di Richi BARONE

“La musica è la tua esperienza, i tuoi pensieri, la tua comprensione delle cose. Se non la vivi, non potrà venire fuori dalla tua tromba.” Charlie Parker

La musica è per sua natura obbedienza. Si obbedisce innanzitutto ad un impulso, ad un suono che viene prima, che c’è già. Obbedire, “ob-audire”, ascoltare qualcosa già presente da qualche parte, magari nascosto. Da quel primo vagito musicale nasce poi il desiderio di comunicare attraverso la musica oppure tramite/grazie alla musica. Essere strumento quindi. Una comunicazione che può essere fatta di soli suoni, di veli da togliere e mettere per provocare emozioni, per annunciare sensazioni, per far ascoltare il respiro della natura, per osservare il sole che sorge, per raccontare di un tramonto o di un deserto. Ogni musicista, dal più piccolo al più grande, obbedisce a queste leggi.

Si racconta che la creazione del mondo venne annunciata con il suono di un corno d’ariete, ed è per questo che nel Capodanno ebraico si usa suonare il corno, per annunciare l’inizio di un nuovo anno. Il suono poi attraversa il tempo, lo scavalca e lo travalica, e si deposita quando trova un cuore aperto e disposto ad accoglierlo. E’ qui che il suono, la musica, una canzone si fa carne. “All’ombra dell’ultimo sole s’era assopito un pescatore, e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso…e versò il vino e spezzò il pane a chi diceva ho sete ho fame”. Ci sono canzoni che viaggiano come storie, con un incipit, una trama, un finale, bello o brutto che sia. Sono le storie del folk e del rock, che raccontano dei vari Pat Garret & Billy the Kid, dei Bobby Jean, dei frequentatori dei Bar Mario o dei Roxy bar, dove ci troveremo, a bere del whisky, come le star. Sono le canzoni popolari, quelle che il popolo tramandava oralmente, che i menestrelli hanno portato in giro nei secoli passati e che i cantautori hanno seminato nel Novecento.

Sono tante le storie che incontriamo ed ascoltiamo attraverso le canzoni, magari a Natale, quando un bambino nasce e piange come tutti i bambini (“Redemption rips through the surface of time, in the cry of a tiny babe” - Bruce Cockburn) o quelle che ci descrivono di vita, morte e miracoli. Di resurrezione quindi.
Alcuni anni fa uscì la raccolta di canzoni “The Passion of the Christ, songs inspired by”, curata dal regista del film “The passion”, Mel Gibson. Non la colonna sonora del film, quella è un’altra cosa, ma canzoni ispirate alla passione di Gesù Cristo. Nel disco incontriamo autori come Hank Williams, tra i precursori del rock ‘n’ roll, Nick Cave, poeta australiano maledetto diventato poi grande e graffiante ricercatore della verità, la preghiera gospel “Precious Lord” cantata dagli straordinari “Ragazzi ciechi dell’Alabama” (The Blind Boys of Alabama), c’è – poteva mancare? – il mitico Elvis, grande interprete gospel di “Where no one stand alone”. Ci sono anche la voce di Dolores O’Riordan, cantante degli irlandesi Cranberries, che interpreta magistralmente l’Ave Maria di Schubert, mentre lo “zio Bob” Dylan canta “Not dark yet”, canzone da lui composta dopo un problema fisico che fece temere per la sua vita. Canzoni ricche di parole che camminano verso la verità, che cercano Dio, che si nutrono della carne di Gesù Cristo e che sono costruite senza quel tono zuccheroso e spesso lacrimevole che hanno molte canzoni di ambito ecclesiastico. Perché sono canzoni vere, perché il loro linguaggio pur non essendo tipicamente religioso ha dentro di sé lo slancio di chi ha fame e sete di verità, perché “chi cerca la verità, lo sappia o no, cerca Dio”(Edith Stein). Canzoni che sono pure nel loro “laicismo”e per questo restituite al loro significato primo, che le rende capaci di parlare le lingue del mondo, di slanciarsi dal mondo verso Dio.

“Le canzoni sono come i fiori”, sbocciano così, con le parole che escono in un certo modo e poi si danno in pasto al mondo, che le mastica e spesso le risignifica in una, mille o centomila maniere. Oppure le frammenta in tanti cocci, ciascuno se ne porta a casa un pezzo, e questo è un miracolo, è la moltiplicazione del senso di una canzone. Come un pezzo di pane che si trasforma in carne, e nutre. Così sono le canzoni, ci nutrono, ci seguono, ci accompagnano nel nostro vivere. Quante volte ho cantato e calpestato quella frase: “How long to sing this song?”. Quante volte l’ho scritta sul diario o sull’agenda, di giorno e di notte. Una canzone nata come un salmo, il numero 40 della Bibbia, e diventata un inno nella voce di Bono degli U2. Dalla Bibbia al rock, dalla terra al cielo, una preghiera che per anni ha chiuso tutti i concerti degli U2, come una compieta che accompagna verso la notte e ripulisce l’animo. Ma ci sono anche canzoni che sono come sassi, “le parole sono come sassi”, pesano, incidono, graffiano, si lasciano accarezzare oppure colpiscono, e possono fare bene o possono fare male. A volte purtroppo le parole delle canzoni significano male, perché la loro radice non è sana, è deviata o malata. Altre volte invece le canzoni cantano con parole stantie e banali, scelte apposta per illudere. Capita poi che parole stesse si possano smarrire - “Ho perso le parole”- , fino a non ritrovarsi più, non avere più nulla da dire se non svolazzare come letterine, scivolare e depositarsi sul bagnasciuga mollemente ed evaporare. Le canzoni vere no, quelle non svaniscono, non perdono mai la bellezza – autentica come un quadro di Van Gogh - che le ha generate. Le canzoni vere non si scolorano col tempo ma si rafforzano, come se acquistassero consapevolezza ed efficacia con il passare degli anni, e diventano eterne. Si tramandano di generazione in generazione, perché sono testimonianze, momenti di vita. pezzi di storia.
“La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso. La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,questo rumore che rompe il silenzio,questo silenzio così duro da masticare”.
(“La storia siamo noi” – Francesco De Gregari). Storie vissute o vivibili,che si possono descrivere e raccontare oppure storie fatte di attimi, sguardi, sorrisi, pensieri e tenerezze. Perché, come ci canta Giorgio Conte, la bellezza della vita in fondo sta tutta nel prendersi per mano e affidarsi al Mistero.
“Mi chiedi la vita tu, la vita è la vita. Io altre risposte non ne ho. Forse è una capriola o un salto mortale. Qualcuno si diverte qualcuno si fa male. Tu prendimi per mano, andiamo camminiamo a spasso con la vita, finché la vita vuole” (“Cos’è mai la vita”).

(Tratto da Dialoghi Carmelitani)

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