Recensioni Film

IO, L’ALTRO
Estranei o fratelli?

a cura di Stefania Giorgi

Sono davvero innumerevoli i film che, nella storia del cinema, hanno affrontato il tema dell’immigrazione, legato quasi inevitabilmente alle problematiche dell’integrazione e del razzismo, tanto è vero che riusciremo soltanto ad offrire una brevissima panoramica delle prospettive principali attraverso cui è stato rappresentato l’argomento, segnalando qua e là dei titoli per la visione.
I vari registi hanno infatti costruito le loro opere con sguardi, interpretazioni e giudizi di volta in volta anche molto diversi, influenzati dal periodo storico, dal contesto ambientale, dal vissuto personale e dalle posizioni politico-ideologiche o religiose, rendendo evidente che la pretesa di un’obiettività assoluta, perdipiù su tematiche così calde che dividono sempre, è praticamente impossibile. D’altra parte infatti, di fronte a ciò che è umano nessuno rimane completamente indifferente, anche il solo guardare e descrivere la realtà, attraverso ad esempio il linguaggio cinematografico, sono gesti che contengono comunque, magari non definitivo o poco chiaro, un giudizio su quella realtà.

USA vs Europa
 
Aiutati da alcun esempi, proviamo a sintetizzare le interpretazioni più frequenti del fenomeno, anche se sarebbe già necessario distinguere l’approccio americano da quello europeo.
Storicamente non si può infatti prescindere dalla vastissima produzione cinematografica degli Stati Uniti, sia per l’incontrastato dominio commerciale e culturale di questo paese sulla settima arte, sia per la loro stessa origine storica e sociale essendo nati proprio dall’emigrazione, volontaria o forzata, di milioni di persone. Essi hanno perciò avuto sempre, e continuano ad avere, una voce molto importante in capitolo, influenzando così anche lo sguardo del resto del mondo, seppure non si possa parlare di vera e propria egemonia come invece parecchi sostengono.
E’ solo da non molto tempo invece che l’Europa ha aumentato la realizzazione di film che mettono al centro questa tematica specifica con il bisogno di esprimersi in merito (erano più frequenti cortometraggi e documentari, cioè opere esplicitamente di denuncia e con una valenza sociale e politica), cioè da quando il fenomeno è diventato troppo grande da poter essere ignorato o affrontato solo con nobili principi.
Le esperienze non possono che essere notevolmente diverse e hanno condotto a visioni cinematografiche anche molto lontane, anche se non possiamo certamente ridurre le due interpretazioni a blocchi contrapposti perchè hanno entrambe al loro interno elementi affini e sfumature interessanti.
La differenza più evidente che potrete notare tra il cinema americano e quello europeo è che il primo tende quasi sempre ad un giudizio, ad una “morale” (fa parte del retaggio culturale protestante che fa sì che, per quanto lontani possano ormai esserne i produttori americani, essi si pongano sempre in modo molto chiaro le domande fondamentali su bene e male), mentre quello europeo mostra l’intenzione stilistica (anche se a volte sgradevolemente forzata) di narrare una storia senza voler mostrare, in maniera troppo evidente, il pensiero del regista, per permettere allo spettatore di riflettere e di arrivare da solo a formarsi un’idea. Da una parte il rischio è di imporre un giudizio troppo netto, dall’altra di non darlo affatto, o di pretendere di poter rimanere neutrali.

Di qua e di là dalla frontiera

Al di là di queste due schematici linguaggi cinematografici, ho rilevato come ci siano fondamentalmente due tipi di racconto: uno segue la storia dalla prospettiva dell’immigrato, mentre l’altro la segue dalla parte di chi appartiene alla comunità in cui arriva l’immigrato (e non ci addentriamo nella spiegazione di come la figura dell’immigrato nel cinema sia cambiata, rilevando solo che per lungo tempo è stata caratterizzata da forti stereotipi. Non ne mancano anche oggi, magari speculari rispetto a quelli passati). Per il regista, in questo modo, è certamente più semplice sottolineare di più le esperienze e i sentimenti dell’uno o dell’altro.
Nel primo caso troviamo la descrizione delle cause, spesso drammatiche, che hanno portato alla partenza o alla fuga (guerre, persecuzioni, povertà, disoccupazione, disagio familiare, intolleranza), poi il racconto del viaggio, spesso una vera e propria odissea, a volte fatale, per arrivare alla meta agognata, l’approdo e le difficoltà della sopravvivenza, magari la delusione della mancata accoglienza o della solitudine di una vita da esule, da straniero per sempre, la lacerazione per un destino a metà, tra una casa abbandonata e una casa che non si riesce a costruire, per non parlare dello sfruttamente e delle vicende più penose in cui si può finire.
Nel secondo caso i registi illustrano due tipi di reazioni: l’urto di un arrivo improvviso, il pregiudizio alimentato dall’ignoranza e dalla superficialità, la paura che ti toglie la capacità di distinguere tra chi è onesto e chi non lo è, il sospetto, l’indifferenza, il rifiuto di confrontarsi, ma anche lo sfruttamento, magari fatto passare per carità e spirito imprenditoriale. Oppure l’incontro che cambia, sia per coincidenze interiori di predisposizione, o per circostanze forzate: si rompe la crosta, cade il velo dagli occhi e si vede per la prima volta. E quello che si incontra non è tanto una cultura diversa, ma un volto, degli occhi, un sorriso, un dolore. Improvvisamente si scopre che sono uguali ai nostri. O piano piano ci si trova a riconoscere il proprio volto, il proprio cuore in quello dell’altro.

Emblematico del primo tipo di racconto è l’ultimo film (2009) di Costantin Costa Gavras, Verso l’Eden, con protagonista l’italiano Riccardo Scamarcio che interpreta un clandestino (non ne viene specificata volutamente nemmeno la provenienza) che, gettandosi da un barcone vicino alle coste greche, comincia il suo viaggio verso Parigi per cominciare una nuova vita. Da soggetto debole qual è, molti se ne approfittano, anche se ci sono anche gli incontri buoni, e Parigi non sarà alla fine il paradiso cercato.
Il “sogno infranto” è uno dei motivi dominanti nelle pellicole che parlano del problema dell’immigrazione. Il ribaltamento della prospettiva iniziale può culminare perfino nella tragedia: questo è il momento in cui risulta maggiormente evidente il conflitto esistente tra immigrato e residente, tra l’inconciliabilità delle rispettive culture e l’impossibilità nel trovare un equilibrio tra le parti e una serena convivenza. Cercando di fare del suo protagonista un simbolo di tutti gli immigrati, Costa Gavras però ce lo allontana e ne fa una figura troppo astratta, spostando il registro dalle sofferenze della discriminazione, del disagio, dell’inospitalità nei confronti dello straniero, verso quello dell’avventura di formazione di un giovane in cerca del suo destino.

Più credibile e onesto il film di Marco Tullio Giordana di qualche anno fa, Quando sei nato non puoi più nasconderti (2005). Ci troviamo qui dall’altra parte del vetro così che facciamo esperienza delle traversie degli immigrati clandestini attraverso gli occhi di un ragazzino italiano di dodici anni. Anche per lui sarà il momento di crescere e di vedere per la prima volta questa realtà, ma per poi arrivare ad un incontro vero con chi cerca disperatamente un posto nel nostro mondo. Sandro, figlio di un imprenditore bresciano, vede tutti i giorni persone straniere: nella fabbrica del padre, sui marciapiedi della sua città, ma non li ha mai guardati veramente, e i suoi genitori non lo hanno mai aiutato ad interrogarsi in merito. In crociera con il padre su una barca a vela, il teenager con la playstation cade in acqua accidentalmente durante la notte, solo per essere salvato da un ragazzo rumeno che viaggia con la sorella su un barcone di clandestini in rotta verso l’Italia. Il film segna il suo apice proprio con la magnifica scena della caduta in mare: la resistenza del ragazzino, il lento scivolare a fondo e infine le braccia di clandestini che lo riportano alla luce, annunciando una seconda nascita. Saltano tutti i riferimenti, ma Sandro, costretto ad andare all’essenza di se stesso, esteriormente e interiormente, saprà riconoscere che l’amicizia, i sogni e le speranze stanno di casa in tutti i cuori. Con i clandestini sbarca in Italia, entra in un centro di accoglienza e riabbraccia i genitori, ma ormai non è più lo stesso: chiede di dare più di un semplice grazie a coloro che lo hanno salvato e obbliga i genitori perplessi ad offrire tutto: una casa, un lavoro, forse anche una famiglia. Ma, dopo aver aperto gli occhi dando un volto e un nome a quelli che anche noi chiamiamo indistintamente “immigrati” o “marocchini” o “negri”, Sandro dovrà fare i conti con la complessità e l’ambiguità dei cuori, delle ferite, delle incapacità che ognuno si porta dentro. Non si è buoni infatti solo perchè si scappa dalla povertà o da una guerra, e non sempre si riesca ad essere all’altezza della propria dignità se ci si porta dentro una solitudine e una disperazione troppo grandi. Dopo aver offerto infatti tutto se stesso, la propria amicizia, la propria casa, la propria vita (anche se una vita piena solo di oggetti e di benessere), i due fratelli rumeni scappano rubando dalla casa che li ospita. Sandro trova Alina, preda di quello che forse non è suo fratello, e il film si chiude proprio sul suo ritrovamento, ma senza alcuna soluzione a portata di mano, sulla soglia di un destino terribile che i due giovani non sono capaci di affrontare. Eppure il protagonista sa ora almeno che “quando sei nato non puoi più nasconderti”, sa che occorre prendersi una responsabilità e non girare la testa dall’altra parte.

In Gran Torino di Clint Eastwood (2008) lo sguardo è puntato sulle difficili relazioni tra occidentali e immigrati, già diventati, a malincuore, vicini di casa. Questo grande regista ci offre il ritratto di un uomo che ha fatto dell’odio verso i diversi la sua ragione di vita, che a denti stretti protesta in continuazione contro i cambiamenti provocati intorno a lui proprio dall’irrompere di culture diverse dalla sua, senza risparmiare gli insulti più razzisti e l’incomprensione più esplicita. Vedovo, con figli lontani, Walt Kowalski prova risentimento verso tutti e tutto e cura in modo maniacale la sua auto modello “Gran Torino” (che però non usa mai) come se in essa dovesse custodire intatto l’ultimo baluardo di civiltà rimasto al mondo, finchè proprio quella macchina viene presa di mira dal giovane asiatico della porta accanto che, costretto contro la sua volontà da una banda di teppisti che lo vuole arruolare, tenta di rubargliela.
Ma Walt si trova in mezzo tra il furto e la banda, diventando suo malgrado l'eroe del quartiere salvando la vita del giovane Thao. Spinto dalla famiglia del ragazzo ad accoglierlo perchè lavori per fare ammenda del tentato furto, il duro yankee si trova piano piano a dare il via ad un’amicizia che cambierà la vita di entrambi. Piano piano Walt depone l’odio alimentato fin dalla guerra di Corea proprio a favore di un legame con quella comunità coreana che ora è a due passi dal suo villino perfetto, e la convivenza forzata gli serve per capire come i valori più profondi in cui crede, si ritrovino più in questo ragazzo e nella sua famiglia, che non nei suoi familiari distanti o negli altri “americani” doc.
Sebbene sia stato tacciato di buonismo, questo film riesce a convincere che è amando la verità più di noi stessi che è possibile cambiare il cuore, anche a ottant’anni suonati e con mille pregiudizi e risentimenti. Bisogna vivere l’esperienza dell’“andare oltre”, una condizione che esula dalla pura condizione esistenziale e che ascende direttamente a concetti più profondi come la libertà e il rispetto dell’uomo in quanto essere vivente.

Ultima segnalazione è per un altro film recente, del 2007, del regista Thomas McCarthy: L’ospite inatteso. Il professore universitario Walter Vale, vedovo, conduce una vita stanca e monotona fino a quando parte per un convegno a New York e scopre che il suo appartamento cittadino, da tempo disabitato, è stato affittato con l’inganno ad una coppia di stranieri irregolari, il siriano Tarek, che suona il djembe in un gruppo jazz, e la senegalese Zainab che crea gioielli fatti a mano e li vende su una bancarella improvvisata. Dopo la sorpresa iniziale, Walter invita i due a restare, almeno fino a che non troveranno un altro tetto, e, nella lentezza e nel silenzio degli sguardi, inizia con Tarek un’amicizia nel nome della musica. Il ritmo delle percussioni sono per lui come il ricordo del suo cuore ancora inaspettatamente capace di battere. E con la stessa facilità con cui si apre a questi suoni mai immaginati, si fa vicino al giovane Tarek che cerca di realizzare il suo sogno di musicista con la sua bella Zaineb.
Ma un contatto incidentale con la polizia, in metropolitana, fa finire Tarek, immigrato irregolare, in un centro di detenzione nel Queens e Walter sembra essere l’unica persona che può fargli visita senza incorrere in qualche reato. L’arrivo della madre del ragazzo, Mouna, rinnova l’impegno e l’affetto di Walter per Tarek ma il suo fermo assume sempre più i connotati della prigionia, e nonostante gli sforzi sempre più intensi e lo scontro con una burocrazia assurda e inumana, Walter dovrà accettare che il suo amico venga espulso dal paese lasciando tutti nello sconforto. Siamo negli Stati Uniti, ma potremmo essere in qualsiasi capitale occidentale. Pur girato con delicatezza e poesia, il film parla ad alta voce di giustizia, di accoglienza, di chiusura, di amicizia e amore, con un guizzo di genialità nell’usare la musica come linguaggio potente e universale attraverso cui i due estranei si conoscono e diventano amici, e con un titolo altamente simbolico, che sa aprire orizzonti celesti.

È vero, purtroppo la maggior parte dei film che trattano di immigrazione e razzismo sono ancora inondati di retorica, e quei pochi registi che cercano di starne lontani, non hanno poi il coraggio o la capacità narrativa di portare alla superficie i problemi più scottanti: la questione della lingua, quella dei confini geografici, quella della tradizione contrapposta alla modernità, il tema dell'accoglienza, della paura, della conservazione del territorio e delle tradizioni, dell'apertura o della chiusura...
Eppure in tutti troviamo almeno un denominatore comune: non c’è infatti soluzione se non passando da un incontro vero, fisico, reale con chi arriva sulla soglia di casa nostra. Le paure infondate si cancellano solo accettando il contatto, la condivisione, senza negare le differenze, ma riconoscendo lo stesso cuore.

 

(Tratto da "Dialoghi Carmelitani", Giugno 2009)

Devolvi il 5 per mille alle missioni del MEC

Scrivi alla redazione





Condividi su FaceBook

MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano

You must have Flash Player installed in order to see this player.

Accesso Utenti