di Antonio Bellingreri
Chi parla quando io parlo?
«Quando io parlo chi parla?» Con questa affermazione in apparenza paradossale, S. Freud portava a sintesi efficacemente la scoperta fondamentale della sua psicoanalisi. In verità, argomentava, quando prendo la parola, io non so chi parla, in ragione del fatto che esiste una parte di me sottratta per definizione alla consapevolezza e alla libertà. È del resto parte non secondaria di me in me, trattandosi di quella che comanda l’«ordine stesso degli amori», le preferenze più originali, le scelte intime. Il soggetto reale pertanto, delle nostre parole come delle nostre azioni, non coincide con quello cosciente di sé, essendo il primo ben più ampio dell’altro.
La psicoanalisi freudiana è, nella cultura contemporanea, un episodio della storia di quei «maestri del sospetto» (Marx, Schopenhauer, Darwin, Nietzsche…), che hanno messo in questione la pretesa del soggetto di essere il centro di se stesso e di saper gestire con perfetta lucidità ogni aspetto della propria vita. Il centro si rivela in realtà una periferia: altrove, in un luogo che è piuttosto nessun-luogo perché non ne sappiamo quasi niente, si deciderebbe, se così ci si può esprimere, della nostra destinazione – di ciò che, nel linguaggio ordinario, spesso chiamiamo semplicemente il nostro destino in questo mondo.Notiamo subito che se una tale prospettiva antropologica venisse accettata senza alcuna riserva critica, dovremmo arrivare alla conclusione che nessun uomo è mai veramente libero. Le cose, in modo evidente, non stanno così, già l’esperienza porta da sé sola immediate smentite. E proprio il lavoro dell’analisi, il «diventar coscienti» del proprio esser decentrati, implica un primo, pur minimo, fenomeno di libertà. Si può infatti consentire o dissentire, con un atto che accompagna il sorgere della consapevolezza di esser così: accettando liberamente o liberamente odiando di esser definiti da un limite costitutivo alla nostra coscienza. Già questo è un atto di libertà: dicendo di sì o dicendo di no a questo confine originario, noi scegliamo infatti di conferire un significato, positivo o negativo, ad esso.
Veniamo ad essere senza esser consultati
C’è da dire che i «maestri del sospetto» hanno dato senz’altro un contributo significativo con la loro critica all’antropologia prevalente nella cultura moderna, ma non hanno pensato in modo veramente radicale il senso del confine o limite strutturale, in breve il senso della finitezza originaria dell’uomo. Ogni uomo che viene in questo mondo infatti si trova coinvolto ne lo gran mar dell’essere, nel gioco della vita, senza averlo scelto, «senza nemmeno esser stato consultato». Se dunque è evidente che siamo capaci di compiere atti di libertà, risulta altrettanto chiaro che la nostra libertà non è assoluta, non avendo noi all’origine scelto l’essere e l’esistenza.
Venendo ad essere siamo poi consegnati ad un brano di mondo che non abbiamo scelto, un’epoca storica determinata e un definito spazio geografico: siamo definiti da precise coordinate spazio-temporali e sono piuttosto esse a sceglierci, per così dire, a configurare la nostra fisionomia originale. La nostra libertà che non ha scelto l’essere, non ha scelto dunque neanche la forma dell’essere e la determinata figura esistenziale che ognuno di noi è.
Ora, se decidiamo di pensare sino in fondo questo originario esser consegnati all’essere e all’esistenza, la prima evidenza può diventare quello di un dono che ciascuno di noi riceve, col suo essere e con la sua esistenza. Devo sottolineare quel può, il verbo che intende la possibilità, perché non è semplice riuscire a vedersi così. Si tratta di un gesto eminentemente libero, che richiede però un atteggiamento di umiltà, quasi un’ascesi, che sola ci renda capaci di accogliere con letizia la dipendenza e il vincolo originari, percepiti per lo più dagli uomini moderni «usciti dalla minorità» quasi fossero una diminuzione. Non può essere diversamente, dal momento che l’esperienza è lì ad attestarci che per molti resta aperta, e forse è più praticata, l’altra possibilità: scegliere di vedersi piuttosto gettati nel mondo e accolti in esso con sostanziale indifferenza all’invio e al destino.
La chiamata e la consegna originaria
È proprio dell’uomo religioso saper accogliere lietamente quanto, ai più, appare a tutta prima una sottrazione d’importanza. Egli riesce a vedersi così, ad accettare proprio come un dono l’essere e la forma della sua esistenza, permanendo – con tutta l’audacia quotidiana che questo comporta - in un’abituale frequentazione con l’ineffabile Donante. Il venir ad essere dal proprio non essere appare ora, nella prospettiva aperta da questa relazione originaria di confidenza lieta, un evento unico, l’avvenimento di una novità assoluta. Io sono stato proprio pensato e voluto nell’essere con il mio volto, né altro essere nell’universo è identico alla persona unica e irrepetibile che io sono. E se unico è il mio essere, unica deve essere anche la mia forma personale: il senso stesso dell’invio e della consegna che mi sono donati col venir ad essere; esse in senso proprio costituiscono la mia originale fisionomia.
Il nome proprio col quale siamo chiamati sin dalla nascita è stato scelto dai nostri genitori; esso ci lega ad una storia, quella di papà e mamma, ma anche quella dei nonni, la storia di una stirpe umana. Ma per l’uomo religioso è anche il nome col quale – così egli crede – il buon Dio lo ha chiamato all’aurora del primo mattino, suscitandolo e animandolo dal proprio non essere. Forse dentro di noi, da qualche parte, è serbata la eco di quella misteriosa Chiamata; di certo comunque quest’uomo sceglie, una volta per tutte, di impegnare l’intera sua esistenza per rispondere ad essa, semplicemente lieto che questo gli sia potuto accadere.
Quale sia però il senso determinato che la Chiamata implica e l’itinerario concreto che gli riserva, egli può apprenderlo solo volta a volta; pertanto ciò che egli ha scelto una volta per tutte, deve nello stesso tempo sceglierlo ogni giorno. Ricercando ogni giorno non solo (non tanto) che cosa fare, ma chi essere per pervenire alla destinazione personale buona, egli può sperimentare l’oscurità, con la sua coorte di dubbi e finanche di disperazione. L’ineffabile Chiamante è anche il misteriosamente Nascosto e vuole farsi cercare: la trama della nostra esistenza viene in qualche modo tessuta ogni giorno, quasi debba essere sempre reinventata; e, ciò che è ancora più misterioso, essa sembra tale che debba essere tanto trovata quanto creata.
La insuperabile solitudine
È questa la ragione della possibilità reale di smarrirsi ed è in questo itinerario esistenziale che l’uomo religioso, forse con una radicalità che non ha uguali, soprattutto sperimenta la sua solitudine essenziale. Egli apprende dall’esperienza quotidiana di non conoscersi realmente, di imbattersi piuttosto con una frequenza impressionante in rappresentazioni di sé e progetti che si rivelano presto inadeguati e illusori. Al più, arriva ad intravvedere, ma quasi solo per adombramenti, qualche tratto del suo volto; l’intero sempre gli sfugge.
In questa condizione appare una buona ventura scoprire che gli altri, almeno le persone che ci amano e che pertanto percepiamo prossime, qualcosa di noi riescono a conoscere. Accade ad esempio quando qualcuno, grazie all’esperienza dell’empatia, riesce ad immedesimarsi con il nostro stesso modo di sentire o di pensare, spesso contribuendosi così a rivelarci a noi stessi. È un balsamo benefico perché in questa esperienza empatica ci sentiamo sottratti per un momento alla nostra solitudine: qualcuno, pensiamo, ci ama e ci conosce, sta cogliendo qualche segreto del nostro cuore, prende dimora pertanto in esso.
Ha ragione Erich Fromm quando scrive che empatia è un nome dell’amore, ciò che con evidenza la fa apparire bisogno fondamentale della persona. Risulta però meno evidente la sua pretesa: è possibile veramente vedere e sentire il segreto dell’altro? Il segreto di un cuore non è, per definizione, invisibile, sottratto alla vista? In effetti, noi vediamo il comportamento di un altro così come ci si mostra, «dall’esterno»; ma non vediamo l’esperienza che, «dall’interno», l’altro ha di sé, del suo mondo e di me nel suo mondo. Comunque sia, anche qui, come nella conoscenza che noi stessi possiamo avere del nostro sé, scopriamo che, nella migliore delle ipotesi, alla comprensione empatica che l’altro può avere di noi si mostra solo qualche profilo, ma sfugge l’intero della nostra identità reale.
Il segreto del cuore
Infine, chi conosce veramente il segreto del nostro cuore? Se nessuno lo conosce veramente e pienamente, non restiamo consegnati solo a noi stessi e confinati in una solitudine insuperabile? Appare opaco già a noi stessi, e opaco resta allo sguardo dell’altro, questo nostro cuore: specchio distorcente, per lo più, che riflette solo qualche contorno di una figura deformata. Possiamo allora opinare che da qualche parte, negli abissi della terra o nella vastità del cielo, esista un libro nel quale è scritto e svelato il nome del desiderio che costituisce il nostro essere. Conoscerlo significherebbe intendere il senso del corso della nostra esistenza e vedere infine l’ordito del tessuto, dal quale emerge il disegno del nostro volto. Tutto ciò però può durare solo per qualche istante, il tempo necessario perché i nostri occhi, incapaci di sostenere a lungo la chiarità diffusa, si abituino nuovamente alla fioca luce quotidiana. La trama degli eventi si ripresenta ingarbugliata; l’ordine si dissolve d’un tratto; tutto precipita in un affastellato susseguirsi di incontri casuali: la nostra esistenza appare, piuttosto, un caso lungamente prolungato...
Se il segreto del cuore resta secretum, nessuno sa chi egli sia, da dove venga e verso dove cammini. Non può essere diversamente: la proprietà personale, che è il «destino» personale, può esser data solo per adombramenti, nei presentimenti che significano spesso delle premonizioni. Ma il senso dell’intervallo che va dalla vita alla morte non può, ragionevolmente, mai essere inteso perché esso non si offre mai come un senso compiuto. Ricordiamo forse l’attimo dell’inizio del nostro essere? e possiamo prefigurarci l’istante del venir meno dell’essere, l’hora mortis come svelamento del nostro segreto?
Certo, qualcosa resta, nella nostra memoria più antica, dell’alba nebulosa in cui siamo entrati nella vita come cellule primordiali. Il venire ad essere dal nostro non essere probabilmente lascia in noi una traccia, ricordi motori che si convertono immediatamente in ricordi simbolici. La memoria corporea della vita intrauterina, l’emergere dal proprio nulla in un universo circondato da acque, permangono in noi soprattutto come risonanza ontologica. Ma le tracce che la vita intrauterina ha lasciato in noi sono e restano enigma difficilmente decifrabile. Tutti gli umori e i sentimenti vitali, la stessa felicità o l’infelicità di esistere, sono segnati dall’istante tremulo del concepimento, dall’atto d’essere che ci ha posto fuori dal non essere e che nell’essere ci fa permanere; ma sono depositati dentro di noi come un tesoro custodito in un forziere nascosto, da qualche parte e del quale comunque non possediamo né la mappa né le chiavi.
«Ci hai fatti per Te»
Come ogni uomo, anche l’uomo religioso dunque è consegnato ad una solitudine essenziale originaria. Egli non riesce a superarla; accettandola però e, per così dire, tenendola ferma, egli può leggerla come fosse essa stessa un testo e portasse un messaggio.
La solitudine essenziale di ognuno infatti è attraversata solo da Dio: egli solo, che è il Creatore dei cuori, conosce il segreto di ogni cuore. Lo celebra in modo sublime il salmo: «Sei tu che hai formato i miei reni, / che mi hai intessuto nel ventre della madre / facendo del suo ventre una tenda. / Grazie a te mirabile mi hai fatto, / o mirabile autore di prodigi! / Meravigliose le opere tue: / l’anima mia trabocca / della loro conoscenza. / Non c’era del corpo mio / una fibra che ti fosse nascosta, / quando fui costruito in segreto, / ricamato nelle viscere della terra. / Quando ancora ero un grumo informe / i tuoi occhi mi videro; / e nel tuo libro già stavano scritti / i giorni che furono poi, / quando ancora non uno di essi esisteva. / Come insondabili sono i tuoi pensieri, mio Dio…/ quanto eccelse le loro cime! / Più fitti a narrarli che la rena! / Uscito dal sogno / ancora con te mi ritrovo!» (Salmo 139 [138], 13-18; traduzione poetica di D. M. Turoldo).
La recita di questo testo ha un potere misterico, recando una luce capace di rivelare qualcosa che prima era nascosta. È forse allora che diviene possibile cogliere qualche aspetto del messaggio scritto nella nostra solitudine originaria: ci dice che il nostro deserto è abitato solo da Dio; Egli solo infatti lo ama e lo conosce, rendendolo pertanto sua deliziosa dimora.
In generale, è nostra esperienza quotidiana constatare che noi portiamo dentro di noi, nel nostro cuore, tutte le persone che ci amano e che ci conoscono. Così come, quasi di riflesso, il loro amore e la loro conoscenza ci apprende ad amarle e a conoscerle, in ragione di ciò che ci si presenta sommamente desiderabile: chi ci ama compie l’anima del nostro desiderio, il desiderio del nostro cuore d’essere desiderato – amato e conosciuto nella sua unicità, con un amore e una conoscenza pertanto unica, solo ad esso rivolta.
Chi amandoci ci conosce con verità e totalità, porta in modo perfetto la pienezza della felicità, ciò che Gesù e la Chiesa chiamano beatitudo. L’ineffabile Donante ha reso il nostro cuore sua dimora, un giardino in cui sceglie di abitare; la più grande distanza diventa massima prossimità, «intima a noi più di noi stessi». Accogliendolo in casa nostra e nel nostro cuore, noi troviamo infine la pace, l’approdo; comprendiamo che siamo fatti originariamente per questo: «Fecisti nos ad Te, et cor nostrum inquietum donec in Te requiescat».
La verginità del cuore
Per il discepolo amoroso di Gesù, la verginità del cuore è forse tutta qui. Egli sa di esser creato dal Padre e, ad imitazione perfetta del Figlio, sceglie di fare della Sua Volontà santa «il suo cibo», per diventare così anch’egli un figlio «prediletto». Egli non conosce tutta l’ampiezza e la profondità del Volere del Padre, ma sa che un cuore vergine si fida sempre – si è fidato sempre e sempre si fiderà.
Mangiando questo pane, egli conosce ogni giorno, al momento opportuno, ciò che gli è riservato «sin dalla creazione del mondo». Egli sa ed è certo, in primo luogo, che così gli viene donata la luce, il suo volto proprio, ciò che dobbiamo chiamare il sé stesso autentico: non c’è altra via per essere sé stessi per tutto quello che è possibile essere sé stessi; dunque, non c’è altro metodo per essere veramente liberi. Ma sa anche ed è certo, in secondo luogo, che ogni giorno, al momento opportuno, egli riceve un dono ancora più grande: la forza per diventare sé stesso e compiere quel bene unico che solo lui può compiere nel cosmo, senza il quale questo resterebbe più povero.
Il discepolo amoroso di Gesù, custodendo questa luce e questa forza, resta vergine nel cuore: ama d’amore perfetto il Padre, a imitazione e per partecipazione dell’amore perfetto del Figlio.
Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2008





