L'educazione della coscienza: una sfida permanente
Conversazione con il prof. Pierpaolo Triani
a cura di Luca SIGHEL
Il prof. Pierpaolo Triani, pedagogista e docente presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza, si occupa da molti anni di formazione e didattica. Dirige la rivista “Scuola e Didattica” (Editrice La Scuola), fondamentale risorsa, in Italia, per l'insegnamento nella scuola secondaria di primo grado. Il suo impegno si articola anche in numerosi interventi e corsi di formazione sull'educare alla fede. Avendolo incontrato ed ascoltato ad un convegno su Scuola e famiglia, svoltosi all’Istituto di Adro (BS), gli abbiamo posto alcune domande su questi tempi di emergenza educativa.
A partire dalle parole del Papa, da più parti oggi si discute su l’“emergenza educativa”, in che senso lo è e quali sono le caratteristiche di questa che lei preferisce definire con il termine sfida?
La riflessione, che oggi si fa sull'educazione, sottolinea la difficoltà degli adulti ad investire in educazione, ma soprattutto a stare dentro una relazione educativa propositiva di significati per vivere. Mi pare che si debba evitare una lettura catastrofista della situazione e favorirne una il più possibile realista. L'educazione in quanto tale, processo di aiuto all'umanizzazione delle persone e alla costruzione della loro identità, è sempre una sfida, in ogni epoca, ogni generazione di adulti la vive come un compito nuovo, perchè i contesti mutano e con essi i valori di riferimento. L'educazione è quindi un compito e una sfida permanente, che oggi viene percepita come particolarmente difficile a causa di alcuni cambiamenti forti.
Mentre nelle generazioni precedenti l'educazione veniva svolta non solo dagli adulti in maniera intenzionale, ma anche da un contesto socio-culturale uniforme, oggi la frammentazione dei contesti culturali, pur essendo portatrice anche di ricchezza, costringe l'adulto ad assumere maggiormente la responsabilità dell'educazione. Si è rotto il patto implicito tra le varie agenzie educative.
In secondo luogo, proprio perchè l'educazione esterna è più frammentata, le nuove generazioni sono sollecitate ad assumere in proprio la formazione personale.
Si è passati dall’affidarsi a dispositivi educativi esterni ad una maggior attenzione ai dispositivi educativi interni. Chi educa si accorge che è più importante educare la coscienza, ma è difficile, e per realizzarlo, è richiesto un grosso investimento. Per questo si avverte l'emergenza, perchè si comprende che non è più possibile educare semplicemente i comportamenti. L'educazione e la formazione della coscienza è un'impresa molto impegnativa, che richiede molte risorse, molte energie, molte di più. Ogni generazione adulta non può affidarsi solo a quello che ha ricevuto e oggi ancor meno a causa dei cambiamenti avvenuti. Per questo si tende a parlare di un'emergenza.
Si guarda sempre di più alla scuola come ad un'ancora di salvezza e le famiglie le chiedono sempre di più, salvo poi indicarla spesso come il luogo dove vediamo nascondersi tutte le nostre più grandi paure di adulti. Lei che ha un diretto contatto con la scuola: che immagine ne ha e quali sono i termini della sfida educativa per la scuola nel rapporto con la famiglia?
Vi sono diverse analisi e studi che si sono occupati di come sia cambiato il rapporto tra scuola e società. Il primo mutamento è di funzione. Fino agli anni '60 la scuola era vista come un luogo di ascesa sociale. Le famiglie affidavano i figli alla scuola, sperando che la scuola potesse dare la strumentazione per l'ascesa sociale dei figli. Oggi questo aspetto si è indebolito, anche se permane in alcune fasce deboli della popolazione, principalmente nella popolazione straniera, e alla scuola è stato attribuito un ruolo sempre più crescente di tutela sociale, quindi si è allargato il compito e le aspettative, anche di carattere educativo, che la società ha affidato alla scuola, per le necessità di lavoro degli adulti e di organizzazione del loro tempo. La scuola, essendo l'istituzione educativa più organizzata sul territorio, è stata investita di questa nuova funzione.
Questa attribuzione di una funzione educativa è andata ad incrociarsi con un progressivo processo di individualismo da parte delle famiglie. La scuola è letta come un bene individuale: ogni famiglia chiede alla scuola il massimo per il proprio figlio, sottovalutando il fatto che la scuola deve mediare tra una pluralità di soggetti e di bisogni. Questo fa richiedere sempre di più in termini individualistici e così ha portato ad un aumento della conflittualità tra scuola e famiglia. In questo senso bisogna ristrutturare anche un nuovo patto educativo.
La scuola, da parte sua, ha assunto sempre di più la funzione educativa, ma non ha cambiato la propria struttura organizzativa per assumerla adeguatamente; oggi si trova in una situazione di crisi (ad esempio la scuola media), in cui l'organizzazione scolastica non regge più lo spettro di funzioni educative, che le sono state date, e tende a non volerne assumere più.
Che cosa può fare la scuola allora?
La scuola deve ridefinire la propria organizzazione, mantenendo forte la funzione istruttiva, mai separandola da una più ampia funzione educativa. Poi bisogna poter valorizzare l'autonomia scolastica, dando maggior coerenza organizzativa. Nei confronti della famiglia, credo, vada ampliata la strada dei patti educativi di corresponsabilità, purchè non siano mero strumento burocratico, ma diventino un percorso di scelte condivise.
Nel suo testo “L'arte di educare nella fede” si occupa dell'educazione cristiana alla fede. Quali sono i punti di forza dell'impegno educativo cristiano e quali le fragilità?
I punti di forza della Chiesa sono almeno due. Il primo è il ‘tesoro nascosto’ nella comunità ecclesiale, l'annuncio che porta, il contenuto educativo della Chiesa è una forza sul presente e sulla positività del vivere, la Buona notizia sulla vita e sull'uomo, di cui oggi abbiamo bisogno. Penso che quando il Papa parla di emergenza educativa, ne parli anche nell'ottica della difficoltà degli adulti nell'aiutare i giovani ad immaginare un futuro buono.
L'altra forza è di essere, soprattutto in Italia, una realtà molto radicata sul territorio, quindi ha la possibilità di essere ancora contesto vitale per le persone, in cui sperimentare relazioni significative e incontrare giovani e adulti che propongono dei significati per vivere.
Quali le sfide per i cristiani?
Sono delle sfide culturali, ma anche interne alla comunità ecclesiale.
Secondo me una è la sfida dell' uscire da sé. La cultura iperindividualistica concentra la nostra vita su noi stessi, semplicemente sull'autorealizzazione, che è certamente un grande valore, ma l'educazione cristiana deve coniugarla con il riconoscimento dell'altro.
Un'altra sfida è l'autotrascendenza: aiutare le persone a riconoscersi non autosufficienti, è l'educazione dell'apertura al Mistero della trascendenza.
La terza è aiutare le nuove generazioni a stare nella fragilità. Compito permanente degli adulti è aiutare i giovani a riconoscere che è possibile vivere sensatamente anche dentro le difficoltà e dentro la fragilità del vivere, mentre oggi c'è il rischio o di esagerare o si cerca di evitare e schivare ogni fragilità, non riconoscendole.
La quarta sfida educativa è poter aiutare a guardare al futuro.
La comunità cristiana ha alcune sfide al suo interno: deve ritornare ad essere significativa, ritornare a dire parole che colpiscano il cuore, recuperando la forza paradossale del Vangelo. Poi deve ripensare i propri percorsi educativi, ripensare e non abbandonare gli adulti, concentrandosi solo o troppo sulla formazione e la pastorale dei giovani.
Come sta cambiando l'età adulta e cosa significa per gli adulti formazione permanente?
L'età adulta è molto cambiata, perchè da età socialmente stabile è diventata età più dinamica, perciò è aumentata, in questo senso, l'attenzione alla formazione. Credo che il nodo della formazione degli adulti sia di evitare da un lato la deresponsabilizzazione (siccome l'adulto deve sempre formarsi non può assumere responsabilità), d'altra parte evitare la solitudine e l'abbandono. Se si esamina la trasformazione della figura genitoriale, soprattutto dell'esercizio della figura genitoriale, si nota come l'adulto, genitore o insegnante, sempre più ha bisogno di essere sostenuto nel suo impegno, perchè si sono indebolite delle relazioni informali e associative che erano elementi di sostegno e formazione permanente. Questa formazione deve poter potenziare le risorse già presenti nell'adulto.
Che cosa può aiutare gli adolescenti nella decisione per la fede?
Jean Guitton diceva: “Io credo grazie agli incontri.” Mi pare che la questione fondamentale sia di permettere agli adolescenti di incontrare esperienze e persone che permettano di arrivare alla decisione della fede. Innanzitutto è necessario, riprendendo Bernard Lonergan, che le persone facciano esperienza incarnata dei significati della fede, quindi l'accompagnamento alla decisione per gli adolescenti passa attraverso la possibilità di fare esperienza di gratuità, di uno sguardo benevolo sulla loro vita, di fare esperienza di adulti che si aprono alla possibilità della fede, adulti che non hanno rinunciato a riflettere e confrontarsi con la fede. Il primo livello è sperimentare.
Poi, sempre di più c'è bisogno di occasioni (gruppi, campi-scuola, esercizi e nuove forme che possano nascere) per fermarsi a riflettere, per aiutare gli adolescenti a comprendere. Da parte nostra come comunicazione cristiana si tende a fornire ai bambini, attraverso l'iniziazione cristiana contenuti teologici che faticano a capire, e si rinuncia alla teologia con gli adolescenti.
Accanto alla comprensione dice Lonergan le persone devono essere educate a giudicare quello che capiscono, un'abitudine al giudizio sui propri atteggiamenti, sui comportamenti. Poi accade il momento della scelta, ma prima c'è un percorso, dove viene preparato il terreno per quelle che Lonergan chiama le tre conversioni. La conversione intellettuale è il capire che conoscere non è vedere, potremmo coniugarla con “l'andare in profondità”, uscire dalla superficialità, la conversione morale è comprendere che il bene non coincide semplicemente con il mio bene. Per poterla sostenere è importante che i giovani facciano esperienza di gruppo, incontrino adulti che lo testimoni, leggano e si rapportino con i grandi maestri del passato.
La conversione religiosa infine, direbbe Lonergan, è un dono che viene dall'alto e riguarda tutto il campo dell'affettività, la possibilità di fare esperienze di dono ricevuto e di dono e offerta agli altri è la strada per far in modo che la conversione religiosa accada.
Questo lavoro educativo della Chiesa è per tutti gli uomini, anche i non credenti?
È inseparabile l'educazione alla coscienza umana dall'educazione alla fede. La Chiesa ha a cuore la formazione dell'uomo nella sua integralità, cura la formazione della coscienza umana come libera, aperta, responsabile. La comunità cristiana ha sperimentato che la pienezza dell'umano sta nell'incontro con il Vangelo. Educa le persone a scoprire la propria umanità, ma offre loro l'incontro libero nell'esperienza del Vangelo in modo che l'umanità possa esprimersi in modo più forte. La comunità non educa l'uomo e separatamente il credente. Per aprire l'uomo al Vangelo deve far crescere la sua responsabilità e libertà.
(Dialoghi Carmelitani, Settembre 2009)
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