di Maria Alberti

Ci sono cose difficili da guardare, perché ciò che vedi dice già troppo, sino al cuore. E ci sono cose difficili da raccontare, poi, perché il loro racconto accade solo dentro, dove il silenzio diventa uno spazio, interiore ed esteriore… Questi ed altri sentimenti possono attraversare l’anima, mentre si cammina, lentamente, dentro i campi di concentramento di Auschwitz. Questo è accaduto a noi che, in viaggio verso la Lettonia, abbiamo avuto la possibilità di visitarli. Un’esperienza che non si può comunicare, ma di cui proviamo a riportare alcuni spunti, quelli più forti. Quelli che difficilmente si dimenticheranno.

Una stella gialla a sei punte per i prigionieri ebrei.

Un triangolo marrone per gli zingari, rosso per prigionieri politici e per i religiosi cattolici; un triangolo rosa per gli omosessuali, verde per i “criminali”…
Un numero sul braccio sinistro e poi tre foto: di fronte, profilo sinistro e profilo destro.
Poi, nulla di più, se non sofferenza e morte.
Perchè questi “dati” erano tutto ciò che restava dell’identità delle persone internate nei campi di concentramento.
In totale furono deportate ad Auschwitz più di un milione e 300.000 persone. Di queste, 900.000 furono uccise subito, al momento dell’arrivo, mentre altre 200.000 morirono a causa di malattie, fame, freddo.
In tutto, sono circa sei milioni gli ebrei, giovani e vecchi, neonati e adulti, che furono uccisi dalla violenza nazista. La Shoah si sviluppò progressivamente, in cinque diverse fasi: la privazione dei diritti civili e l’espulsione dei cittadini ebrei dai territori della Germania; la creazione di ghetti circondati da filo spinato, muri e guardie armate nei territori conquistati a est dal Terzo Reich; poi i massacri delle Einsatzgruppen (squadre di riservisti incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia) durante le azioni di rastrellamento; infine la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati. Queste tappe corrispondono a due periodi storici: dal 1933 al 1940, quando il nazismo individuò la soluzione della questione ebraica nell’emigrazione; dal 1941 al 1945, quando venne attuato lo sterminio.
La soluzione finale del “problema ebraico”, in particolare, fu decisa nel corso della Conferenza di Wannsee, il 20 gennaio 1942: qui si decise la sorte del popolo ebraico e di altre minoranze.
Intanto, per quella data, il campo di Auschwitz-Birkenau era stato reso pienamente operativo…

Si può raccontare qualcosa di Auschwitz-Birkenau? Si può scrivere di questi luoghi, anche dopo averli visitati?
Trovare le parole per descrivere un dolore che non ha nome, per descrivere un luogo in cui ormai regna solo un assordante silenzio sembra impossibile, sembra, oserei dire, dissacrante.
Il campo di sterminio di Birkenau, ha un’estensione di 2,5 km per 2 km. È un’area pressoché vuota, nella quale si vedono solo i resti di alcune baracche in cui dormivano i deportati, e poi solo centinaia e centinaia di comignoli.
Due comignoli per ogni baracca, in ogni baracca 400 deportati.
Centinaia… centinaia di comignoli, e l’occhio non sa dove potersi posare.
Si entra lentamente, nel campo. Si cammina piano, in silenzio, con la paura di spezzare, di calpestare qualcosa che possa fare male, con la paura di provocare ancora dolore, mentre si ripercorre il tracciato che costeggia il filo spinato e che porta là in fondo, alla “casetta bianca”.
Si entra lentamente, nel campo, anche con la testa. Un passo dopo l’altro si comincia a entrare in contatto con quella realtà. Il silenzio è totale, troppo carico di tutte le antiche grida che ancora echeggiano lungo il filo spinato.
Lo sguardo non sa, ancora, dove potersi fermare. È come se non ci fosse più nessun angolo in cui poter riposare per riprendere fiato.
Tutto è allo scoperto.
E camminare per quel binario diventa come attraversare parti di noi stessi, che a fatica, nella vita di tutti i giorni, riusciamo ad abitare, forse perché troppo faticose e dolorose.
Si diventa come uno specchio d’acqua quando riflette il paesaggio intorno a sé.
“Il dentro e il fuori” si fondono, si legano, con una intensità mai conosciuta prima.

In questo luogo, in cui ragione e fede sono morte insieme, perché qui è stato ucciso l’uomo, sono poche le parole, da dire e da ascoltare. Allora, tra una baracca e l’altra e poi davanti ai resti della “casetta bianca”, dove morì asfissiata anche Edith Stein, ci mettiamo in ascolto di ciò che Benedetto XVI disse in visita a Birkenau: “Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell'universo, ma che è una cosa sola con l'amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio. […] L’umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una "valle oscura". Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d’Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza… Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni” (Sal 23, 1-4.6)”.
Ascoltare e aderire dentro, qui, dove sembra che l’unica legge sia stata quella della morte, richiede un intenso sforzo emotivo, affettivo e intellettivo, che vinca l’istintiva resistenza a ribellarsi, a ritenere le parole come vuote, a non voler parlare di Amore, proprio qui.
Abbiamo negli occhi ciò che ancora si può vedere, nei caseggiati: montagne di scarpe, montagne di abiti, montagne di capelli…”pezzi” di migliaia e migliaia di persone, scomposte, negate, annullate.
Come si può parlare di Amore, di Vita, di Dio in questo luogo di “nulla”, in cui si sente così forte, fino nella pancia, un inguaribile senso di ingiustizia?
Sembrano due cose incompatibili, che fra di loro non hanno niente a che fare.
Eppure si può.
Eppure Etty Hillesum, che fu internata ad Auschwitz, poté dire “Dio non deve rendere conto a noi delle cose senza senso di cui siamo responsabili. Spetta a noi dargli una spiegazione! Ho già subito mille morti, in mille campi di concentramento. So tutto, ormai nessuna informazione mi angoscia più. In un modo o nell’altro so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. A ogni istante”.
Eppure padre Massimiliano Kolbe, in un luogo in cui l’attaccamento alla propria vita rendeva capaci anche le vittime di essere carnefici, diede la sua vita per salvare quella di un altro uomo.
Eppure Edith Stein seppe prendersi cura di donne e bambini, in un luogo dove le madri non erano nemmeno più capaci di accudire i propri figli.
Eppure sono accaduti tanti, tantissimi altri piccoli, immensi, gesti di Amore di cui noi non sappiamo.
Per questo mi chiedo se la Santità, in luoghi così estremi, così oltre il limite, in cui è stato distrutto e lacerato tutto ciò che di umano era presente, abbia voluto dire essere stati in grado di essere ancora uomini, di custodire cioè – pazientemente e dolorosamente - ciò che siamo, compiendo tutti quei gesti che l’uomo naturalmente e istintivamente porta a termine, nell’amore, come accudire i propri figli.
Forse, allora, anche per noi la Santità può voler dire null’altro che aderire totalmente e pienamente alla nostra verità, vivere pienamente la nostra umanità, sino a compierla davvero nell’amore.

In questo luogo, dunque, l’uomo può cercare e domandare. Ma deve farlo senza avere la pretesa di ricevere risposte. È così che concludeva il papa, con parole di ricerca e di speranza: “Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell'egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui”.
Eleviamo il nostro grido, dunque, eleviamolo ancora.
E, mendicanti di Dio, cerchiamo l’uomo.

Dialoghi Carmelitani, Settembre 2008

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