di Paola Zucca
“L’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono”(Salmo 84).
Una vita fatta di inevitabili e talvolta drammatiche sofferenze, che vita è? E che relazione sussiste tra la mia sofferenza e il sacrificio di Cristo? Sono domande alle quali non sempre è facile risponde-re. San Paolo, nella Lettera ai Romani, invita i cristiani ad offrire i propri corpi (cioè se stessi) co-me sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (cfr. Rm 12, 1-2); attraverso tali parole - affermava al-cuni anni addietro il card. J. Ratzinger - “Noi chiediamo che il Logos, Cristo, che è il vero sacrifi-cio, assuma noi stessi nella sua offerta, ci «renda Logos», ci renda, come dice la parola, veramente ragionevoli, così che il suo sacrificio divenga il nostro e venga accolto da Dio come nostro, possa essere a noi imputato. […] Il Logos stesso è divenuto corpo e si dà a noi nel suo corpo. Per questo noi veniamo invitati ad offrire i nostri corpi come culto secondo il Logos, cioè ad essere attirati in tutta la nostra esistenza corporea nella comunione con Cristo, nella comunione d'amore con Dio”.
Spesso la sofferenza diventa, invece, l’obiezione principale al nostro rapporto con Cristo; abbiamo l’impressione che tutto ciò possa essere tempo sprecato, e la preghiera (che dovrebbe essere il moto-re della nostra fede) si riduce il più delle volte ad una richiesta formale di aiuto.Quando poi la sofferenza ci mette alla prova, può risultare scomodo “sentirsi in dovere” di fare la volontà di Dio, senza però amarla davvero, senza avere delle ben fondate RAGIONI per desiderarla pienamente. Possiamo “sopportare” la sofferenza per un giorno, magari per una settimana, ma come fare se la mia sofferenza o quella di un mio caro dura di più, magari per tutto il resto della vita?
Che aspetto ha il nostro affidarci a Cristo di fronte a tali presupposti? Una faccia triste, rassegnata, pesante: quella di un’obbedienza come sforzo di coerenza. Il nostro posare il capo sul corpo di una Persona amata dovrebbe avere un altro volto. Il volto libero di una sofferenza “trasfigurata” dalla certezza del Suo amore. Il volto di un vincitore: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? For-se la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?.. Ma in tutte questa cose noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati» (Romani 8, 35-37).
Madeleine Delbrêl, a tal proposito, scriveva: “Sempre più mi vado convincendo che qui sta la fedel-tà fondamentale: nell’accoglienza adorante di ciò che capita”; e ancora: “Ci sembra che la gioia cri-stiana, quella che il Signore chiama ‘la mia gioia’, quella che Egli vuole che sia ‘piena’, consista nel credere concretamente – per fede – che noi sempre e dovunque abbiamo tutto ciò che è necessario per essere felici. Crederlo quando riconosciamo che per noi le cose vanno per il meglio; crederlo quando sperimentiamo che per noi vanno male. Credere che ‘nulla al mondo può rapirci questa gioia’, nostro tutto, per essere felici. Così sia” .
Bisogna ammettere che del mistero dell’incarnazione di Gesù ci sfugge sempre qualcosa! A questo Dio che si fa uomo, che prende la nostra carne, che liberamente sceglie di soffrire nella maniera più drammatica e che grazie a questa sofferenza ci salva, forse non ci crediamo abbastanza, non Lo a-miamo abbastanza. Allora dobbiamo pregare, desiderare che ci accadano una fede e un amore più grande. Dobbiamo pregare lo Spirito Santo, per comprendere davvero che Dio ci salva la vita, quel-la di adesso; salva la mia umanità, salva il mio tempo, lo rende utile. E allora la sofferenza la si ac-coglie con maggiore consapevolezza. Santa Teresa d’Avila, in un momento di prova, scriveva: “La mia volontà non vuole che la sua, alla quale non si oppone neppure per un primo moto. Vi sono talmente sottomessa che non desidero più di vivere che di morire. Se bramo la morte è solo per quei pochi istanti in cui sospiro di vedere Dio. Ma sparisce anche la pena di questa lontananza, appena mi si affacciano le tre Divine Persone che porto in me così al vivo. E l’anima mia torna a bramare di vivere, se così piace al Signore, per poterlo servire, un po’ di più. Se potessi contribuire in qualche cosa, per farlo amare e lodare da un’anima, anche solo per poco tempo, le sembrerebbe assai più importante che di essere già nella gloria”.
La sofferenza è un momento della vita, come tutti gli altri, da offrire a Gesù. Ogni istante di soffe-renza diventa utilissimo se siamo in grado di offrirglielo, Lui lo accetta come il dono più prezioso che possiamo fargli e sa bene cosa farne. I santi ci insegnano bene che tutto nella vita è occasione per stringerci a Cristo e per amarlo; la sofferenza non era nel progetto di Dio, ma è diventata inevi-tabile dopo il peccato dell’uomo.
Dimentichiamo troppo spesso che la nostra salvezza ha avuto un prezzo altissimo in termini di sof-ferenza. Un istante di sofferenza veramente offerto, donato a Cristo può salvare qualcuno, può sal-vare le persone care. Diventa utile soprattutto per me, perché così acquisto la consapevolezza di es-sere salvata dal Suo amore totale, di unirmi a Lui per diventare quello che sono, più vera, più in comunione con lui, con il suo corpo vivente che è la Chiesa. La liturgia ci fa rinnovare questa offer-ta nella celebrazione quotidiana dell’Eucaristia: “Pregate, fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente. Il Signore riceva dalle mie mani questo sacrificio - a lode e gloria del suo nome, - per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa…Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell'attesa della sua venuta ti offriamo, Padre in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo. Guarda con amore e riconosci nell'offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito, perché possiamo ottenere il regno promesso insieme con i tuoi eletti… Per questo sacrificio di riconcilia-zione dona, Padre, pace e salvezza al mondo intero”.
Dialoghi Carmelitani, Settembre 2008






