Urge la scuola!

di Anna CANNIZZO

È una qualsiasi domenica pomeriggio, accendo la televisione ed incappo in Giletti che a “Domenica in” conduce “l’arena” (si chiama così, credo); il tema è la questione delle ronde di quartiere ed il tono della discussione è più da circo, che da riflessione sociale e politica, quale invece dovrebbe essere. Accanto a me ho un testo di letteratura da consultare perché domani devo spiegare ai ragazzi di quinta il Verismo. A quei tempi ancora alcuni intellettuali credevano di potere avere un ruolo nella società. Alcuni avevano già rinunciato, ma altri hanno creduto davvero di potere, dovere denunciare i mali di una società che nello slancio verso il progresso mieteva vittime e perdeva per strada uno dei valori più importanti: l’umanità. Ma oggi, proprio mentre preparo la lezione per domani, mi sembra che la domanda dei nostri tempi sia diversa: dove sono oggi gli intellettuali? Dove parlano, dove agiscono, dove si riconoscono? Dove promuovono una lettura critica della società ed attraverso quali strumenti la diffondono?

Tolta qualche sporadica apparizione e le performance satiriche dei comici, il panorama è davvero desolato. Intorno a noi ci sono le soubrette del momento invitate ad esprimere pareri su questioni gravissime come il testamento biologico o il diritto di sciopero. Come “ospiti illustri”  vediamo i direttori dei periodici di gossip. Ed alla luce della ribalta ci sono  i partecipanti ai reality che assurgono a ruolo di modelli di riferimento e la cui opinione sempre di più  influenza l’opinione pubblica. Dove sono le altre opinioni? Dove sono gli scrittori, i filosofi, gli storici, gli uomini di cultura? O assenti, o relegati al ruolo di “esperti”, così tecnici da non fare opinione, oppure fagocitati dal sistema e trasformati anch’essi in uomini di spettacolo. Perché il dramma vero è che tutto sembra essere ridotto a talk show.  

Non è più il tempo di intellettuali che si pongono alla testa dell’opinione pubblica. Non è più il tempo di Pasolini e di Sciascia né dei loro articoli di fuoco che infiammavano la scena civile e politica.  Eppure c’è un disperato bisogno di intellettuali nella società di oggi, in questa nostra sempre più piccola Italia. C’è bisogno della voce di chi osservi la realtà, la scruti, ne faccia oggetto di riflessione vera ed approfondita, ne sappia filtrare le passioni così da restituire alla gente un’immagine chiara e comprensibile, ripulita dalle sozzure degli interessi personali e di mercato che intorbidano la nostra esistenza. Oggi, non meno di allora, abbiamo bisogno di intellettuali che abbiano il coraggio di esprimersi, di venire fuori dalle loro torri eburnee aperte solo agli esperti del settore; abbiamo bisogno di intellettuali che parlino a voce alta, che prendano posizione, che contribuiscano a ritrovare un senso.

Non rimane che la scuola, questo penso. Credo che essa sia oggi candidata a divenire baluardo di cultura e di pensiero; l’unico luogo da cui ancora si cerca di interpretare e comprendere la realtà. Sgangherata com’è, ed afflitta da mille malanni, storture e debolezze, ritengo sia ancora un luogo, uno dei pochi, in cui si cerca di creare spazi seri per la riflessione e per l’approfondimento. Qualunque siano i risultati, almeno ci sono i tentativi. Ed anche questa oggi è una conquista. Non so quanto ancora la scuola resisterà agli attacchi degli insegnamenti “utili” che sempre di più premono per eliminare quegli “inutili” (saranno poi validi i parametri di utilità che ci presentano?), non so quanto ancora rimarrà indipendente e libera da logiche di mercato, non so quanto passerà prima che venga disintegrata del tutto, come sistematicamente a livello politico si sta cercando di fare, ma so con certezza che fin quando potremo parlare di Montale, di Dante, di Verga, del Romanticismo, del Risorgimento, della classicità, di Orazio e di Catullo; di Omero e di Virgilio, di Shakespeare, di Ibsen, di Voltaire, di Socrate, di Kant, di Galilei, di Brecht, di Baudelaire e via così per tutti i percorsi che le materie “inutili” ci permettono di fare, sino ad allora c’è speranza per un pensiero critico.

Non ci sono molti altri luoghi nella società di oggi. Lo sappiano i ragazzi quando sbuffano davanti a noiose analisi del testo o quando ci chiedono perché studiare Dante. Lo sappiano che la scuola è una delle ultime roccaforti sfuggite alla barbarie dilagante, lo sappiano che forse sarà grazie a Dante, grazie allo studio della Resistenza, grazie alle ore trascorse per tradurre una versione di Cicerone o per eseguire un problema di matematica che non avranno perso del tutto la capacità di riflettere e di comprendere.

Siamo noi gli intellettuali, non vedo molti altri che discutono con i ragazzi di quanto accade nel mondo in maniera seria e non salottiera; siamo noi che cerchiamo di dare loro uno spessore culturale ed una capacità critica indispensabile per tutto. Siamo noi, con i nostri sistemi antiquati e le nostre risorse a dir poco ridicole che ci opponiamo alla società “liquida”, facendo della cultura uno strumento di costruzione solida. Siamo noi che, pur consapevoli della battaglia impari e difficile contro una tendenza ormai dominante, non ci tiriamo indietro ed ogni giorno “scendiamo in campo”. E se non riusciamo, ci rimarrà la certezza di averci provato.

Dialoghi Carmelitani, settembre 2009

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