Image

Discutere con G. lo considero un vero privilegio. G. è un mio amico di sedici anni che talvolta mi mette a parte delle sue confidenze, perché sa che di me si può fidare. Anzi, con mia soddisfazione, definisce mitico parlarmi, considerato che sono  abbastanza grande (so che sta per vecchia) per capirlo e già abituata a discorsi simili, per via dei figli cresciuti (quasi adulti) che ho.
È un’eccezione, dice, perché non si può negare che tra le generazioni ci sia sempre uno scontro. Ma mentre lo guardo rivedo la mia di adolescenza, travagliata in altro modo, ma come la sua, rivedo quell’età che so bene avere segnato tutta la mia vita, con i suoi sogni, le sue speranze, le sue contraddizioni. Quando G. arriva, perché vuole confrontarsi su qualcosa, istintivamente gli darei una aggiustata, ma me ne guardo bene, perderei la sua fiducia: pantaloni in bilico, giacche mai della misura giusta (o un po’ di più o un po’ di meno), capelli lunghi raccolti a coda di cavallo. Sono sicura però che trascuratezza e stravaganza sono attentamente ricercate. Come un tornado batte i tacchi di quegli scarponi pesantissimi che di solito calza e con gesto consueto lascia scivolare lo zaino e lo allontana con un gentile calcetto. Tra lo zaino e un block-notes non c’è alcuna differenza, appunti di ogni genere sulla tela di tipo militare.

E iniziano le lunghe discussioni. Parliamo di tutto, della libertà, della ragazza che ancora non lo corrisponde, della poesia e della matematica che gli sta su. Il più delle volte il mio ruolo è quello di ascoltare pazientemente, cercando di non stupirmi di nulla. So quanto sia importante per un sedicenne avere una persona matura che possa affiancare i genitori nella sua formazione, un responsabile che abbia a cuore il suo futuro, lo so prima per i miei figli, poi perché mi ricordo addirittura ancora di quanto fosse importante per me a quei miei tempi. 

A volte l’argomento sono i genitori. Ne parla con me perché sa che sono loro affezionata e non li giudicherei mai, altrimenti non si permetterebbe di tirarli in ballo. Li definisce una pizza, quando va bene, per le idee che hanno su tante cose, innanzi tutto sul giudizio che mostrano sulla sua voglia di divertirsi. Accusa i genitori di passare al setaccio ogni suo divertimento, di criticarlo ingiustamente, di soffocarlo (si tratta del più che legittimo controllo che i suoi genitori hanno sugli orari di rientro, sui luoghi, sulle amicizie). Sa per certo che sto proprio dalla parte dei suoi genitori e che con i miei figli sono stata e sono piuttosto rigorosa sull’argomento, per questo gli viene più facile infierire.

Saltano fuori parole - come festa, gioia, divertimento - che dichiara a spada tratta dover essere sinonimi, mentre da parte mia continuo a fare così la differenza: festa e gioia hanno un legame fortissimo con la felicità che ineluttabilmente G., e così tutti noi, andiamo cercando, mentre, come lui stesso ha più volte dichiarato, il divertimento fine a se stesso lascia un gusto del nulla (gli do grande merito per questa espressione incredibilmente filosofica!).

L’ultima volta, colto da improvviso disappunto per le mie affermazioni, mi si è rivolto più bruscamente: “sai che ti dico? scrivimi perché mi sono abbuttato (stufato)”.
E io? Io l’ho preso sul serio, molto sul serio, e gli ho scritto una lettera di cui vi propongo di seguito la parte più significativa. Una lettera serissima, dai toni adulti e veri, come richiede la bella persona che è G., anche quando si mostra incavolato.
 
Caro G.,
non lo immaginavi, ma io ti scrivo davvero. Perché il tempo che abbiamo è prezioso. Comunicare è prezioso! Su questo tempo siamo molto informati, più o meno correttamente, e di esso pensiamo di avere profonda coscienza. Ma anche il passato lo conosciamo in qualche modo: il più vicino lo conosciamo dalla nostra stessa memoria; man mano che si allontana, poi, dal racconto dei più vecchi, dalle vestigia e dalla storia.
Tra le generazioni c’è sempre una scommessa “com’era una volta… e… com’è adesso”, una scommessa fatta di nostalgia che spesso non corrisponde alla realtà. Quando mai quel tempo che ricordiamo come l’ideale ci dava allora questa impressione di se stesso? Una scommessa fatta nell’intimo del nostro cuore di sentimento e di rimpianti. Si poteva far meglio, senz’altro, sempre si sarebbe potuto far meglio.
E mentre basta avere trent’anni per non capire più i ventenni e vent’anni per non avere più nulla in comune con questi adolescenti, un bambino nasce, oggi come ieri, e il suo vagito rimane sempre tutta una domanda di latte, di madre e di amore, una stessa identica domanda, e a sua volta questo bambino crescerà diventando un adolescente difficile da comprendere.
Questo è il tempo dei figli, è sempre il tempo dei figli, è sempre il vostro tempo. Perciò l’oggi è il tempo più caro che possa esistere, durante il quale investire il massimo delle energie, a cui accostarsi con trepidazione e rispetto, con ansia ed infinita tenerezza. Le generazioni che appaiono così diverse, così in contrasto fra loro, hanno un divino legame, un legame di paternità, maternità e figliolanza ed un particolare ed eterno anelito: l’appassionata ricerca dell’uomo da parte di Dio, la sua sete di noi. 
L’attimo presente, cioè il respiro pur se affannoso ed ansimante, e la sete di infinito drammaticamente impressi nel più profondo di noi stessi, sono tra i doni più grandi che abbia l’uomo di ogni epoca e contro cui tutto si accanisce per distorcere ed ingannare.
Ed è sempre, dunque, il tempo dei figli, l’ora in cui tutto si gioca, e il ladro è alle porte perché di quest’ora vuol rubare la bellezza. Bisogna fortificare, senza lagne, senza lamenti, bisogna custodire il dono, il dono di quest’istante tutto nostro, tutto da spendere, bisogna fortificare! Su! Raccogliamo energie e materiale perché il compito è quello di fortificare! Il compito è quello di imparare ed insegnare il rispetto ed il gusto delle cose, la gioia del lavoro, del far bene il proprio lavoro, con reciproca attenzione. Fortificare!
Il presente è il continuo Natale della storia, perché è il perpetrarsi dell’Incarnazione, dell’istante cioè in cui Gesù brama incontrare personalmente ogni creatura, brama incontrare te perché tu sia felice. E Gesù  cerca di incontrarti senza moralismi, senza pregiudizi, con infinita pazienza. Il presente è una festa, è la festa dell’incontro con Lui. È la festa di tutti noi, la nostra festa.
Il presente è la festa dell’incontro dell’uomo con l’uomo, dell’incontro tra le generazioni, l’abbraccio tra genitori e figli, pur nel naturale evolversi della storia. È lo spazio temporale in cui accade il miracolo della vita, l’esplosione dei colori e della luce, ma anche il contrasto tra il giorno e la notte e l’alternarsi delle stagioni. La festa è affidata a noi, L’incontro è affidato a noi. Il Natale è affidato a noi. Possiamo rovinarlo con rumori e luci artificiali, possiamo confezionare pacchi dimenticando il dono o possiamo riconoscere a Dio anche quest’anno la libertà di nascere per raggiungere il cuore di ogni uomo, per raggiungere il tuo cuore.

Quando ci siamo rivisti, con una pacca sulla spalla, quasi avessimo la stessa età, G. ha esordito: “Forte eh!? Proprio forte. Grazie!”. 

Antonella Gizzi Scarpaci - Dialoghi Carmelitani, dicembre 2007

 

 

 

Devolvi il 5 per mille alle missioni del MEC

Condividi su FaceBook

 

 

MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano

You must have Flash Player installed in order to see this player.