“L'acqua è avvelenata!”

di Luca SIGHEL

Con queste parole i terroristi ceceni minacciavano e terrorizzavano psicologicamente le centinaia di persone stipate nella palestra della scuola di Beslan, durante i tragici giorni dell'attentato nel 2004. E così la sete, in quelle interminabili giornate, cresceva con la paura e l'angoscia, lasciando una ferita profonda, ancor oggi aperta e non rimarginata, nei cuori, negli occhi e nella mente non solo degli scampati alla tragedia, ma dell'intera comunità di quella lontana città dell'Ossezia. Forse qualcuno di voi si ricorda le foto di allora e rammenta lo sgomento provato di fronte ad un gesto così violento, perpetrato contro degli innocenti.

La foto di copertina di questo nuovo numero della nostra rivista è la palestra come appare oggi. Tutto è rimasto come 5 anni fa, il luogo è divenuto, per quella gente, una sorta di monumento alla memoria di quei feroci avvenimenti. Tante bottiglia d'acqua nella vecchia scuola, oggi ricostruita altrove ex novo, bottiglie che si trovano lungo i muretti del cimitero e in tutti i luoghi che in qualche modo ricordano quel dramma.

L'acqua è divenuta un simbolo per non dimenticare quella sete e quel male patito, un'acqua che vorrebbe dissetare, lavare, pulire, consolare l'aridità profonda dei cuori, togliere quella sete ancor più profonda, senza fine: la sete di senso, di consolazione, di compimento, una sete così impotente davanti al dolore, alla sofferenza, alla morte, a tutto ciò che comprensibile non sembra e forse non è. Eppure non si può rinunciare a capire, ogni giorno, ad afferrare, almeno un frammento, a perdonare, per comprendere.

“Hanno avvelenato l'acqua!” sembra anche il sospettoso allarme che emerge da molte analisi dei contesti sociali ed educativi in cui viviamo, come se le parole che identificano le relazioni, i rapporti familiari, la socialità - come le conoscevamo - non fossero più vere e fossero state contaminate in modo tanto invisibile quanto fatale; come se non fossero più feconde e capaci di spegnere la sete e il bisogno di legami e di educazione.
A partire dalle parole del Papa, in questo ultimo anno, si è discusso molto di “emergenza educativa”. Molte sono le inchieste, le indagini, gli interventi di illustri esperti, i convegni, che si moltiplicano ed evidenziano la presenza di una crisi educativa, ben più profonda di quella economica.


Come spesso accade, è più facile portare in luce le difficoltà, i malesseri, l'immoralità, i vizi, e magari accanirsi su di essi. I martellanti giudizi dei media, ad esempio, sulla scuola, costruiti a suon di filmati tratti da Youtube, raggiungono l'effetto di fornire l'immagine di un sistema di istruzione degradato, disonesto e corrotto, non toccando neppure i problemi veri, che ci sono e anche all'inizio di quest'anno si ripropongono, preferendo invece una folcloristica rappresentazione, che certo garantisce audience e pubblicità, e fa opinione. Poco, quasi inesistente, è lo spazio lasciato alle esperienze di formazione ed istruzione che funzionano non solo da un punto di vista strutturale ed economico, ma soprattutto professionale. Un esempio, certo, ma da più parti ci si chiede che fare. Da dove cominciare? Quali i punti o i valori irrinunciabili?


Forse è un problema di regole? E quindi di limiti, proibizioni, leggi, come se la loro pura esistenza potesse risolvere, perchè “...adesso che un decreto-legge ha stabilito che..., e le multe e le pene saranno più pesanti..., il problema, per carità, non è risolto,... però almeno si sa di chi è colpa.”
O forse no!? Forse di limiti e proibizioni ve ne sono troppi e quindi la possibile soluzione, anzi la responsabilità suggerisce di togliere tutta quella montagna di divieti, veti e dinieghi. Così si potranno veramente, attraverso una libertà senza condizionamenti, scuotere le nuove generazioni ad una presa di nuova consapevolezza.
Ma poi qualcuno si accorge che non accade così, e che questo intenso dibattito, imperniato soprattutto sui giovani, oscilla tra un atteggiamento restrittivo, reazionario, “oscurantista” e un po' borghese, e un altro libertario, tollerante, “progressista” e un po' borghese…anche lui.
Tanti propongono acute letture, in molti ostentano convinzioni, progettano ipotesi, garantiscono ricette, ma alla prova dei fatti tutti sembrano sperimentare un'impotenza di fondo. Si insinua allora il sospetto che chi è in crisi, in emergenza, in codice rosso siano gli adulti.

Quelle bottiglie d'acqua, abbandonate a ricordare quella sete insaziabile di verità che ci costituisce e che, trascurata, riduce la vita all'indifferenza o ad una noiosa banalità e ripetitività, ci fan riflettere.
Chi è più assetato quindi, i giovani, gli adulti o entrambi? E dove è l'acqua che potrà dissetarci?
Quale acqua potrà sedare la nostra sete e il nostro desiderio di verità sulla persona, sulle relazioni, sulla realtà che ci è affidata, in tempi in cui pare che l'unica verità sia il fatto che non esistano verità?
In uno dei suoi scritti più originali e corrosivi (Gli eretici) K.C. Chesterton affermava che si preparavano tempi in cui sarebbe stato necessario difendere la verità, dalla più piccola ed evidente alla Verità tutta intera:“Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impassibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli impassibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto”.
Un buon punto di partenza!

Dialoghi Carmelitani, Settembre 2009

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