Un esame universitario può diventare l’occasione per vedere riflettersi lo studio nella vita e approfondire una meditazione degli Esercizi Spirituali. Un’universitaria racconta…

di Laura Salata

Fino ad ora mi è capitato poche volte che ciò che studio si rifletta così profondamente in ciò che fa parte della mia vita, questo però è un caso di quelli. E lo studio ha preso tutto un altro sapore, sa di tempo ben impiegato a costruire me stessa.
Sono persino riuscita a trovare molti nessi con il contenuto dei nostri incontri di scuola di cristianesimo. Studiare può essere davvero bello!
 “La pratica dell’aver cura” è il libro di Luigina Mortari, a cui alludo.

Che cos’ è la cura?
Il concetto di “cura” nella nostra cultura è qualcosa di vago e amorfo, per questo necessita di un’analisi concettuale. Quella di Heidegger mi sembra la più interessante.
Il filosofo fa una distinzione precisa tra l’ aver cura e il  prendersi cura. In tedesco “Besorge” significa“essere presso le cose, semplicemente presenti”, mentre “Fürsorge” vuol dire “aver cura degli altri”.
La differenza fondamentale tra il prendersi cura delle cose utilizzabili e l’aver cura degli altri sta dunque nel fatto che la relazione con le persone non può esaurirsi nella semplice presenza,  ma si configura come un “essere con”, come una cura condivisa (Mitsorge), una cura “per”.
Per sopravvivere abbiamo bisogno di prenderci cura del mondo che abitiamo, ma anche e soprattutto “l’aver cura” è il modo di essere che noi abbiamo con gli altri quando effettivamente ci preoccupiamo di loro, rapportandoci con le preoccupazioni dell’altro.Diversi livelli di cura
La pratica di cura può essere attuata a diversi livelli: può essere un semplice occuparsi come si può
o invece essere una “normale devozione”.
Dal latino devotus, che significa devoto, dedito, pronto per; devoto è “colui che è intensamente consacrato a qualcosa” come se colui che abbiamo davanti fosse sacro ed è proprio quando si è capaci di riconoscere il sacro nell’altro e da questo essere sacro ci si lascia interpellare, che si genera devozione.
Con tutto ciò l’autrice non vuole dire che affinché si possa parlare di cura occorra necessariamente un atteggiamento di devozione, altrimenti la cura sarebbe riducibile a poche situazioni relazionali, ma quando la devozione  è presente, indica una particolare forma di cura molto intensa.
Un altro punto che mi ha particolarmente colpito in questo libro è il tema della gratuità.
Infatti a seconda del tipo di relazione entro la quale viene attuata, la cura può essere anche un lavoro e dunque retribuito.
Riguardo a ciò Diemut E.Bubeck sostiene che la cura “non è cosa retribuibile” ed in un certo senso è così, perché quello che nella pratica di cura viene remunerato è la dimensione dell’occuparsi cioè dello svolgere determinate mansioni, mentre “quel di più delle pratiche di cura che attesta dedizione e premura è qualcosa che sfugge alla logica calcolante su cui si fonda il mercato del lavoro”.

Tre casi paradigmatici
Eccoci giunti a ciò che più mi ha affascinato.
La Mortari sostiene che esistano in particolare tre tipi di relazione che assumono un valore pragmatico e sono: la relazione materna, la relazione infermieristica/terapeutica e infine la relazione amicale.
La prima si configura come la fondamentale relazione di cura, infatti, come sostiene Eva F. Kittay, “ciascuno è figlio di una madre”.
La relazione madre-figlio non si può nemmeno considerare come l’archetipo delle altre relazioni di cura, in quanto si tratta di una relazione del tutto originale che non ha analogie con le altre e che può essere ben definita come “la relazione incarnata per eccellenza” in quanto passa attraverso un’intensa esperienza corporea quale la gravidanza, il parto e l’allattamento.
La seconda è una relazione molto diversa dalle altre a partire dal fatto che ha una dimensione pubblica essendo attuata all’interno di istituzioni che definiscono con precisione i compiti dell’aver cura, ma non per questo si può ritenere meno importante. Infatti, quando si parla di “infermiere” spesso le prime parole che seguono sono “vocazione” e “servizio” ed è proprio quando la cura è vissuta come vocazione che si è capaci di una premura e di una dedizione che mettono in gioco quell’investimento personale che si pone al di là dei canoni previsti.
 L’infermiere oltre alle necessarie capacità tecniche necessita anche e soprattutto di capacità di pensiero riflessivo, di rispetto per chi ha davanti, di ascolto attivo e, affinché nella relazione con il paziente si costituisca la condizione necessaria perché il lavoro dell’infermiere si trasformi in attività di cura, è fondamentale il coinvolgimento emotivo, ovvero il mettere in campo il mondo dei sentimenti positivi quali la speranza e la fiducia.

La relazione amicale
La terza relazione è quella che più mi sta a cuore, forse semplicemente perché è quella che fin da quando siamo piccoli segna la nostra vita.
La relazione amicale è una relazione “non-costretta” entro precise norme e aspettative sociali e gode così di una certa libertà. È proprio questa libertà che fa sì che questo legame sia così fragile e che quindi richieda una continua cura.
L’autrice elenca una serie di caratteristiche che rendono un’amicizia vera tra le quali: la benevolenza, la sollecitudine (ovvero l’essere pronti, disponibili e attenti), la capacità di ascolto, la fermezza e la delicatezza insieme, la fiducia, il rispetto e la generosità, ma più di tutti l’empatia.
Teorici americani sostengono che l’empatia sia un elemento negativo perché ci fa stare “al posto” dell’altro, ci proietta sulla personalità dell’altro, schiacciandolo.
Più vera è invece a mio avviso  la concezione di Edith Stein.
Empateia dal greco significa “sentire profondo”, “sentire che cosa prova l’altro” e ciò comporta l’avere un cuore così grande da capire il sentire dell’altro attraverso un processo di immaginazione dell’esperienza.
La santa carmelitana definisce l’empatia come la capacità di cogliere l’esperienza vissuta dall’altro, non come un proiettarsi sull’altro, bensì come un accogliere l’esperienza che a me “si annunzia”.
Attraverso l’empatia divengo consapevole dell’irraggiungibile trascendenza di chi ho davanti, ovvero sono consapevole che non potrò mai ridurre il mio amico a come lo penso io, ma che il suo modo di essere è sempre in eccesso, va sempre oltre e solo riconoscendomi umile potrò davvero apprezzare chi ho davanti nella sua totalità.
Cicerone ha scritto “essere amici significa essere più disposti a dare che a ricevere” e ciò non significa perdere qualcosa di me stesso, perché la relazione amicale si nutre della “logica del dono” dove il principio di gratuità è reciproco e tutto nell’amicizia vera è quindi un guadagno.
“Ci ha chiamati amici”, avevano per titolo gli Esercizi Spirituali.
Impariamo dunque ad essere veramente amici anche tra noi.

Dialoghi Carmelitani, Giugno 2008

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