A cura di Paola FRANZONI e Lella TOMASINI
La GMG è alle porte. L’abbiamo attesa da mesi, preparando il cuore e muovendo la vita delle nostre comunità attorno a questo avvenimento straordinario per i giovani cristiani, chiamati dal Papa a radicarsi nella fede in Cristo. Dall’Assemblea generale del febbraio scorso abbiamo trascritto alcuni stralci di interventi che mettono in luce le attese con cui giungiamo all’appuntamento di Madrid.
“ Per non perderci nella normalità di una vita borghese” (Andrea)
Sono stato chiamato a vivere una corresponsabilità nell’ambito degli universitari di Brescia e per me questo vuol dire andare a fondo nel rapporto con Cristo, fatto che dà a tutta la mia esistenza un dinamismo nuovo. Essere centrato in Cristo mi costringe a decentrarmi, avere il mio centro in Lui mi porta immediatamente ad uscire da me, come diceva Edith Stein sulla quale sto facendo la tesi, e per la quale la fede non è una questione intimistica, ma impone l’apertura al mondo.
E qui arriva la nostra scelta di partecipare alla GMG di Madrid. Perché andiamo a Madrid e perché ci andiamo con il MEC? Io ho provato a farmi l’immagine di quando ci troveremo fra migliaia e migliaia di giovani: prima di tutto avremo l’occasione di percepire perfino “fisicamente” in che cosa consista un’appartenenza filiale alla Chiesa e quindi essere parte di un Tutto che ci precede e ci dà consistenza. Avremo un’immagine viva della Chiesa. Il cristianesimo non è appannaggio di buone vecchiette che pregano in chiesa o di professori di religione assolutamente non coinvolgenti. L’esperienza che stiamo facendo nel Mec ci permette di capire la Chiesa come la possibilità di vivere Cristo in un modo che ci riguarda,che attiene ai nostri 20 anni e a Madrid troveremo una conferma entusiasmante di questo. Ne sono certo. Lì potremo sperimentare il legame universale cattolico di tutti i giovani cristiani. Lì ritroveremo i nostri amici della Lettonia, quelli di Romania e quelli di tutte le nostre comunità italiane: è proprio l’immagine di un legame vero, qui come a 20.000 Km di distanza. E’ quello che succede ogni volta che ci è dato constatare che quello che alcune famiglie vivono qui a Brescia, lo ritroviamo anche a Timisoara, anche a Palermo o a Treviso: questo significa universalità, significa che quello che ci diciamo non è dottrina, ma persone che vivono Cristo e che mostrano che Cristo è vero qui come è vero a Palermo ed è vero ovunque. Io personalmente mi rendo conto di essere chiamato attraverso il Mec ad appartenere alla Chiesa intera.
Vorrei ricordare queste parole del Papa: “[da giovani] non volevamo perderci nella normalità di una vita borghese”, perché descrivono il rischio che ancora noi oggi viviamo e questa è la sfida più interessante che il Movimento può lanciare a noi giovani: più che dare risposte rassicuranti deve porci domande, stimoli e provocazioni, insegnarci a camminare per il mondo non come fantasmi, ma come persone che sanno imbattersi nella realtà e trasformarla, sanno mettervi mano a partire da quello che vivono nell’intimo. Il Papa diceva ancora: “è parte dell’essere giovane desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è veramente grande”. Si tratta solo di un sogno giovanilistico che svanisce quando si diventa adulti? Io penso di no, penso che il Movimento possa essere la prova che non si tratta di un sogno da ragazzi, perché questo desiderio, questo anelito, questa voglia di santità, di bellezza e di felicità noi giovani la possiamo vedere in voi adulti, la possiamo constatare nelle famiglie che frequentiamo. Negli sguardi, nelle parole negli incontri con le persone più grandi non vediamo sogni disillusi, vediamo vite che hanno realizzato una promessa.
“Non c’è nulla per cui mi perderei, se non per ciò che non finisce mai” (Maria)
Mi trovo in piena sintonia con quanto ha appena detto Andrea. Anche noi responsabili dei ragazzi della comunità di Alcamo e Castellammare abbiamo notato che i nostri ragazzi, i ragazzi siciliani, portano nel cuore un germe di desiderio buono e grande, il bisogno di un amore vero, di amicizie vere e durature, di una famiglia unita e veramente felice. E anche noi vogliamo che, come dice il Papa, loro non si perdessero nella normalità della vita borghese, e non lasciassero sopire tale desiderio nella mediocrità, indotti e condizionati dal contesto abituale in cui vivono. Vengono loro proposti sempre e solo obiettivi minimi, con l’idea che l’individuo debba essere al centro e loro pensano che questa sia la vita, che si possa raggiungere tutto senza sacrificio. Così anche i legami diventano fragili e futili. Io penso a Facebook, ai telefonini e ai messaggi che continuamente si inviano e poi mi scontro sempre col fatto che si incontrano nei corridoi della scuola e neanche si salutano, neanche parlano fra loro.
Come vorremmo invece che uscissero fuori proprio nella loro essenza, vorremmo vederli testimoniare il desiderio grande che portano in loro stessi. Ma per fare ciò è necessario andare contro corrente sia nei confronti degli insegnanti che nel confronto con i coetanei che sono già cinici e tendono a schernire ogni desiderio profondo di grandezza, di verità e di bellezza, limitandosi a consumare tutto e tutti. Noi responsabili adulti cerchiamo di testimoniarlo attraverso la vita quotidiana l’impegno nel custodire la nostra amicizia in Cristo. Cerchiamo di combattere l’amnesia nei confronti di Dio di cui parla il Papa, facendo toccare loro con mano l’appartenenza alla famiglia carmelitana. La nostra testimonianza è un po’ tutta la nostra vita: la nostra famiglia, il nostro modo di lavorare, il modo di insegnare, di accogliere senza pretendere nulla e con gratuità, di guardare l’altro con un amore capace anche di richiamo, di pregare con la vita e di aspettare con pazienza il frutto di quello che cerchiamo di seminare con la consapevolezza che niente va perduto.
Vogliamo lanciare i nostri ragazzi alla scoperta del tesoro della fede per permettere loro di diventare grandi nella loro umanità, veramente liberi.
Ci siamo soffermati su una frase di Edith Stein, “non c’è nulla per cui mi perderei se non per ciò che non finisce mai”. Speriamo di fare questo utilizzando anche lo strumento prezioso che sarà il catechismo dei giovani che riceveranno a Madrid. Vogliamo che conoscano bene la profondità della fede per poterla vivere e trasmettere e direi anche per non aver paura ad esporre al mondo la storia che stanno vivendo. Già siamo grati per questa storia al Signore, per alcuni frutti raccolti in questi anni: la serietà con cui alcuni ragazzi hanno imparato a custodire i legami e anche ad affrontare lo studio non più con superficialità, il lavoro che alcuni di loro fanno con bambini più piccoli durante la scuola di cristianesimo degli adulti, la caritativa che abbiamo appena iniziato, la fedeltà degli universitari che studiano fuori sede e che quando tornano hanno il desiderio di incontrarci e di partecipare alla scuola di cristianesimo. Infine la gioia di chi è riuscito a coinvolgere qualche amico dubbioso e dimentico della sua fede a partecipare alla GMG, insieme all’entusiasmo che stanno mostrando per le iniziative nate in comunità per finanziare la partecipazione dei ragazzi che hanno minore disponibilità economica.
Siamo grati al Signore del privilegio concessoci permettendoci di essere protagonisti di questa storia.
“Occuparsi dei ragazzi è una questione che ti prende la vita” (Grazia)
Mi è piaciuto tantissimo l’entusiasmo dell’intervento di Andrea e allora mi sono subito nate queste due domande: “Come si fa ad essere così, anzi come si fa a crescere dei figli così?” Credo che non sia solo una mia esperienza di difficoltà. Vi racconto un pochino. Ho atteso le prime vacanze di mio figlio con il Mec come l’avvenimento di svolta della sua e della nostra vita. Lui vi ha partecipato mentre noi a casa aspettavamo qualsiasi tipo di messaggio che ci confermasse che le cose stessero andando bene. Sto parlando delle vacanze in montagna della scorsa estate. E così è stato: è tornato pieno di prospettive buone e uno sguardo lanciato verso la GMG. Questo per noi è stato un dono oltre ogni aspettativa. Ma giorno dopo giorno l’entusiasmo è rientrato. Ci sono stati ugualmente gli Esercizi Spirituali, la giornata comune, le professioni dei nostri amici frati, il concerto di Natale… ma lui non sta decidendo e allora a volte ci scontriamo. Io gli dico che è una questione di vita o di morte, che i suoi amici del quartiere non sanno di niente e si accontentano del superficiale, che bisogna andare a fondo alle cose o al contrario salire in alto. D’altra parte però mi dico e mi convinco che è giovane e che c’è tempo. Seguire i giovani ed educarli è un mestiere difficile. Insegnare a camminare è difficile, come quel famoso “condurre fuori” del pastore, e troppe volte noi adulti ci fermiamo a dire: “certo che ai miei tempi io alla loro età avevo già deciso!”. Sicuramente l’analisi della situazione sociale non è dalla loro parte. E’ vero che questa società è fatta di tanti contatti, ma di pochi legami. E’ fatta di tanti consumi e di poche certezze e di famiglie sfasciate che paradossalmente sembrano più interessanti delle nostre famiglie “ bacchettone”.
Occuparsi dei ragazzi è una questione che ti prende la vita e che non si ferma all’incontro settimanale.
Me ne accorgo anche io, che dovrei insegnare a loro solo ad apprendere la matematica, e invece non si tratta mai solo di questo e il rapporto non si ferma mai alla pura lezione… Figuriamoci chi li deve accompagnare a conquistare a vivere la propria vocazione e il proprio destino!
C’è però d’altra parte anche la questione della responsabilità personale che i ragazzi devono giocare in prima persona, perché se uno non decide, nessun altro può decidere per lui. Può anche incontrare Gesù in persona, come ha fatto il giovane ricco, ma poi non seguirlo e restare nella tristezza.
Io mi auguro questo: mio figlio si è iscritto alla GMG e ora bisogna che qualcuno veramente lo prenda per mano per offrirgli la possibilità di giocarsi fino in fondo. Questo vorrei chiedere ai suoi responsabili.
“ arrivare alla GMG accesi nella fede” (P. Claudio)
Vorrei anch’io partire dalla lettera del Papa per la Giornata Mondiale della Gioventù, dove parla di giovinezza come un tempo caratterizzato da un “ anelito per ciò che è realmente grande”.
E’ davvero così. Lo riconosciamo nei nostri stessi ragazzi, nell’entusiasmo che ha segnato l’accoglienza della GMG sentita come un’occasione grande per se stessi e per invitare i propri amici. Ci è capitato in questo tempo di incontrare anche nuovi giovani. In particolare quelli che vivono esperienze parrocchiali, e che ci hanno chiesto di raccontare l’esperienza del MEC e hanno deciso di prendere parte ai nostri incontri a Brescia e Adro, riconoscendo una vivacità e una unità più grande tra di noi. Abbiamo cominciato così a varcare i confini delle comunità del MEC per diventare occasione di annuncio missionario.
Quello che ora emerge chiaro è il bisogno di educazione del desiderio. Quel desiderio profondo che la scuola di cristianesimo accende in loro può infatti naufragare nel quotidiano, spegnersi nella superficialità del vivere, nell’incapacità di incontrare con amore l’altro o nel prevalere del “mi piace-non mi piace” sul giudizio di fede.
Secondo aspetto: il Papa chiede di intensificare il cammino della fede, chiede di arrivare alla GMG spiritualmente preparati, accesi nella fede. Allora mi chiedo: “Chi è Cristo per i nostri ragazzi? Lo conoscono veramente? Lo trattano come persona?”. Vogliamo rimboccarci le maniche e lavorare con più intensità. Tra responsabili ci stiamo interrogando su quale direzione prendere.
Occorre far percepire che la GMG è un’esperienza vocazionale. L’aspetto comunitario sarà determinante e vedere un popolo che si muove per incontrare colui che ci rappresenta più da vicino Cristo ed essere lì per incontrare con la nostra esperienza gli altri giovani sicuramente smuoverà il cuore di molti ragazzi. Ma non vogliamo dimenticare quell’appuntamento personale, quella chiamata che Gesù riserva al cuore di ciascuno e che fa prendere decisioni importanti per la vita.
(Tratto da Dialoghi Carmelitani, Giugno 2011)






