di P. Antonio Maria Sicari ocd


1.    TRA CARITÀ E VERITÀ

La carità cristiana è una virtù che può facilmente “impazzire”. Ciò accade quando la si riduce ad un fascio di emozioni non più fondate sulla verità (il caso Englaro insegna) e quando ci si dimentica che essa ha un proprio “ordine” che chiede d’essere attuato e, senza il quale, la carità stessa si corrompe.
Antonio Rosmini diceva che l’«ordine della carità» deve sempre andare secondo l’«ordine della verità», in quanto sono ambedue fondate sull’«ordine dell’essere»!

Ho voluto precisarlo, in apertura, perché in questi giorni non è raro ascoltare appelli troppo generici alla carità cristiana, rinfacciati a chi deve affrontare concretamente il dramma di una società chiamata a diventare disordinatamente multi-etnica e multiculturale.

Ricorrere subito all’avvertimento che Cristo ci ha lasciato quando disse: “Ero forestiero, e mi avete ospitato…”, o rievocare subito la parabola del “Buon Samaritano”, è certo utile, ma comincia ad essere efficace solo a due condizioni: che la nostra mente resti consapevole della vastità e della gravità dei problemi e che il nostro cuore cominci a convertirsi là dove è immediatamente possibile.
Immediatamente possibile ad ogni cristiano è la conversione radicale dello sguardo. Ciò accade se, ogni volta che incrociamo uno straniero per strada (o al supermercato, o per le scale, o in un ufficio, o nella corsia d’un ospedale), siamo davvero commossi al ricordo della Persona del nostro Buon Gesù e siamo disposti a fare tutto quello che possiamo per Lui e per “tutti coloro che gli appartengono”.

Spesso non riusciremo a far altro che quello che suggeriva Madeleine Delbrêl:

«Signore, Signore, questa scorza che mi copre non sia almeno uno sbarramento per Te. Passa, Signore. / I miei occhi, le mie mani, la mia bocca sono Tuoi. / Questa donna così triste di fronte a me: ecco le mie labbra perché Tu le sorrida. / Questo bambino quasi grigio, tant’è pallido: ecco i miei occhi perché Tu lo guardi. / Quest’uomo così stanco, così stanco: ecco tutto il mio corpo perché Tu gli dia il mio posto, e la mia voce perché Tu gli dica dolcissimamente: “siediti”. / Questo ragazzo così fatuo, così sciocco, così duro: prendi il mio cuore per amarlo con esso, più fortemente di quanto non gli sia mai accaduto. / Missioni nel deserto, missioni senza fallimento, missioni sicure, missioni dove si semina Dio in mezzo al mondo, certi che in qualche parte germinerà, perché “dove non c’è amore mettete l’amore e raccoglierete l’amore”.»  (Noi delle Strade).

2.    RICORDARE

La missione “interiore” che abbiamo descritto non ci esime affatto dal partecipare intelligentemente al dibattito in corso.
A tale scopo, non basta certo schierarsi tra chi ripete fino a stancarsi che “Nella Chiesa nessuno è estraneo” e altri che insistono a muso duro con il loro “No all’Italia multietnica!”.
I primi sono a rischio di sentimentalismo innocuo e gli altri a rischio di bieco egoismo.
Sappiamo che non esistono soluzioni facili, ma cominciamo almeno a prendere coscienza – proprio per iniziare rispettando l’«ordine dell’essere» – che il dramma è molto grave e che esso, in certe emergenze quotidiane, ma anche in certe prospettive future, può sfiorare la tragedia.
La multi-culturalità e la multi-etnicità sono certamente “un fatto che già esiste” e, in questo senso, esso chiede di essere riconosciuto, discernendo intelligentemente i valori che porta con sé e i problemi che ci getta addosso. Discernere può farci soffrire, ma può anche essere salutare. E può stimolare anche la nostra coscienza storica.
Chi oggi ricorda che, tra il 1800 e il 1940, dall’Europa espatriarono circa 50 milioni di persone? E che dall’Italia partirono circa 10 milioni di emigranti (900 mila nel solo anno 1914)?
Ciò dovrebbe risvegliare, almeno in alcuni, quell’antica solidarietà che i nonni dei loro nonni hanno sospirato piangendo e costruito soffrendo...
La storia di quella “nostra” emigrazione è nota e viva nella coscienza della Chiesa che va ancora fiera dell’opera di certi Santi i quali hanno dato la vita perché i nostri emigranti fossero accolti e integrati: l’opera del Beato Scalabrini e della sua congregazione; l’opera di Santa Francesca Saverio Cabrini e di Santa Paolina Visintainer; l’opera dei primi missionari Salesiani... Tutti hanno lasciato un patrimonio di opere e di esperienze che potrebbero forse suggerire qualche utile indicazione (ad esempio: la necessità che tra gli stessi emigranti, dove questo è possibile, ci siano dei “missionari di emigrazione”: dei cristiani della stessa razza di coloro che emigrano, pronti a una dedizione totale in loro favore).
Ricordare questo non fa certo dimenticare le pene disumane che anche i nostri emigrati dovettero affrontare in quegli anni. Anche allora si narrava di certi “scafisti disonesti” che li facevano partire per l’America e li sbarcavano, dopo aver girovagato una notte, su qualche isola vicina. E chi raggiungeva quel sognato paradiso trovava l’aspro rifiuto dei nativi che si sentivano minacciati dalla rozzezza, sporcizia e aggressività dei nuovi arrivati; trovava le targhe sui negozi che impedivano l’accesso “ai cani e agli italiani”; le abitazioni fatiscenti nei ghetti e nelle periferie; il lavoro sfruttato e non retribuito; le scuole e gli ospedali inesistenti. Le notizie che mandavano in Italia sul finire dell’’800 dicevano: «Siamo qui come bestie: viviamo e moriamo senza preti, senza maestri, senza medici».
Perché, nelle scuole, non facciamo rileggere ai nostri ragazzi certe pagine della nostra storia, della “loro” storia? Contribuirebbe a suscitare quella “commozione cristiana” (che è anche “cultura cristiana”) che dovremmo mettere a fondamento di tutto.

3.    DISCERNERE

Affrontare i problemi concreti, senza vani idealismi, spetta evidentemente a chi ha la capacità di farlo e la forza operativa  di attuare le soluzioni concordate.
Ma condividere almeno domande e preoccupazioni, questo lo possiamo fare tutti, in nome di quell’“ordine della verità”, senza il quale sarebbe inutile appellarsi alla carità.
Proviamo, dunque, a chiederci:
– A quali condizioni le “differenze”, etniche e culturali, possono essere davvero una ricchezza per tutti? Verso quale unità debbono confluire, perché tale ricchezza sia davvero fruibile?
– Che succede quando la “differenza culturale” consiste proprio nel fatto che, per alcuni, “certe differenze non sono ammissibili” (quando, ad esempio, si nega l’altrui “libertà religiosa”)?
– Che succede quando ambedue le parti considerano certe differenze (ad esempio: nel diritto familiare, e nello status della donna e dei figli) come “irrinunciabili”?
– Nelle nostre società europee, tutte fondate sulla legittima separazione tra Chiesa e Stato, come si integrano altre comunità che sono, assieme - in maniera unitaria e indissolubile - politiche e religiose?
– Che accade quando il sacrosanto diritto di alcuni di emigrare (per cercare lavoro, o migliori condizioni di vita o rifugio politico) cade in mano alla delinquenza organizzata che “traffica in carne umana”? Come ci si libera da una tale violenza (che colpisce anche gli stessi migranti)? Come negare l’evidenza che l’illegalità dell’immigrazione tende a stabilizzarsi organizzando poi forme illegali, di esistenza e di attività, nella nazione in cui si è riusciti a penetrare? Basta davvero proclamare il dovere di accogliere indiscriminatamente – sempre e comunque – coloro che riescono a toccare le nostre sponde?
– Il diritto dei migranti ad essere accolti può essere ridotto al diritto di sbarco e al rifugio di emergenza o deve prevedere anche le condizioni minimali (di casa, lavoro, famiglia) per cui un’accoglienza possa davvero dirsi tale? Ma chi si occupa davvero di una simile “impresa”? La storia della Chiesa ci ricorda che l’accoglienza cristiana (degli stranieri, dei pellegrini, delle orde barbariche) è sempre proceduta di pari passo con la genialità di inventare opere e opere. Perfino molte attività che oggi definiamo laicamente “lavoro” e “professione”  sono nate nel contesto caritativo dell’accoglienza cristiana. Si può davvero accogliere se sappiamo inventare poco più dei campi profughi?
– Può essere abilitato a riconoscere l’identità altrui chi quasi non riconosce più l’identità propria? In altre parole l’accoglienza dell’altro può fiorire senza che sia fondata su una prassi abituale di “accogliere se stessi” e di coltivare la propria identità? Che integrazione si potrà mai avere con un buonismo generalizzato che pretende di sapere valorizzare le differenze altrui, mentre si stanno disprezzando e distruggendo le differenze proprie?
– Il popolo che accoglie sa di avere non solo la responsabilità di rispettare l’identità di chi sopraggiunge, ma anche la responsabilità (molto più grave e delicata) di rendergli comprensibile e condivisibile l’identità nuova nella quale devono integrarsi?
– Ed infine la domanda più difficile (che alcune città europee già cominciano a porsi con angoscia): in una società che si vanta d’essere divenuta “perfettamente tollerante”  – tollerante al punto tale da accogliere al suo interno gruppi culturali intolleranti, senza nulla chiedere – non si finisce di necessità con l’avere al proprio interno “gruppi perfettamente intolleranti”? E ciò non equivale forse a dire che una società perfettamente tollerante (ciò che è l’ideale conclamato di molti illuministi) finirà per consegnarsi alla perfetta intolleranza?

Lo scopo di tutte queste domande, però, – e lo vogliamo sottolineare con forza – non è quello di acuire i timori o di fomentare l’istintivo rifiuto che molti già provano verso tutto ciò che è diverso o estraneo, ma è quello di aiutarci a mettere in gioco tutta la nostra umanità: la mente che cerca e il cuore che si apre, in vista dell’azione.

4.    LE RISPOSTE DELLA CHIESA

La Chiesa non ha sempre risposte già pronte per ogni questione, ma, nella sua antica saggezza, ha già delineato in maniera ben equilibrata il problema, nelle poche righe che gli dedica nel suo Catechismo:
«Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli é possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l'ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l'esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L'immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri» (n. 2241).

Ma anche qualche altra riflessione ecclesiale merita di essere particolarmente ricordata.
Rileggendo alcuni interventi del Magistero, ci si accorge di come la questione sembri diventare più limpida e urgente quando viene applicata ai “piccoli migranti”: a coloro, cioè, che chiedono solo accoglienza e sono troppo indifesi e innocenti per porre problemi. Diceva Giovanni Paolo II in un suo Messaggio del 1998: «Come non pensare che questi bambini e adolescenti hanno avuto come unica esperienza di vita i “campi” di permanenza obbligatori, dove si trovano segregati, lontani dai centri abitati e senza possibilità di frequentare normalmente la scuola? Come possono guardare con fiducia al loro futuro?».
Come suonano queste parole, ai nostri giorni, mentre si sta svelando l’esistenza di una tragedia nel dramma: il fatto, cioè, che centinaia di bambini che approdano nella nostra terra scompaiano letteralmente nel nulla, abbandonati a un destino che possiamo immaginare raccapricciante?
E tuttavia proprio questa tenera espressione - “piccoli esseri venuti al mondo con le stesse legittime attese di felicità degli altri” - mantiene la forza di ricondurci tutti all’origine di ogni verità e di ogni carità; non riusciremo ad immaginare nessuna vera soluzione se non ripartiremo tutti dall’evidenza più elementare incarnata da ogni bambino: che siamo tutti figli, bisognosi di tutto, dotati di un cuore fatto per la felicità.

5.    L’UMILE RESPONSABILITÀ D’OGNI GIORNO

Veniamo così ricondotti all’insegnamento umile e quotidiano di Madeleine Delbrêl che abbiamo più sopra ricordato. .Ecco allora quello che possiamo chiedere subito, a tutti i cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà.
Subito: pur nell’attesa e nella speranza che i legislatori studino ed emanino con umanità le loro leggi; pur nell’attesa che le nazioni europee si organizzino per un’accoglienza equamente condivisa; pur nell’attesa che i soggetti sociali mettano mano alle loro opere di assistenza e di educazione; pur nell’attesa che Dio ci mandi nuovi santi “missionari dell’emigrazione” ...
Subito: guardare ogni persona che Dio mette sulla nostra strada (e “pensarla” e “volerla”) come nelle nostre case sappiamo ancora guardare i bambini.
Non si tratta di giocare a fare i sentimentali – dato che, per farlo davvero, ci vogliono un’incredibile adultezza e forza d’animo: si tratta semplicemente di vedere in ogni creatura umana “un figlio di Dio”, da Lui voluto, pensato, guardato, amato “come se fosse unico al mondo”.
Noi crediamo che il cuore di ogni essere umano sia fatto come è fatto il cuore di Cristo, come è fatto il cuore della sua purissima Madre.
Per cominciare (solo cominciare: ma che limpido inizio!) ad “accogliere davvero” gli immigrati che giungono nel nostro paese, basterebbe che in nessuna casa cristiana, su nessuna bocca cristiana, fosse possibile ascoltare una sola parola di disprezzo nei riguardi di un solo “straniero”.
Il nostro Movimento Ecclesiale Carmelitano comincia col chiedere questo a tutti i suoi aderenti: con intera e assoluta serietà.
Ma non dobbiamo anche proteggerci, imparando a giudicare e a chiamare per nome il male, quando lo vediamo?

Sì: il male, non i figli di Dio.

(Dialoghi Carmelitani, Giugno 2009)

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