La fedeltà di Teresa: un cammino vissuto nel contesto familiare
di Baiba Brudere
Il 30 maggio scorso Baiba Brudere, responsabile della comunità del MEC di Riga, in Lettonia, ha tenuto una conferenza a Verona, presso il Santuario di S. Teresa di Gesù Bambino. Pubblichiamo qui una sintesi della prima parte del suo intervento, che ha riguardato i momenti iniziali della fedeltà a Dio vissuta da S.Teresina, fedeltà ricevuta in dono nel contesto familiare e poi divenuta oggetto di un consapevole esercizio, frutto del dono ricevuto.
Gli inizi della fedeltà di Teresa
[…] Teresa ha conosciuto e «compreso» la fedeltà a partire dagli avvenimenti della propria famiglia. Un giorno dirà: «Mi chiedo per quale ragione Dio mi abbia fatto la grazia di appartenere ad una così bella famiglia!» (LT 172). Gli apporti positivi dell’ambiente familiare che hanno contribuito alla sua crescita spirituale sono molteplici; non possiamo enumerarli tutti. Se Teresa ha potuto parlare degli inizi della sua «corsa da gigante» dopo la grazia di Natale, che l’ha fatta uscire dalle «fasce dell’infanzia», è anche perché era già in possesso di una fede e di una fedeltà straordinarie. Più precisamente, a 14 anni Teresa aveva già un eccezionale senso della fedeltà, che in seguito si affinerà sempre di più. Analizzando la crescita di Teresa, possiamo constatare che in lei vi sono come due fedeltà: la fedeltà ricevuta in dono e la fedeltà che è frutto del dono ricevuto. Cerchiamo di vedere questi aspetti un po’ più da vicino e concretamente.
Innanzi tutto, s’impone una domanda: chi è il donatore? Che cosa ci dice Teresa in proposito? Analizzando brevemente il suo vocabolario, constatiamo che ella non utilizza spesso i termini «fedele», «fedeltà», «fedelmente» ma, quando lo fa, li riempie di significato. La risposta alla nostra domanda è duplice. Da un lato, la fedeltà è un dono di Dio. Uno dei più begli esempi è questa frase di Teresa: «Dio mi ha dato un cuore fedele» (Ms A, 38 r°); e ancora: « Dio mi darà, spero, il mezzo di essergli fedele» (Lt 41). Più tardi, il tono e l’espressione di Teresa potranno diventare più solenni: «O beata Trinità, concedici d’essere fedeli...» (Pr 4) ma si tratta sempre del dono di Dio. Non soltanto Teresa saprà salvaguardare questo dono, ma anche farlo crescere.
D’altro canto possiamo affermare che, in Teresa, la fedeltà è anche un dono ricevuto dai genitori. Infatti, essendo in prima persona disponibili al dono di Dio, Luigi e Zelia Martin hanno saputo aprire alla grazia l’anima delle loro figlie. Questo fatto riveste un’importanza capitale; la fedeltà della futura Santa è fondata sulla roccia della fedeltà alla grazia. Se, al termine della vita, Teresa ha potuto dire «Tutto è grazia» (QG 5 giugno, 4) – e non sono parole «vuote»! – è perché ha potuto constatarlo già nella propria famiglia. Fondandosi sull’educazione umana e cristiana ricevute e su quanto riesce ad imitare dei genitori e delle sorelle, Teresa potrà avanzare nel proprio cammino in modo sicuro e motivato. All’età di 22 anni, al momento di scrivere il Manoscritto A (in cui ha l’occasione propizia per riflettere sugli anni della sua infanzia), arriverà a questa conclusione: «Ah, quante anime arriverebbero alla santità, se fossero ben dirette!» (Ms A, 53 r°).
Teresa è stata «ben diretta»; non per nulla ha definito i suoi genitori «incomparabili». In maniera generale, si potrebbe dire che Teresa bambina ha ricevuto un’educazione che ha ben individuato, canalizzato e sviluppato le qualità della sua volontà e della sua intelligenza – così importanti per la fedeltà – come pure le aspirazioni fondamentali che orientano tutta una vita. Inoltre, in questa famiglia la fedeltà alla grazia nella vita quotidiana si esprime nello spirito di fede, la fiducia nella Provvidenza e nell’abbandono alla volontà di Dio. È ciò che professano Zelia e Luigi Martin: la Messa quotidiana, la fedeltà alla preghiera e ai doveri di stato. In tal modo questi riflessi soprannaturali, condivisi dai due genitori, sono stati trasmessi alla beniamina della famiglia.
Tuttavia, c’è di più! Teresa ha ricevuto, si potrebbe dire ereditato, da ciascuno dei genitori dei doni favorevoli alla sua crescita nella fedeltà. Erede di una tradizione militare, la Signora Martin è dotata di un coraggio eccezionale. Il suo leitmotiv è: «Non avere paura, il Buon Dio è con noi!». Pensiamo volentieri alla ripida rampa di scale ove, ad ogni scalino, Teresa chiamava sua madre e apprendeva a sforzarsi nella fiducia. Nel mese di agosto 1897, già gravemente malata, Teresa dirà queste parole che lasciano trasparire il medesimo spirito: «Molte anime dicono: Ma io non ho la forza di compiere un tale sacrificio. Che facciano dunque quello che ho fatto io: un grande sforzo. Il Buon Dio non rifiuta mai questa prima grazia che dà il coraggio di agire; dopo di ciò il cuore si fortifica e si passa di vittoria in vittoria» (QG 8 agosto, 3).
Zelia Martin non indietreggiava dinanzi alle difficoltà e alle prove della vita (sei lutti, dal 1865 al 1870, dei quali quattro figli), e neppure Teresa si arresterà di fronte alle prove e alle difficoltà. La vita di sua madre è stata centrata sull’abbandono e Teresa ne seguirà le orme. L’abbandono di Zelia è stato spesso associato allo spirito di sacrificio e alla prontezza a offrire le proprie sofferenze per gli altri: Nel 1868, Zelia fa voto di offrire, in favore del padre, tutti le proprie opere meritorie e le sofferenze di tutta la vita, allo scopo di risparmiargli il Purgatorio e di saperlo felice. Nel 1877, alcuni mesi prima di morire, Zelia si dichiara pronta al sacrificio della vita affinché Leonia possa diventare una santa. Su questo piano, Teresa la supererà ampiamente.
Quanto a Luigi Martin, Teresa ne parla spesso come del «servitore fedele» che ha «estasiato il Cielo per la sua fedeltà» (LT 142) che è stata perfetta (LT 148). Dal temperamento calmo e silenzioso, il padre di Teresa aveva una spiccata attitudine per la meditazione e la preghiera, rinforzata dal suo amore per la natura. […] Inoltre, pensando al dono ricevuto non dobbiamo dimenticare il ruolo svolto dalle sorelle nell’educazione di Teresa, dopo la morte della Signora Martin. Maria e Paolina, che nel 1877 avevano soltanto 17 e 16 anni, sono state di grande sostegno al papà, assicurando l’educazione delle due sorelline, secondo il medesimo spirito e la stessa forza d’animo della loro madre. Ci limitiamo a ricordare in questa sede due principi di tale educazione: il nemico capitale di ogni educazione è l’amor proprio (capace perfino di deformare il dono di Dio); d’altra parte bisogna «assecondare l’azione della grazia, senza mai precederla o rallentarla» (MsA, 53r°).
Teresa ha dunque ricevuto molto. Tuttavia, ad ogni dono corrisponde anche il dovere di farlo fruttificare. L’episodio evangelico dei talenti ce lo rammenta bene (Mt 25, 14-30) o, come dirà più tardi Teresa, divenuta carmelitana : «A quelle cui egli ha molto dato, molto sarà domandato» (LT 83).
Fedeltà come frutto del dono ricevuto
La fedeltà quale frutto del dono ricevuto e «lavorato» diventa percepibile abbastanza presto nella vita di Teresa. Teresa si rendeva ben conto che un dono può portare ‘più o meno’ frutto. Possiamo constatarlo nell’episodio dello «scelgo tutto»: «Ho capito che... ogni anima era libera di rispondere agli inviti di Nostro Signore, di fare poco o molto per Lui» (cf.MsA, 10r°-v°). Tuttavia tale principio, espresso in un periodo di grande maturità, non fa che riassumere ciò che ella ha vissuto fin dalla sua infanzia. Cosa significa «rispondere»? La spiegazione è concisa, è «fare poco o molto per il Signore»: è «scegliere tra i sacrifici che Egli chiede».
Sacrificio è la parola-chiave che ci permetterà di comprendere la crescita della fedeltà di Teresa. Malgrado le reticenze che questo termine può provocare nell’uomo moderno, il sacrificio corrisponde alla realtà più concreta della vita cristiana: al dono di sé. Si tratta di un mezzo soprannaturale per rispondere «agli inviti del Signore». È dunque uno scambio al ritmo della Grazia. Di conseguenza, è il mezzo più adatto per avanzare fedelmente.
[...] La morte della mamma ha profondamente sconvolto la bambina di quattro anni e mezzo; ed ecco che a nove anni essa vive una nuova prova, che può servirci da punto di riferimento per valutare i progressi compiuti. Si tratta dell’ingresso al Carmelo di Paolina, la sua « seconda mamma ». Ecco ciò che Teresa annota a questo proposito: « Versai lacrime molto amare, perché non capivo ancora la gioia del sacrificio: ero debole, talmente debole che considero una grande grazia aver potuto sopportare una prova che sembrava essere molto al di sopra delle mie forze!... » (MsA, 25v°). […] La separazione da Paolina ha permesso a Teresa di intraprendere un itinerario per acquisire uno sguardo soprannaturale sulla vita. Lo constatiamo, guardando al giudizio di una bambina profondamente sconvolta, che spontaneamente diceva queste parole amare: «In un attimo capii cos’era la vita. Fino ad allora non l’avevo vista così triste, ma essa mi apparve in tutta la sua realtà: capii che non era che una sofferenza e una separazione continua» (Ms A, 25v°). Dopo che Paolina le ha spiegato la vita al Carmelo, si verifica un cambiamento abbastanza brusco: «Sentii che il Carmelo era il deserto in cui il Buon Dio voleva che andassi a nascondermi anch’io... Lo sentii con tanta forza che non ci fu il minimo dubbio nel mio cuore: non era il sogno di una bambina che si lascia trascinare, ma la certezza di una chiamata Divina; volevo andare al Carmelo non per Paolina ma per Gesù solo!...» (Ms A, 26r°).
[…] Una nuova soglia nel dono di sé viene varcata da Teresa in occasione della Prima Comunione. Teresa ha 11 anni ed è la prima volta che formula il suo dono totale a Gesù: «Mi sentivo amata, e dicevo anche: ‘Ti amo, mi dò a te per sempre’» (Ms A, 35r°). […] Teresa ha «lavorato» per «rispondere agli inviti del Signore», affinché tale progresso considerevole potesse realizzarsi. Il verbo lavorare, utilizzato in questo senso, è abbastanza tipico in Teresa. In questo contesto, il lavoro da compiere implicava una «lotta». Dice: «Ero abbastanza grande per incominciare a lottare».
[…] Prima di procedere oltre, ricordiamo brevemente le grazie eucaristiche che Teresa ha ricevuto e che l’hanno preparata alla pienezza della fedeltà. Abbiamo appena evocato, volutamente, una nuova soglia che Teresa ha varcato in occasione della Prima Comunione. Le era così offerto un nuovo, potente mezzo che veniva ad aggiungersi a quelli che le erano divenuti familiari e la facevano crescere nel dono di sé: l’offerta quotidiana, la visita al Santissimo Sacramento, la preghiera, la pratica delle virtù. In tal modo, la grazia della Prima Comunione è stata la prima di una lunga serie di grazie eucaristiche. In Teresa non c’era scissione tra la fede e la vita, poiché ciò che essa credeva, lo viveva anche. [...] Ecco le grazie più importanti che Teresa ha ricevuto dopo la sua Prima Comunione e prima della sua entrata al Carmelo: l’amore per la sofferenza (1884), la Confermazione o «sacramento dell’Amore» (1884), la grazia di Natale (1886), la grazia del «sitio» (1887) e la conversione di Pranzini (1887). Sono tutte delle grazie eucaristiche, poiché scaturiscono dalla sua partecipazione all’Eucaristia, come pure dalla sua preparazione seria a ricevere questo Sacramento.
A ognuna di questa grazie corrisponde un dono da ricevere. Ciò appare già evidente dalla grazia di amare la sofferenza: Teresa, che ha già conosciuto grandi sofferenze, non poteva fare altro che accettarle – malgrado la sua fede e il suo amore per Gesù; ora potrà portare la sofferenza con amore, e perfino desiderarla. Con la grazia della Confermazione, Teresa ha ricevuto «la forza di soffrire». Essere attratti dalla sofferenza e amarla «con un vero amore» (cfr. Ms A 36r°-v°) è già molto. Tuttavia, senza la forza data da Dio, quest’attrazione non può realizzarsi secondo Dio, nella somiglianza a Gesù. Dopo queste grandi grazie, la vita di Teresa prosegue nell’ordinario. A scuola, ella deve affrontare le stesse fatiche di prima, a contatto con «alunne ben diverse». Tuttavia, questa fedeltà che passa attraverso delle lotte interiori, porta frutto. E ciò la prepara a ricevere, due anni più tardi, una grazia straordinaria: la grazia di Natale. Teresa sottolinea fortemente la trasformazione operata da questa grazia. Ricordiamo soltanto che, ritrovando la forza d’animo perduta alla morte della mamma, e «rivestita delle armi di Gesù», diventa «forte e coraggiosa» e percepisce «un grande desiderio di lavorare alla conversione dei peccatori», accompagnato da un nuovo dono di carità (Ms A, 45v°). Solo pochi mesi dopo, la grazia del «sitio» (è il grido di Gesù in croce: «Ho sete!»), la porta alla decisione di tenersi in spirito ai piedi della Croce per ricevere il sangue redentore di Gesù, comprendendo che ella dovrà, in seguito, spargerlo sulle anime. Teresa stessa è «divorata dalla sete delle anime» (Ms A, 45v°). Infine, la conversione di Pranzini costituirà il suo primo «successo» e una prima espressione della sua maternità spirituale.
Dialoghi Carmelitani, Settembre 2008






