Il mistero dell’annunciazione e del parto verginale di Maria
Carmelitane Scalze di Siracusa

«L’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria, ed Ella concepì per opera dello Spirito Santo»
Nella splendida preghiera dell’Angelus continuano a risuonare, di generazione in generazione, le parole di vita che, come diceva Péguy, «non si possono conservare che vive, nutrite vive, nutrite, portate, scaldate, calde in un cuore vivo», cioè in un cuore che ama. Tutti noi lo sappiamo molto bene per esperienza: quando si ama non si è mai sazi di sentire parlare dell’amato, di parlare di lui, di tenerlo sempre sotto gli occhi. Questo è stato per secoli il compito dell’arte: aiutare i fedeli a meditare i Misteri della nostra salvezza.

Il pittore non è mai stato un semplice illustratore di episodi sacri, ma ha studiato, meditato, pregato, ha fatto suo il soggetto da rappresentare e gli ha dato la “sua carne”. Certo, questo è sempre avvenuto in una stretta collaborazione con le esigenze dei committenti e con le indicazioni dei teologi, ma anche con l’attività dei predicatori che fornivano i temi e le immagini con cui rappresentare le verità della nostra fede.

Fra le innumerevoli opere d’arte raffiguranti l’Annunciazione abbiamo scelto il Trittico Mérode per la sua ricchezza e complessità di significati simbolico-teologigi. L’opera, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, fu dipinta dal così detto Maestro di Flémalle, identificabile con Robert Campin (1375-1444), fra il 1420 e il 1430.

Il forte legame architettonico tra i tre pannelli dell’opera fa supporre che gli episodi illustrati stiano avvenendo nella medesima casa: i committenti (raffigurati nel pannello di sinistra), in devoto raccoglimento, attraverso la porta aperta della casa della Vergine Maria (pannello centrale), diventano privilegiati spettatori dell’Incarnazione del Signore, mentre nella stanza adiacente, san Giuseppe (pannello di destra), è tutto intento al suo lavoro.

Maria, seduta in terra secondo la tipologia iconografica della Madonna dell’umiltà, è appoggiata ad una panca sulla quale sono scolpiti dei leoni che richiamano il trono di Salomone (cfr. 1Re 10,19) e identificano Maria come sede della sapienza, come viene cantata nelle Litanie Lauretane. I due leoni dei braccioli indicano le due virtù maggiori di Maria: carità e castità.

L’angelo ha portato l’Annuncio e Maria ha già detto il suo fiat, poiché da una delle due finestrelle della parete di sinistra, sopra un raggio di luce, una piccola figurina nuda si avvicina a Lei recando una croce, mentre la Vergine medita queste cose nel suo cuore (cfr Lc 2,19). Questo tipo di rappresentazione in seguito verrà vietato perché contrario al dogma, in quanto mostra la forma umana di Cristo prima dell'Incarnazione. Va detto, però, che il “bambino” era probabilmente inteso dai pii spettatori del tempo come simbolo dell'Incarnazione imminente, mentre la croce simboleggia la Crocifissione del Signore e la Redenzione del genere umano.

Il giglio non è nella mano dell’Arcangelo, ma posto nel vaso che si trova sopra il tavolo. La purezza simboleggiata dal giglio viene ulteriormente ribadita nell’immagine dalla presenza di strumenti di pulizia come il bacile colmo d'acqua e l’asciugatoio. Si tratta di un concetto che viene ripreso dal modo in cui è rappresentata l’Incarnazione: i raggi sui quali “viaggia” il Gesù Bambino passano attraverso una finestra senza romperla, con riferimento ad una metafora ampiamente utilizzata nel medioevo per indicare la purezza verginale. Scrive san Bernardo:
« ...come un raggio penetra puro in un vetro, ne esce intatto, ma prende il colore del vetro... così il Figlio di Dio, entrò nel grembo immacolato della Vergine, ne uscì puro, ma assunse l'aspetto della Vergine, ossia la natura umana, e prese le sembianze dell'umana specie e se ne rivestì».

Una sequenza medievale alla Beata Vergine Maria recita:
« Come un vetro/ viene attraversato/ da un raggio di sole/ senza che ciò produca/ alcuna lesione al vetro,// Così, anzi più delicatamente,/ il Figlio di Dio, che è Dio,/ nasce dalla sua sposa,/ madre illibata».

Accanto a Maria il caminetto è spento ma si intuisce che normalmente viene usato perché la parete è affumicata; sopra il caminetto due candelieri reggono una sola candela spenta mentre sul tavolo ve n’è una dallo stoppino ancora fumante.
Per capire il significato delle candele spente bisogna considerare un testo redatto nel Basso Medio Evo da santa Brigida di Svezia. Ella, a proposito di una sua visione della Natività, scrive: «…E mentre lei (la Vergine) era in preghiera, vidi il Bambino nel suo grembo muoversi e improvvisamente diede alla luce suo figlio dal quale si irradiava un tale splendore ineffabile che nemmeno la luce del sole poteva eguagliarlo, tanto meno la candela che San Giuseppe aveva posto vicino; la luce divina annullava totalmente la luce materiale della candela».
Per quanto si parli, qui, della nascita di Gesù e non dell'Annunciazione, appare evidente il nesso tra l'immagine e lo scritto: la Natività rende visibile quanto era già avvenuto in nuce con il fiat della Vergine. San Giovanni, nel Prologo del suo Vangelo, ne descrive sinteticamente l'essenza dicendo che «la luce, quella vera, che illumina ogni uomo, veniva nel mondo» (Gv 1,9). Ecco perché il lume della candela non è più necessario.

Il pannello di destra mostra un anziano san Giuseppe al lavoro nella falegnameria, attorniato dagli attrezzi. Nella storia delle immagini la figura di san Giuseppe è molto cambiata: spesso è stato rappresentato come un uomo vecchio al momento della nascita di Cristo allo scopo di rendere più facilmente credibile la verginità di Maria. La presenza accanto a lei di un uomo molto avanti con l'età, avrebbe fugato ogni sospetto sulla purezza della Madonna. Successivamente, però, si dovette ammettere che una famiglia costituita da una fanciulla e da un marito carico d'anni, difficilmente avrebbe potuto essere proposta come modello di virtù da imitare. Per questa ed altre ragioni iniziarono a comparire immagini sempre più giovanili del padre putativo di Gesù.
Dietro di lui le finestre della stanza lasciano intravedere una tipica città nordica, ma forse questo è solo un espediente per attirare la nostra attenzione verso l’oggetto posto sul davanzale (uno simile, ma ancora in costruzione, si trova sul banco da lavoro). Gli studiosi dell’opera sono riusciti a identificare il misterioso oggetto con una trappola per topi.

Per capire pienamente il motivo della presenza di San Giuseppe accanto alla scena dell’Annunciazione e perché stia costruendo trappole per topi è necessario considerare il periodo storico in cui ci troviamo.
Come si è già detto, il trittico fu probabilmente realizzato tra il 1420 e il 1430, anni di intensa propaganda del culto di san Giuseppe la cui festa diviene obbligatoria per l’intera Chiesa solamente nel 1621. Nei primi anni del XV secolo i leaders nel movimento di propagazione del culto di san Giuseppe erano il Cardinale Peter d’Ailly (1350-1425), vescovo di Cambrai, e il suo pupillo John Gerson (1363-1429). Al Concilio di Costanza nel 1416 essi proposero che Giuseppe venisse elevato al rango degli Apostoli e che il suo culto fosse accostato a quello della Vergine e si adoperarono per istituire la festa dello sposalizio. Gerson, inoltre, compose numerosi lavori in onore di San Giuseppe. Nei suoi scritti Gerson ci mostra un San Giuseppe artigiano al lavoro; ma perché qui sta fabbricando trappole per topi?

La trappola per topi ha un significato teologico ben noto all'intelligenza dei cristiani del medioevo.
Sant'Agostino, considerando la redenzione dell'uomo operata dal Sacrificio di Cristo, usa la metafora della trappola per topi per spiegare la necessità dell'Incarnazione:
«Il diavolo esultò quando Cristo morì, in realtà il diavolo è stato vinto dalla morte stessa di Cristo, quando accolse l'esca nella trappola. Gioiva della morte, quasi fosse il signore della morte. Gli fu tesa l'insidia da ciò di cui godeva. La trappola del diavolo è la Croce del Signore: l'esca con la quale doveva essere catturato, la morte del Signore.»
Tale metafora ricorre non meno di tre volte nelle sue opere. In un altro sermone dice:
«Ma venne il Redentore e l'ingannatore fu sconfitto. Cosa fece il nostro Redentore a colui che ci teneva prigionieri? Come prezzo del nostro riscatto tese la trappola della sua Croce: qui versò il suo sangue.»

L'immagine della trappola per topi è solo una delle tante metafore colte e d'eccezione attraverso cui la teologia tenta di spiegare l'Incarnazione di Cristo e il Suo Sacrificio come pagamento del riscatto dovuto al diavolo per liberare l'uomo prigioniero a causa del peccato di Adamo ed Eva. La concezione del corpo di Cristo come divina esca morsa dal demonio che la logora e la distrugge, è una antica e comune figura, già usata da Gregorio di Nissa e Cirillo.
All'epoca del trittico di Mérode la metafora dell'amo appare negli scritti di Gerson per esporre la Redenzione; egli nella Esposizione sulla Passione del Signore presenta il diavolo come Leviathan che tenta di mordere la preziosa carne di Gesù Cristo con la stretta della morte.

Bisogna inoltre considerare che nel folklore e nella magia popolare il topo è una delle creature con maggior concentrazione di significati erotici e diabolici. Considerata dal punto di vista della metafora della Redenzione, la trappola per topi è quindi contemporaneamente una ricca condensazione di simboli diabolico/erotici e indice della loro repressione, mentre, come oggetto domestico, si inserisce bene nella scelta di articoli di pulizia e quindi richiama la Verginità di Maria quanto la presenza del bacile e dell'asciugatoio.
Questo oggetto andrebbe anche a identificare il ruolo di San Giuseppe; infatti, secondo alcuni Padri della Chiesa, il diavolo sapeva che il Messia sarebbe nato da una vergine ed era pronto a sconfiggerlo, ma il demonio è stato ingannato dalla presenza di Giuseppe: se Gesù aveva un padre non poteva essere figlio di Dio.
Nella sua Lettera agli Efesini sant’Ignazio d’Antiochia scrive:« Il principe di questo mondo non ha saputo nulla della verginità di Maria, né del suo parto, né della morte di Cristo; tre misteri strepitosi che si sono compiuti nel silenzio di Dio». Così pure lo Pseudo-Basilio: «Fu scelta una vergine fidanzata affinché la sua verginità rimanesse nascosta al principe di questo mondo; il fidanzamento di Maria con Giuseppe fu, per così dire, un mezzo con cui ingannarlo, dato che egli, conoscendo il detto del profeta: “Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio” (Is 7,14), già precedentemente osservava le vergini; sapeva molto bene che il suo dominio doveva essere infranto dal futuro Verbo incarnato».
Quindi lo stesso Giuseppe sarebbe una trappola per il demonio.
C'è ancora una domanda a cui rispondere: che cosa sta facendo Giuseppe? Perché sta praticando dei fori in un'asse? Per capirlo si deve tornare al pannello centrale. Se guardiamo con attenzione, possiamo riconoscere un oggetto analogo già completato. Si tratta, con ogni probabilità, di un parafuoco che servirebbe a proteggere la Vergine dalle fiamme del camino e, simbolicamente, a custodire con amorevole tenerezza la castità di tutta la persona.
Guardando alla dedizione con cui san Giuseppe compie il compito affidatogli da Dio, con gratitudine ricordiamo che, come scriveva Giovanni Paolo II nell’introduzione alla esortazione apostolica Redemptoris Custos: «…san Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello».

Dialoghi Carmelitani, dicembre 2007

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