscienza. Ma poiché ci chiedete di darvi una formula di vita, in base al vostro ideale di vita [“propositum”], alla quale dovrete attenervi in avvenire:

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Alfred Sisley, La chiesa di Moret - Sera
Alfred Sisley, La chiesa di Moret - Sera
Assemblea Generale del M.E.C.

 

Relazione introduttiva di P. Antonio M. Sicari

 

 

  
I°. CAPIRE L’AMBIENTE
  

1. Definizione dell’ambiente

 

Per “ambiente” intendiamo quei “luoghi di vita” (che sono tuttavia identificabili anche come concreti spazi e ambiti fisici) nei quali

- la trama e la qualità dei rapporti,

- la maniera diffusa di trattare (affrontare) i concreti problemi dell’esistenza,

- le influenze dominanti provenienti da mass-media, agenzie culturali e pseudo-culturali, tradizioni condivise, mode imperanti ecc. ecc.

tendono a condizionare e a definire la persona costruendole attorno uno spesso involucro protettivo-espressivo, sempre più determinante.

 

2. L’influsso dell’ambiente

 

L’influsso dell’ambiente sulla persona è inevitabile e “necessario” per la crescita della persona: esprime, per così dire, il suo “incarnarsi” nel tempo e nello spazio.

 

(Quando il Figlio di Dio si incarnò, il sole, gli odori, i panorami, i costumi, il linguaggio della Palestina, furono necessari alla verità della sua incarnazione e alla maturazione del suo “io” divino-umano. Vivere fuori dell’ambiente significa disincarnarsi: quanto più uno vive fuori dal suo ambiente tanto meno vive!).

 

Ma l’influsso dell’ambiente è buono e positivo se e quando il nucleo intimo della persona (la coscienza dell’io, la comprensione e la valorizzazione delle sue esigenze originarie, l’irripetibile vocazione e il destino della persona) viene salvaguardato e portato a maturazione.

Nell’ambiente si realizza, allora, ciò che Giovanni Paolo II (nella sua Lettera alla famiglie) definiva “genealogia della persona”: “Il processo attraverso il quale una persona umana raggiunge la sua maturità non solo biologica.

Ma tale influsso positivo dell’ambiente non può essere dato per scontato.

Sotto gli occhi di tutti è oggi una dolorosa evidenza: i principali ambienti vitali (famiglia, lavoro e ambiti legati al tempo libero) tendono a veicolare mentalità, linguaggi, esperienze, forme espressive e, soprattutto, mode che tendono a condizionare negativamente la persona sovrapponendo al suo nucleo più vero, una specie di involucro spesso e infrangibile che afferra l’io e, paradossalmente, lo costringe a vivere “al di fuori di se stesso” (al di fuori del suo “Castello”, come ci hanno ricordato – anche se in modi diversi – S. Teresa e Kafka).

La qualità dell’ambiente si vede dalla qualità dell’io (e viceversa): l’io può modificare l’ambiente e l’ambiente può modificare l’io.

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Di solito gli appartenenti ad un Ordine religioso o a un Movimento, per comprendere e assimilare il loro carisma, si rifanno al proprio Fondatore e alla sua esperienza originaria per cercarvi il particolare tipo “di spiritualità, di vita, di apostolato, di tradizione” (cfr. MR 11) che essi devono “custodire, approfondire e sviluppare”.
Per i carmelitani, le cose non stanno così: non ci sono dei fondatori veri e propri (anche se si conosce l’esistenza di un primitivo gruppo di eremiti che si stanziarono sul Carmelo e chiesero una “norma di vita” al Patriarca di Gerusalemme). Tuttavia da sempre vennero considerati come “Fondatori” sia il profeta Elia, che la Vergine Santa.
Bisogna precisare attentamente: non si trattò semplicemente di due devozioni particolarmente coltivate, ma della persuasione di un rapporto privilegiato, uguale a quello che gli altri istituti hanno con i loro rispettivi “Fondatori e Fondatrici”, anzi molto più intenso e impegnativo.
Venne affermata una relazione di origine, così intensa e unica e realistica che, per secoli (almeno fino al sec. XVIII), venne ritenuta da tutti i cristiani anche storicamente documentata e documentabile. E’ in questo senso che preferiamo oggi parlare d’archetipi, cioè di “modelli originari” del carisma stesso. 

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