di P. Antonio Maria Sicari

Raccontando la creazione dell’uomo, fatto “a immagine e somiglianza”di Dio, il libro della Genesi si sofferma su due momenti artisticamente (ma non cronologicamente) distinti.

– Il primo momento è quello in cui viene plasmata l’umanità dell’uomo: collocato al centro o al vertice di tutte le creature mondane, l’uomo – “uno di corpo e d’anima” (miracolo di uno spirito incarnato e/o di una materia spiritualizzata) – è segnato da una “ultima solitudine”: l’Adam originario, dovunque volga lo guardo, non trova alcun’altra creatura che possa «stargli di fronte» e nella quale possa riconoscersi; non ha nessuno da amare e da cercare, se non l’invisibile Dio. Ed è soprattutto la sua “carne spirituale” a soffrire per una sorta di incarnazione incompiuta.

– Il secondo momento è quello in cui viene plasmata la comunione corporea e spirituale tra Adamo ed Eva: due esseri umani protesi l’uno all’altro, nel corpo e nell’anima, due esseri resi capaci di reciproco e fecondo amore, spirituale e carnale.  Se nel primo momento “l’immagine di Dio” brillava nella stessa umanità dell’uomo, in questo secondo momento l’“immagine” brilla e risalta nell’esperienza comunionale di due forme umane diverse e complementari, che si riconoscono e si uniscono. Ancor più: per rendere possibile tale “momento comunionale” Dio ha dovuto compiere un miracolo sublime: quello di affidare anche alla materia la capacità di esprimere e trasmettere amore (qualcosa della sua “divina natura” dunque!).

La seconda immagine completa la prima, ma tuttavia non la annulla: donando all’uomo la compagnia della donna (e viceversa), Dio non ha inteso abolire quella «originale solitudine».
Nella comunione genesiaca, – spiegava Giovanni Paolo II nelle sue Catechesi sull’amore umano – «viene perfettamente assicurata tutta la solitudine originaria (del primo uomo e di tutti) e nello stesso tempo tale solitudine viene in modo meraviglioso permeata e allargata al dono dell’altro» (Cat. 12/II/1980).
L’«ultima solitudine» resta come segno e sigillo della radicale appartenenza di ogni singola creatura umana al suo Creatore.
Si può dire perfino che la solitudine originaria è destinata ad aumentare, dato che nella «comunione interpersonale, fisica e spirituale, tra uomo e donna, ciascuno dovrà assumersi un po’ della solitudine dell’altro come propria» (Cat. 21/XI/1979).

Non si tratta solo di un diritto che Dio rivendica in forza della sua assolutezza, ma di una necessità insita nel Disegno eterno che Egli ha già prefissato: quello di mandare un giorno suo Figlio ad assumere la nostra stessa carne e ad entrare nel gioco delle relazioni umane, sostanziandole sacramentalmente del Suo stesso Amore.
È soprattutto in vista dell’obiettivo ineffabile dell’Incarnazione, che la creatura dovrà perseverare nella propria originaria solitudine.

***
«Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con altri», scriveva angosciato Cesare Pavese il 4 maggio 1939. E sono innumerevoli gli uomini che potrebbero assentire.
A questo livello, però, la solitudine non è più soltanto quell’esperienza trascendentale che pone l’uomo in una vertiginosa distanza dalla creazione (là dove egli si sente attratto dall’Assoluto), ma è un’esperienza legata alla propria colpa originale (e/o attuale) e a tutte le lacerazioni storiche in cui siamo immersi.
Non è più soltanto la “solitudine buona” che viene prima della comunione e resiste in essa come un diamante inscalfibile, ma è anche la “solitudine amara” che viene dopo i mille tradimenti inferti alla comunione con Dio e con gli uomini.
È perciò una solitudine vissuta, a tratti, come angoscia e condanna.
L’esperienza dell’amicizia nelle sue innumerevoli sfumature e, soprattutto, quella dell’amicizia sponsale offrono continuamente agli uomini il metodo paziente per riconciliare tutta la complessità di cui abbiamo parlato: il gusto commovente della comunione realizzata; il persistere esigente di una propria irriducibile e buona solitudine; la coscienza delle colpe con cui avveleniamo la comunione e corrompiamo la solitudine; la speranza di essere sempre nuovamente accolti e nuovamente confermati nella nostra dignità.
In ogni vera amicizia e in ogni vero matrimonio (non solo in quello cristiano-sacramentale), è concesso alle creature umane un certo ritorno “al principio”, quando solitudine, comunione, peccato e un inizio di paziente salvezza furono per la prima volta esperimentate.
"Un buon matrimonio è quello in cui ognuno dei due nomina l'altro guardiano della propria solitudine, e gli mostra fiducia, la più grande possibile... Una volta che si accetta che anche fra gli esseri umani più vicini continua ad esistere una distanza infinita, può crescere una forma meravigliosa di vivere uno a fianco all'altro se si riesce ad amare quella distanza che permette ad ognuno di vedere nella totalità il profilo dell'altro stagliato contro un ampio cielo" (Rainer Maria Rilke).

Certo l’esperienza dell’amicizia cristiana e della famiglia cristiana dovrebbero inondare i credenti di “grazia”: esaltando e spingendo la solitudine di ciascuno verso la “santa verginità” propria di ogni creatura; impregnando la coniugalità di esperienze trinitarie (costruendo “persone in comunione” ricche di ogni fecondità; e riscattando la fatica del vivere e le inevitabili debolezze con un’amministrazione continuata di perdono e di eucaristia.
Le comunità ecclesiali dovrebbero congiuntamente risplendere per verginità (lo splendore dignitoso di tutte le “originali solitudini”), per comunionalità (la capacità di trasmettere amore personale attraversando tutta la densità della materia) e per sacramentalità (far divenire tutto segno e strumento di grazia salvifica).

Forse però il compito più urgente non è quello di sottolineare le divergenze sempre più marcate tra la visione cristiana della persona e della famiglia e la visione cosiddetta laica, che non comprende nemmeno più i dati (= doni) fondamentali che i cristiani ancora riconoscono (persona, comunione, verginità) e ancor meno comprende le rispettive connotazioni (maschilità/femminilità, sponsalità, irriducibile dignità).
Su questo confronto i cristiani si fanno sempre più timidi o arroccati e i laicisti si fanno sempre più ottusi e scanzonati.
Tra i credenti, solo i mistici si trovano a loro agio.
E tra i non credenti forse solo i poeti e gli artisti (quando si sentono un po’ sorpresi dalla gioia o trascinati da una qualche forma di innamoramento) riescono ancora, a tratti, a intuire e descrivere la bellezza del disegno originario di Dio.
Quando ciò accade – lo sappiano o non lo sappiano – essi si trovano collocati di schianto sullo scenario del primo Paradiso, dove il Creatore è intento (non lo è sempre?) a disegnare la sua Creazione (e sappiamo che il Padre ha sempre in mente l’immagine adorabile di suo Figlio Gesù e ha sempre in cuore l’Amore che li lega entrambi e che continuamente respira sulla creazione).

***

Possiamo tentare di tornare, per un solo attimo, in quel Paradiso?

Al “Museo del Duomo” di Firenze si conserva una formella esagonale di terracotta invetriata, scolpita da Donatello, che rappresenta la “Creazione di Eva”.
Adamo dorme.
Sul bellissimo mondo creato da Dio è sceso un certo torpore, perché non c’è nulla in cui Adamo possa riconoscere la propria immagine, e dunque non c’è nulla in cui l’uomo possa “immaginare” Dio. 
Se anche Adamo si specchiasse in una pozza d’acqua, rischierebbe d’innamorarsi di se stesso, come un povero narciso.
L’immagine e la somiglianza con Dio – che gli è stata donata – è un dono, ma non ancora un compito né un lavoro. Adamo la sente nell’anima, ma non nel corpo: l’immagine non è ancora “realtà” per lui.
La solitudine di Adamo è la sua dignità, ma anche la ferita del suo cuore.
Perciò Dio, costretto dal suo stesso amore a “ripensare” la creazione, lo ha addormentato: “Non è bene che l’uomo sia solo!” – dice Dio guardandolo – “Gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18).
Ed ecco il Creatore chinato sulla creatura troppo sola, sulla creatura dormiente, per trarre dal suo costato – dal lato del cuore – la donna: la donna sì , immagine perfetta!

La piccola scultura di Donatello ci mostra la donna ¬nell’attimo in cui sorge dal costato dell’uomo ed è ancora tra le braccia di Dio.
Vediamo l’intera creazione (la realtà!) che si fa sponsale e materna raggiungendo il vertice della realtà e della bellezza (come è armonioso e perfino voluttuoso il corpo scolpito dall’artista!)
Vediamo la donna, un istante prima che Adamo si svegli e la riconosca come “divina immagine”, facendosi a sua volta riconoscere come immagine di Dio.
Al centro della formella sta dunque Eva: la donna chiamata a garantire per sempre “l’ordine dell’amore”: «Sul fondamento del disegno di Dio la donna è colei in cui l’ordine dell’amore – nel mondo creato delle persone – trova il terreno per la sua prima radice» (Mulieris Dignitatem, n.29).

Appena Adamo si sveglierà comincerà la storia dell’amore umano, sempre innestata in quella dell’amore divino.
Comincerà una storia fatta di entusiasmo (“Questa sì è osso delle mie ossa e carne della mia carne!”) e di dramma (“Questa donna qui mi ha dato da mangiare il frutto dell’albero! ...”) che scorrerà ininterrotta fino alla pienezza dei tempi.
Poi, al centro del mondo e della storia, la realtà di Maria (la nuova Eva, nel suo splendore immacolato) e di Cristo (l’uomo nuovo immagine perfetta di Dio).

Fino a toccare – qui e ora – le nostre famiglie: quest’uomo e questa donna, capaci di guardarsi e di amarsi come immagini feconde di Dio.
Ad esse, però, chiediamo di voler contemplare attentamente la piccola scultura di Donatello, lascandosi ferire dall’evidenza.
Appena Adamo si sveglierà vedrà la donna tra le braccia di Dio: come una bambina tutta abbandonata che si lascia da Lui sollevare, ma anche come una Sposa che si getta tra le Sue braccia.
Adamo dovrà certo prenderla in sposa, ma se dimenticherà anche per un attimo quella prima visione o se vorrà contenderla a Dio, profanerà il mistero e la bellezza della sua donna.
Per ambedue (per ogni coppia di sposi), ricordare sempre quel primo attimo – quando Adamo sta per svegliarsi con gli occhi già colmi di stupore ed Eva è ancora tra le braccia di Dio – deve restare un’esperienza ineffabile, capace di donare loro sempre nuova purezza.
Si chiama “verginità”.

Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2008

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