di Anna Cannizzo

Negli ultimi anni, probabilmente a ragione, si è cominciato ad insistere maggiormente sul fatto che il Cristianesimo non è una questione di moralità; non è un giudizio etico quello che distingue i cristiani dai non cristiani; il mondo non deve aspettarsi che chi va in chiesa la domenica sia migliore di chi non ci va.  I cristiani “illuminati” esprimono con forza la convinzione che essere cristiani non significa essere più bravi, più sensibili, più attenti, più attivi degli altri. E’ una questione di fede, “essenzialmente” di fede, non di azione o di comportamento. Cristiano è chi ama Cristo, chi vuole seguire Cristo. E poiché Cristo s’incarna nella Chiesa, essere cristiani cattolici si è tradotto per molti, in modo implicito (forse anche un po’ superficiale), nel seguire i precetti della Chiesa: la Messa, le funzioni varie, i digiuni, i fioretti, le preghiere. Si è più cristiani quanto più ci si accosta a pratiche cristiane. La bontà, la giustizia, l’onestà, la carità riguardano l’ambito umano, non propriamente quello cristiano – si sente dire – quindi non è giusto giudicare un cristiano su questi parametri.

C’è un fondo di verità in questa distinzione ed un ampio margine di errore: è la verità di chi si accorge che il Cristianesimo è un rapporto prima di essere un comportamento ed è l’errore di chi dimentica che questo rapporto nasce nel cuore di un Dio che ha come sua vocazione l’uomo e che, quindi, non può prescindere dall’uomo. Il Dio Cristiano è un Dio follemente innamorato dell’uomo: l’ha creato a Sua immagine, gli si è alleato, l’ha aiutato, punito, sedotto, salvato. E infine si è fatto uomo pure Lui. L’incarnazione di Cristo è l’esaltazione massima dell’amore di Dio per la natura umana, per ogni piega della natura umana, che in Cristo è stata assunta e valorizzata al massimo. In Cristo la bontà è divenuta carità; la tolleranza perdono; il rispetto condivisione; l’anticonformismo esaltazione della verità dei rapporti, l’amore per la giustizia martirio, persino la sofferenza  è divenuta mezzo di salvezza; e la morte è stata sconfitta dalla resurrezione. Ogni aspetto della vita umana con Cristo è divenuta più umana, più umanamente comprensibile, tanto da esprimere quel cuore dell’umanità che porta in sé l’effige di Dio.  Così se è vero che il centro del cristianesimo è l’amore per Cristo è altresì vero che non ci può essere amore per Cristo che non ami, recuperi, valorizzi, amplifichi la natura umana, propria ed altrui, come ha fatto Cristo. E la vita risponde di più, acquista più bellezza, più significato, più spessore, si colora di eterno e respira d’infinito.
Non possiamo scientificamente dimostrare che Dio esista o che il Cristianesimo sia la religione migliore, ma quello che è certo è che una vita vissuta cristianamente è comunque ben vissuta, è vita sino in fondo.

La gente dovrebbe rimanere affascinata dall’umanità dei cristiani, prima ancora che dalla loro fede e dalle pratiche precettistiche. Accade così davanti ai santi che destano ammirazione e rispetto da parte di tutti: non credenti, fedeli di altre religioni, oppositori accaniti della Chiesa Cattolica. E’ così davanti a San Francesco, a madre Teresa di Calcutta, a padre Puglisi, persino davanti ad una monaca di clausura come Santa Teresa del Bambino Gesù. La loro umanità risplende. Così deve essere. La gente dovrebbe additarci per il modo diverso in cui viviamo le stesse situazioni di tutti: l’amore, il dolore, la morte; i pregiudizi, le apparenze, il lavoro, la realizzazione personale intesa non come  espressione di egoismo (individuale o di cerchia ristretta di parenti e amici poco cambia), ma come vocazione al servizio degli altri nell’amore di Dio.

Quando il mondo è fiaccato, avvilito e sconfitto dal male che ci circonda e reagisce chiudendosi nel proprio egoismo, il cristiano, pur se fiaccato, avvilito e sofferente, non si sente mai sconfitto, mantiene la speranza come prospettiva di vita, la carità come modalità di esistenza e la fede come certezza di vocazione. Questo fa di lui un uomo più uomo. Lo fa più desideroso di verità ed onestà, lo fa più impegnato nella costruzione di una società giusta, più coraggioso nell’affrontare le battaglie che la vita presenta, più ligio nel compiere il suo dovere, più misericordioso davanti alle sofferenze altrui, più fiducioso nelle potenzialità degli altri, più attento alle esigenze di chi ha vicino, più innamorato degli altri uomini, anche contro ogni logica, perché la sua è la logica della croce.

Il problema da porsi quindi non è se chi va in Chiesa è migliore o peggiore di chi non ci va, ma se chi va in Chiesa vive realmente l’amore per Dio così da farlo divenire amore per gli altri, attenzione, cura, preghiera, perdono.  

Non è un comandamento morale, imposto e faticoso, non sono dettami a volte opinabili; è un comandamento naturale che scaturisce dall’amore, che risponde alla ragione umana tutta intera e alla sua ricerca di senso. “Il mio giogo è leggero”, dice Gesù. E’ l’amore che impone le regole. Questo intendeva dire sant’Agostino con la frase, oggi troppo inflazionata “ama e fa’ ciò che vuoi”.
Così dovrebbe accadere in noi cristiani. In modo vivo, proprio come avveniva tra i primi cristiani; con amore prima ancora che con obbedienza. Anche a costo di essere cattolici un po’ ribelli e contestatari, ma capaci di far risaltare l’umanità di ciò in cui credono, al di là di moralismi e bigottismi.
E, se è vero che essere Cristiani non significa essere più buoni degli altri, è anche vero che il Cristiano, per sua vocazione, dovrebbe aspirare ad esserlo.

 

Dialoghi Carmelitani, Editoriale, Settembre 2008

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