L’ultima solitudine
Intervista al dott. Michele Battagliola,
in collaborazione con la collega e amica, l’infermiera Ornella Gatti
a cura di Stefania Giorgi
"Molte tristezze umane sono solitudini.
Se rendiamo a Dio l'onore della nostra gioia,
è perché tutte le nostre solitudini
saranno state colmate da Lui"
(M. Delbrel - La solitudine)
La vecchiaia spaventa tutti, ma certamente di più la solitudine. Quando poi pensiamo a queste due condizioni vissute nello stesso momento abbiamo la tentazione, comprensibile e umana, di vedere il nostro futuro come un incubo. Eppure, anche in una situazione così preoccupante, così angosciosa, dovremmo ricordare che ogni condizione di vita può essere attraversata dalla certezza che anche la solitudine può essere una porta verso un incontro. Se ci cadesse dagli occhi il velo dell’abitudine, se avessimo la forza di guardare veramente nell’intimo di noi stessi, avremmo il coraggio di vedere che anche quando l’uomo è in una condizione di abbandono totale, di apparente sopravvivenza ai minimi della coscienza, non si esprime in questo se non la nostra condizione essenziale di creature bisognose di tutto. Ci ricorderemmo che abbiamo già ricevuto ogni cosa, che non possiamo nulla con le nostre forze e che non ci rimane che attendere lì dove siamo Chi ci verrà incontro.
Ma questa certezza non è condivisa da tutti, e perfino i cristiani la dimenticano giorno dopo giorno, dando per scontate la salute, gli affetti, l’intelletto, le capacità relazionali, il tempo. I più fortunati tra i nostri anziani godono di famiglie che si stringono ancora più vicine in caso di malattia e di lento avvicinamento alla morte. Ma chi non ha nessuno? Chi non ha i mezzi per sostenere questo tempo di attesa?
La solitudine è quindi l’ultimo dei problemi che ci si pone in queste realtà. Perfino il volontariato agli anziani sta sparendo, a favore di altri malati, certamente altrettanto bisognosi, ma più gradevoli e socievoli.
Il dottor Michele Battagliola lavora da otto anni presso una RSA (Residenza Sanitario-Assistenziale) di Brescia. Grazie alla sua amicizia con la collega Ornella Gatti, nostra amica, abbiamo potuto conoscere da vicino l’esperienza di un medico che lavora a contatto con una realtà che tanti vorrebbero nascondere, ma che, forse ancor più di altre, è la frontiera su cui si svolge la battaglia per la sacralità della vita, e la misura della civiltà umana.
Ci può raccontare quali sono i motivi che l’hanno portata ad esercitare questa professione, qual è stato il suo percorso umano?
Fin da piccolo era presente in me il desiderio di poter in qualche modo aiutare gli altri. Effettivamente, con il passare degli anni, si è consolidata l’idea che la professione medica poteva più di altre conciliare questa aspirazione.
Qual è l’aspetto più difficile da affrontare, giorno dopo giorno, e cosa invece le da soddisfazione?
All’inizio del percorso l’aspetto più difficile è stato certamente l’impatto con la morte. Per quanto ci potessimo prodigare, io e il mio gruppo di lavoro, nulla si poteva contro la “signora con la falce”, e allora, piano piano, cambiano le prospettive e ci si accorge dell’importanza della quotidianità di ogni singolo atto medico e umano, e non ti preoccupi della morte, ma di come poter far vivere al meglio la morte del tuo ammalato. Non è un paradosso, in un’epoca in cui tutti ci chiediamo il senso della qualità della vita, raramente ci chiediamo il senso della qualità della morte…eppure abbiamo una sola occasione nella vita! Allora diventano più semplici concetti come “accanimento diagnostico o terapeutico” e le cure di fine vita atte ad alleviare i sintomi delle nostre ammalate. Ecco, forse la cosa più difficile è la condivisione di tutto ciò con parenti e colleghi, in una società in cui appunto ci vediamo immortali è difficile fare i conti con questi concetti. Quello invece che da soddisfazione è veder star bene, per quanto possibile il tuo paziente; è un grazie, un sorriso, il sapere di aver fatto bene il tuo lavoro. E’ vincere battaglie insignificanti agli occhi dei più, ma preziose perché hanno fatto vivere bene gli ultimi anni, o anche solo gli ultimi istanti, a una persona.
Tutti i vostri ospiti, soprattutto donne, sono totalmente non autosufficienti. La loro condizione è quindi quella di persone particolarmente fragili da ogni punto di vista, non solo quello fisico che viene seguito dal punto di vista medico, ma anche dal punto di vista umano, relazionale, probabilmente il più difficile da “sanare”…Come vengono accolte e in che modo si cerca di offrire loro una vita piena di dignità?
Accogliere la persona fragile, totalmente dipendente è un lavoro da fare su se stessi perché la dignità della persona passa attraverso i gesti quotidiani come il vestirla, lavarla, accompagnarla in bagno. E’ un abbracciare e lasciarsi abbracciare. Bisogna essere ospitali, aperti all’altro, alle sue esigenze seppure minime, altrimenti si rischia di fare una accoglienza formale. Bisogna sempre lavorare su se stessi e con il gruppo per non far diventare ogni atto medico-assistenziale una stantia routine, ricordandoci la preziosità di ogni singolo gesto che ci mette in comunicazione profonda con l’ammalato.
Nel gruppo in cui lavoro, da quando con Ornella abbiamo iniziato questo cammino insieme, ci siamo occupati non solo della cura in senso stretto, ma della presa in carico a 360 gradi della persona a noi affidata. Allora, se è ben chiaro questo concetto della presa in carico, diventa più semplice occuparsi delle relazioni umane e spirituali dei nostri ammalati. Solo entrando in forte empatia con l’ammalato è possibile entrare in maniera umana nell’intimità del suo corpo e della sua anima. Purtroppo c’è troppa burocrazia che rischia di disumanizzare la nostra professione. La nostra professionalità, senza “cuore” e senza un qualsiasi moto dell’anima, renderebbe il nostro lavoro sterile e senza significato. In qualche maniera, una buona parte della terapia è rappresentata dal medico e dall’infermiera nella loro capacità empatica di proporsi all’altro.
Spesso gli anziani ospitati sono soli per gran parte della giornata, o dell’intera settimana, se non di più, perché non hanno una famiglia che si occupi di loro, o perché, anche quando i parenti ci sono, non possono essere sempre presenti nella loro vita quotidiana. Inoltre il trauma del ricovero, dell’allontanamento dalla propria casa, dalle proprie abitudini, il doversi abituare a ritmi di vita e a relazioni imposte può portare ad un estraniamento volontario. Come si affronta la solitudine di un anziano? La solitudine è sempre vissuta con tragicità, tanto da diventare una malattia, o può portare a una riscoperta di sé?
La solitudine purtroppo c’è ed è tanta. Si è soli sia perché le capacità cognitive e fisiche vengono meno, sia perché fisicamente non ci sono parenti, o perché se sono presenti, sono distratti da altri pensieri. Il più delle volte la solitudine è vissuta con tragicità, quasi mai nelle nostre ospiti rappresenta una riscoperta di sé. La presenza degli animatori allevia temporaneamente la sensazione di abbandono, ma non può bastare. Inoltre è vero che le condizioni fisiche e mentali non permettono sempre un coinvolgimento attivo. Dalla nostra quotidiana esperienza vediamo che basterebbe così poco per riempire un po’ il bisogno d’amore che non viene mai meno. Anche a una persona apparentemente non in grado di comunicare, un minimo contatto, anche il modo in cui la si imbocca o la si accarezza, trasmette una presenza amica. Sarebbe quindi una bella esperienza di umanità fare volontariato in una casa di riposo, e questo porterebbe meno solitudine, perché a differenza dell’animazione si tratta di instaurare dei rapporti personali.
Occuparsi del corpo di un estraneo non è facile.E viceversa, farsi toccare da un estraneo quando si è deboli e malati, è una condizione di vulnerabilità che per alcuni può essere intollerabile. Il personale che sta più a contatto con i pazienti riceve dei consigli, dei suggerimenti di comportamento o tutto è lasciato alla sensibilità e all’intelligenza del singolo operatore? Potrebbe essere utile una formazione del personale, o un confronto sistematico fra colleghi che, non limitandosi all’istruzione pratica della propria mansione, aiuti a prendere coscienza dei bisogni intimi delle persone ospitate, soprattutto quelli non espressi, quelli che si celano sotto la vergogna o sotto l’incapacità caratteriale?
Occuparsi di un corpo malato, vecchio, deforme e comunque destinato a morire, non è facile. Si passa dal ribrezzo delle prime volte, all’abitudine. Si rischia di spogliare, lavare, vestire una persona come se fosse un oggetto, senza dirle una parola, continuando a chiacchierare con il collega. Questo i malati lo recepiscono, tanto che alcuni diventano aggressivi. Purtroppo questo delicato compito è lasciato alla sensibilità della singola persona. Sarebbe ovviamente augurabile e utilissimo un confronto attraverso corsi di aggiornamento, supporto psicologico agli operatori vista la difficoltà di questo lavoro che non prevede un esito positivo per il degente, se non momentaneamente.
Nelle situazioni più compromesse e terminali come vi comportate? Chi interviene? Chi resta fino all’ultimo quando non c’è nessun altro?
Nella semplicità delle cose risiede la risposta alla domanda più difficile: la cura di fine vita. Oltre, come già detto, all’alleviare i sintomi che possono di volta in volta peggiorare la qualità della vita, o della fine vita, è opportuno porsi nei loro confronti con serenità, nella certezza che anche piccoli ma amorevoli gesti possono determinare sollievo. Allora diventa semplice porsi nei loro confronti come farebbe una madre con il proprio bimbo: il contatto, un abbraccio, un sorso d’acqua diventano essi stessi terapeutici. Certo, tutti si muore soli, ma chi non ha nessuno muore doppiamente solo. Il personale è troppo scarso per permettersi il lusso di lasciare una persona al capezzale, o quantomeno questo è lasciato anche in questo caso alla sensibilità di chi è di turno. Inoltre, bisogna anche rilevare che non c’è un adeguato accompagnamento di tipo spirituale, religioso.
La sua vita personale e la sua famiglia ricevono qualcosa dal suo lavoro?
Da questa esperienza che si protrae da ben otto anni posso affermare con certezza di aver trovato prima di tutto una grande amica, Ornella, con la quale è stato possibile condividere ideali e percorsi non proprio semplici da realizzare nella vita quotidiana da soli. Certamente poi, con la grande comprensione di mia moglie Giovanna (anche lei medico), che spesso deve sopportare i miei brontolamenti, è stato possibile accrescere la consapevolezza che l’attenzione e la cura per l’altro costituiscono la missione della nostra professione.
Non è facile fare i conti con la vita quando si perde tutto, anche le capacità primarie. Si torna davvero come bambini, dipendenti in tutto, ma di questa estrema debolezza ci si vergogna. Si comincia a dire che non c’è più dignità e che quindi non vale la pena di andare avanti.
Solo chi ha creduto in un Dio che si è fatto piccolissimo, che ha scelto di andare incontro all’uomo come un bambino totalmente indifeso, di essere alla mercè di tutti fin sulla croce, di patire la solitudine e l’angoscia dell’agonia, può guardarsi in questa stessa estrema povertà e solitudine sapendo di potersi abbandonare con fiducia. Avremo paura, soffriremo certamente, ma forse dalle nostre incapacità, dall’essere abbandonati da tutti quelli che amavamo, da una condizione di completa dipendenza da altri, impareremo che non possiamo aver bisogno se non di Chi ci ha messi in questo mondo, dell’Unico che ci ha accompagnati ogni istante della nostra vita, di Colui che non ci ha mai voltato le spalle e che ci aspetta fino all’ultimo giorno che passeremo su questa terra.
Non è una prospettiva per poterci consolare, per poter in qualche modo contrastare la disperazione che altrimenti ci attanaglierebbe, non vuote parole di un filosofo di duemila anni fa, ma la promessa fattaci da un Uomo attraverso la Sua stessa carne. Un Uomo che solo essendo Dio poteva diventare il Risorto che ci porta tutti con sé oltre la morte. Certo, la materia di cui siamo fatti grida la paura della fine di tutto, ma la nostra stessa repulsione verso il dolore e la morte ci dimostra che non siamo fatti per questo destino.
“Quando, impoveriti di tutto, non riuscirete più a vedere nel mondo che una casa depredata, e in voi vedrete soltanto una indigenza senza volto, pensate a quegli occhi segreti aperti nel centro della vostra anima, fissi a cose ineffabili, perché il Regno dei Cieli è vicino” (M. Delbrel in Ma joie terrestre où donc es-tu? degli Etudes carmelitains, 1947, pp. 185-192).
Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2008
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