Quale emergenza educativa?
di P. Antonio Maria SICARIIl Papa ha parlato di “emergenza educativa” e i vescovi italiani hanno deciso di impegnare i prossimi dieci anni del cammino ecclesiale ad approfondire tale questione, così decisiva per il futuro della fede nel nostro paese e in tutto l’Occidente.
Ma appena si cerca di definire i termini del problema ci si accorge di quanto essi siano inafferrabili, al punto che il problema principale sembra essere, paradossalmente, quello di capire in che cosa esso consista. Non parliamo poi di offrire soluzioni condivise!
Di che cosa esattamente vogliamo parlare?
Vogliamo parlare della manifesta incapacità degli adulti a trasmettere un’educazione o del rifiuto delle nuove generazioni a lasciasi educare?
Vogliamo parlare dei comportamenti giovanili in cui l’emergenza educativa si manifesta (fatti di cronaca, bullismo nelle relazioni sociali, fallimenti quotidiani a scuola e in famiglia, impotenza nel reggere i rapporti tra le generazioni, anche con i più piccoli) o vogliamo parlare della “crisi antropologica” che ha travolto anzitutto gli adulti i quali non sanno più a che cosa vorrebbero e dovrebbero educare?
Vogliamo indagare sulla reale “formazione” che gli adulti trasmettono comunque ai giovani (non quella basata sui principi socialmente conclamati, ma quella “da vita a vita”), a rischio di scoprire che essa funziona benissimo (anche se spesso in maniera perversa) e produce i suoi effetti: al punto che spesso genitori e figli si rassomigliano in maniera preoccupante?
Vogliamo fare un bilancio sulla reale incidenza che hanno le tradizionali agenzie educative (famiglia, scuola, chiesa) paragonate alle nuove centrali di potere persuasivo (formativo o deformativo) a cui i giovani volentieri si affidano o a cui sono precocemente abbandonati?
Oppure vogliamo interrogarci su come sia fatto il tessuto del mondo attuale che stiamo consegnando alle nuove generazioni, fino a concludere che l’emergenza educativa forse è fatta soltanto di disorientamento, a causa dei grovigli inestricabili che i giovani vi scoprono, e per i tagli, i buchi, gli strappi che essi vi notano?
L’ultima domanda, forse la più urgente: ma ci sono ancora giovani che desiderano essere educati e adulti appassionati alla missione educativa?
Se ci sono, l’imprevisto che li può fare incontrare, è una delle più affascinanti avventure che possano accadere.
La “tradizione cristiana” come educazione
Che l’Occidente abbia saputo conquistare – a partire già dalla tradizione greco-romana e nel lungo corso della tradizione cristiana – dei valori culturali e spirituali di fondo, capaci di fondare una civiltà e degni di essere trasmessi, non può essere messo in dubbio.
Sono i valori legati alla dignità e ai diritti della persona umana; alla passione per la libertà; al senso sacro delle relazioni umane; all’importanza primaria della famiglia e delle comunità sociali; al dovere e al piacere della solidarietà; allo splendore della caritas.
Sono i valori legati alla ricerca inesausta del vero; al gusto del bello; al fascino del bene; alla fame del diritto e della giustizia; alla tensione verso l’universalismo; alla costruzione della pace; al riconoscimento della dignità del lavoro, ed altro ancora.
Sarebbe stolto affermare che questi valori non siano più riconosciuti dai giovani o non siano più amati: bontà, verità, bellezza, unità, giustizia, amore, dignità sono ancora parole ed esperienza dotate di fascino.
Come sarebbe stolto negare che tutti questi valori siano raccolti e maturati dentro il crogiuolo della religiosità cristiana che li ha esaltati all’infinito, dato che la fede rivelava il coinvolgimento di Dio stesso con la storia dell’uomo, con la sua carne e il suo spirito, con il suo destino e le sue speranze.
Senza poter dimenticare che si è trattato di un coinvolgimento personale, avvenuto in Gesù Cristo: rivelatore “dell’uomo all’uomo”; salvatore del mondo, centro del cosmo e della storia.
Il tutto nell’abbraccio sconfinato e dolcissimo di un Dio-Trinità, dal cui amore il mondo è nato e al cui amore il mondo è destinato.
Che nel flusso di questa tradizione siano stati trascinati fino a noi anche innumerevoli limiti, incomprensioni, inadempienze, incoerenze, dimenticanze, tradimenti è tanto vero quanto è vero il fatto che ogni uomo (singolarmente e in società) ha diritto ai tempi della sua maturazione e al rispetto della sua libertà (da parte di Dio stesso! – e almeno questo dovrebbe riempirci di stupore).
Paradossalmente, se la trasmissione fosse avvenuta negando le libertà umane o coartandole o plasmandole su un unico stampo coatto, avremmo ereditato soltanto una tradizione disumana e disumanizzante.
Ma chi vuole ha anche sotto gli occhi esempi innumerevoli di uomini perfettamente realizzati: lo si voglia o no, nella storia cristiana il fenomeno della santità – continuo, ininterrotto, mirabile, fino ai nostri giorni – ci ha consegnato innumerevoli prototipi di educazione umana perfettamente riuscita.
Insomma: parlare di “emergenza” fino quasi a intravvedere la fine del mondo cristiano per “impotenza educativa”, significa cedere a un pessimismo ingiustificato e antistorico: sarebbe come aver davanti, a nostra disposizione, ricchezze inesauribili e disperarsi perché alcuni o molti stanno intanto preferendo perline di vetro colorato.
Non fa piacere, no. Ma la reazione deve assomigliare di più all’indignazione che allo sconforto.
Che cosa è accaduto?
Per comprendere dove abbia avuto origine l’attuale “emergenza educativa” non è importante capire o analizzare le inadempienze e i tradimenti dei cristiani.
Anche perché siamo convinti che i tesori messi da Dio a nostra disposizione siano sempre più importanti delle nostre miserie.
Importante è invece capire la sottile regia con cui il Seduttore (sì, quello già incontrato da Eva) conduce il suo gioco e organizza, ancora oggi, la sua tentazione.
Il gioco è sempre uguale: Satana vuole che noi strappiamo a Dio – considerandola nostra rapina e conquista – quella stessa infinita grandezza che Lui vuole donarci.
Anzi, quella che Egli ci ha già donato: la grandezza di “diventare come Dio”.
Questa tentazione la subisce già il bambino, piccolo piccolo, quando, confondendo Dio con i suoi genitori, decide che – se riuscirà a impadronirsi di loro, costringendoli a fare tutto ciò che egli vuole – diventerà il dio della famiglia.
Non lo fa consapevolmente certo, ma la natura umana conosce ormai da se stessa il meccanismo originario di ogni tentazione.
All’uomo cresciuto, invece, (dai vecchi ai nostri ragazzi) la stessa tentazione si offre non come negazione del bene e della somma dei beni ricevuti in dono dalla vita (dalla tradizione, appunto) ma come decisione di poterli amministrare a proprio arbitrio, decidendone il valore, la qualità, l’ordine di uso, la destinazione.
In fondo: l’assoluta proprietà.
È ancora il frutto strappato all’albero paradisiaco della “conoscenza del bene e del male”.
L’intento è – lo ripetiamo – di diventare come Dio, ma non per sua grazia e per partecipazione alla Sua vita, ma per rapina e auto-idolatria. Bisogna allora imparare a vivere come se Dio non esistesse, fino a convincersi della sua inesistenza.
Questa lettura non ci direbbe niente di nuovo, se non fosse che il nostro mondo ha avuto a disposizione, negli ultimi secoli, alcuni strumenti capaci di dare dimensioni sconfinate all’impresa.
Dapprima l’uomo ha esaltato la sua ragione fin quasi a divinizzarla, ma badando bene a blindarla in se stessa.
Poi, grazie allo sviluppo smisurato della scienza e della tecnica (anch’esse dono di Dio), è riuscito ad afferrare (e dichiarare sua proprietà) un numero sempre maggiore di beni terreni, ponendo in essi le proprie speranze di salvezza e di felicità.
Ed ecco formarsi pian piano una società incapace di educare, per il semplice fatto che non si pensa più di dovere qualcosa a qualcuno: le generazioni possiedono, prendono; non ricevono né donano.
E senza chi dona e chi riceve come potrebbe esserci educazione?
La chiamano “società del consumismo”, “società del narcisismo”, “società del successo a qualunque costo”, “società dell’esibizionismo”, “società dei legami liquidi”.
Insomma, una società dove tutti i desideri, tutte le passioni, tutte le pratiche possono essere coltivate, senza che nemmeno si affacci l’idea di peccato.
È chiaro però che una simile società – così smaccatamente “anti-tradizionale”, nel senso preciso di “anticristiana” – ci disgusterebbe molto in fretta, se non intervenissero altri fattori diseducativi sapientemente orchestrati (sempre dalla stessa regia!) per toglierci la capacità di discernere e giudicare.
I fattori de-formanti
Il primo fattore è quello di tenere accuratamente lontano Dio:
“Se Dio non c’è, tutto è permesso”, hanno proclamato soddisfatti i primi atei convinti d’averLo eliminato concettualmente dalla scena del mondo.
“Se tutto è permesso, Dio non c’è”, dicono i nuovi atei, soddisfatti di poterLo negare praticamente e di poter convincere intere masse a tale pratica negazione, senza essere più tenuti a discutere o dimostrare l’inesistenza di Dio (impresa che si è già rivelata quanto mai difficile e improduttiva).
Evidentemente ciò non è bastato per estirpare Dio dalla coscienza dell’Occidente e non basta a sradicare dai cuori e dalle coscienze le ricchezze che il cristianesimo vi ha disseminato.
Perciò, per diseducare i cristiani (o per far sì che si diseducassero da soli) si è dovuto ricorrere ad altre due operazioni anti-culturali, che sono tutt’ora in pieno sviluppo.
La prima operazione anti-cristiana (e quindi anti-culturale) consiste nell’esaltare in maniera distorta i valori che ci sono stati cristianamente consegnati, scoordinandoli dall’insieme e riducendo la loro portata. A tale scopo, basta che l’amore alla verità diventi “l’amore alla mia verità” (relativismo); basta che l’amore al prossimo diventi “tolleranza ad ogni costo”; basta che il diritto alla “felicità dell’essere” venga scambiato con il diritto alla “felicità dell’avere”; basta che “il diritto alla libertà” sia scambiato con il diritto “a non dover mai rispondere di sé” ; basta che il diritto a godere dei beni di questo mondo (che Dio ci ha pure concesso) sia scambiato con l’indiscusso diritto al denaro e al potere, tanto quanto se ne può avere e con ogni mezzo.
In una parola: basta che la persona, cristianamente pensata e coltivata (“persona comunionale”), torni ad essere un individuo privo di legami che non siano quelli interessati o forzati.
La seconda operazione anti-cristiana (e quindi anti-culturale) consiste nella costante inversione dei piani di esistenza, fino a rendere oscenamente pubblico ciò che è privato e intimistico ciò che dovrebbe essere pubblico.
Per dei cristiani, dovrebbero essere pubblici tutti i grandi contenuti della fede e dell’etica, perché destinati a fondare la costruzione stessa della città terrena e a fecondare la storia.
Dovrebbero essere, invece, privati (o meglio: custoditi nell’intimo) i drammi della vita e della coscienza, i percorsi del cuore, le relazioni personali, le esperienze sessuali, le sofferenze, gli affetti, i desideri, gli errori: tutto ciò, insomma che attiene al mistero della persona messa di fronte a se stessa e al suo Dio.
L’inversione programmata consiste in questo: è diventata quasi persuasione comune che tutti i grandi temi e le grandi questioni della fede e dell’etica siano e debbano restare privati, confinati nell’ambito delle singole coscienze (o, al più, nelle sacrestie) e affidati a una gestione intimistica e sentimentale.
Al contrario, tutto il privato è spinto a diventare oggetto di spettacolo e di comunicazione; a tal fine, viene quasi costretto alla trasgressione, spiato fin nelle pieghe più nascoste dell’anima e del corpo, reso preferibilmente ancor più deforme di quanto già non sia, venduto alle leggi del denaro e del successo. La stessa bellezza dei corpi, messa preferibilmente sulla scena, non viene contemplata, ma spiata là dove lascia trasparire la volgarità dell’anima.
Il risultato di una simile operazione, davvero oscena, è lo stravolgimento del senso morale.
L’antico “Dio ti vede”, che ammoniva il peccatore e gli ricordava l’impossibilità di sottrarre al Suo giudizio anche il gesto più privato e nascosto (stimolando la coscienza ed esigendo un giudizio), diventa: “Il mondo ti vede” anche nelle pieghe più riposte del tuo privato (si pensi ai vari reality televisivi e, in genere, alle possibilità offerte dai mass-media!), e la spettacolarizzazione di esso diventa approvazione e premio (anche economico, di carriera, di fama).
Solo un’amicizia ci può educare
Così l’insieme fin qui descritto produce quell’emergenza educativa di cui si parla e di cui i cristiani dovrebbero essere più analiticamente consapevoli di quanto non siano.
Non si tratta di una generazione adulta che non sa o non vuole educare e di una generazione giovane che non sa o non vuole lasciarsi educare: si tratta di una tradizione cristiana ricchissima che ci ha raggiunti, ma non riesce a “formarci”, perché rischiamo di coglierne solo le deformazioni, indotte dai non più cristiani.
Ma la soluzione all’emergenza c’è e si chiama ancora amicizia di Cristo e amicizia in Cristo. Una tradizione che non ci riveli Cristo come amico e non ci renda amici di Cristo (e tra noi, con Lui), sia personalmente che comunitariamente (a partire dalle nostre famiglie che vogliano davvero essere cristiane), ha cessato di essere educativa.
Una tradizione che non metta a tema la santità – cioè l’amicizia con Cristo spinta fino alla massima appartenenza possibile in questa vita e donata operosamente agli altri – non trasmette più una educazione cristiana, ma solo i suoi residui scoordinati e scardinati dall’interno.
Se così stanno le cose, chi altri se non Lui può ancora consigliarci quali siano le premesse antropologiche di ogni vera educazione umana e cristiana? Se davvero ci decidessimo ad ascoltarLo – proprio tenendo conto di tutte le deformazioni da cui siamo continuamente aggrediti – ci accorgeremmo che il Divino Maestro affiderebbe ancora alla nostra intelligenza, al nostro cuore e alla nostra operosità le sue tre parole preferite: verginità / obbedienza / povertà.
Davanti all’oscenità incolta che ci viene imposta ogni giorno e che tenta di penetrare fin nel cuore e nella carne dei nostri giovani (dopo aver già corrotto cuore e carne di tanti adulti), quale educazione è ancora possibile se non la purezza incandescente di chi sa che né il cuore né la carne possono soddisfarsi con meno di Dio? Quale educazione, se non la fremente attesa di chi sa che ogni amore è sempre presagio di un amore più grande, e come tale va vissuto e rispettato?
Davanti a una società di individui in fuga dai legami e dalle responsabilità, quale educazione è ancora possibile se non quella di chi sa obbedire quando ama (ob-audire: ascoltare appassionatamente, col volto teso verso la Persona Amata e verso le persone che Egli ci mette dinanzi) e sa amare quando obbedisce? Quale educazione, se non quella di chi rifiuta una libertà intesa come indifferenza, per gustarla come adesione ed edificazione?
Davanti a una società che ha assunto come suoi valori portanti il denaro e il potere, ottenuti ad ogni costo, quale educazione è ancora possibile se non quella di chi resta stupefatto davanti a Colui che, “da ricco che era – una ricchezza davvero divina – si è fatto povero per arricchire noi poveri”? Quale educazione se non quella di chi viene educato con signorilità e fascino ad apprezzare e gustare gli innumerevoli beni dell’uomo salvato e le inesauribili ricchezze delle relazioni e delle opere impregnate di vera caritas?
Ancora oggi, sono i consigli evangelici che educano. Sono i consigli evangelici a fare i santi: le persone davvero “educate”.
Dialoghi Carmelitani, settembre 2009
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Scrivi alla redazione
MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano
You must have Flash Player installed in order to see this player.




