La matassa e la rosa. Dialogo tra Edith Stein e Etty Hillesum
Intervista a Pamela Villoresi
a cura di Mery Polito e Luca Sighel

Pamela Villoresi, attrice toscana, si è formata, all’inizio del suo percorso professionale, nei circoli teatrali e culturali della sua città natale Prato. Chiamata da Giorgio Strehler per interpretare Goldoni al Piccolo Teatro di Milano, da quel momento inizia una fortunata carriera come attrice di cinema e di teatro, ottenendo numerosi riconoscimenti e successi. Più di un anno fa ci capitò di vedere uno spettacolo da lei interpretato sull’esperienza di due donne nel lager nazista: Edith Stein e Etty Hillesum. L’occasione era stata offerta dal Crucifixus, il festival di primavera che, da anni, propone, nel periodo quaresimale, spettacoli, incontri, eventi nella pievi e nei luoghi più ricchi d’arte tra le province di Bergamo e Brescia. L’abbiamo incontrata a Brescia questo autunno, nell’ambito dell’appuntamento “Lediecigiornate”, una rassegna di musica e letteratura, promossa dall’associazione Soldano, durante la quale l’attrice ha proposto molte suggestive letture.

Abbiamo avuto la fortuna di poter assistere allo spettacolo “La matassa e la rosa”. Come è nata l’idea di questo lavoro?

L’idea nacque dalla lettura del diario e delle lettere di Hetty Hillesum, edite da Adelphi: feci dei laboratori a Prato sulla poesia che chiamai  “I segni dell’anima”, finchè un giorno mi contattò il vescovo di Prato mons. Gastone Simoni, un uomo molto colto e molto illuminato, che mi chiese di collaborare. Eravamo nel periodo pregiubilare e in quel secondo anno di preparazione il tema era proprio quello della “maternità di Dio”, dell’accoglienza e della gioia, e infatti feci un recital che si chiamava “Dio maternamente”; divenimmo amici e lui mi regalò, sotto Natale, questo libro sul Natale di Edith Stein, da cui rimasi molto colpita. Allora con lui decidemmo di farne uno spettacolo. Chiamai Giuseppe Manfridi, un grande scrittore italiano, e gli chiesi questo testo.
Nel frattempo fui chiamata, in estate, dal Mittelfest, il Festival di prosa, musica, danza, poesia, arti visive e marionette della MittelEuropa diretto artisticamente da Moni Ovaia. per fare un “melologo”, genere musicale nato nel XVIII secolo che unisce la musica con il parlato. Fu l’occasione per mettere in scena questo lavoro.
In realtà dovemmo verificare che Edith Stein e Etty Hillesum si fossero incontrate. In effetti si incontrarono, perchè Edith Stein fu tradotta in un convento in Olanda e fu deportata prima a Westerbork, un campo di smistamento nazista in Olanda, e poi ad Auschwitz .
A Westerbork appunto Etty Hillesum ci stette, andando e venendo per più di otto mesi, Edith Stein solo pochi giorni, perchè i convertiti erano i primi ad essere uccisi. Pare che in quei giorni le due si fossero conosciute, cosa si siano dette nessuno lo sa, lo abbiamo presupposto in base ai loro scritti, ma comunque si sono incontrate.
Loro si sono incontrate in realtà ad Agosto, mentre noi abbiamo ambientato questo incontro nel periodo dell’Avvento, sia perchè c’è Hanukkah, la festa della luce e della fede ebraica, sia perché la simbologia dell’avvento in Edith Stein è così forte …quando afferma che “…questo bambino a braccia aperte è la grande promessa del cristianesimo, della luce, anche se certe volte per arrivare alla luce bisogna passare dal buio”.

Quale è il significato del titolo “La matassa e la rosa”?

C’è anche una canzone all’interno, e parla appunto dell’amore dell’esistenza che Bigongiari (1914 –  1997, poeta italiano annoverato tra i "maestri" ermetici del Novecento) definirebbe come …il filo di fumo, …è una rosa che lascia il suo profumo, è la continuità di un filo, come quello di una matassa che viene avvolto, svolto, col paziente lavoro di ogni giorno.

Quale è la posizione delle due donne, così diverse, nel campo di concentramento? Rappresentano due tipi e atteggiamenti umani?

Non tanto, anche se apparentemente una lascia la fede dei propri padri cioè Edith Stein  per abbracciare un'altra fede, ma in realtà in tutte due vi è una profonda comunione di intenti, “il saper vedere, come diceva Etty Hillesum, il campo di segale che ondeggia al vento, grazie Dio sono viva anche stamani”. In tutte e due c’è la ricerca della luce, c’è la ricerca dell’amore, c’è il dono di sè verso l’altro.Una logica comune che si oppone alla logica di morte del nazismo, quindi in questo senso, come mi piace vedere anche all’interno (personalmente) delle religioni, preferisco il punto di incontro e di comunione che non quello di divisione.

Che cosa la colpisce, a livello personale, della testimonianza di queste due donne, accomunate dalla tragedia del genocidio?

Mi colpisce soprattutto questo trionfo della vita, attraverso poi delle regole, perchè tutte e due se ne danno, a modo loro una in senso laico e l’altra in senso più religioso, ma si danno forti regole. Certe volte appunto si può vedere un percorso spirituale come una gabbia, come una rinuncia, mentre invece è uno scioglimento di catene, di lacci, e loro, secondo me, rappresentano questo e anche la libertà di portare una croce, anche la libertà di accettare un martirio, come quello che hanno vissuto, la scelta di Etty Hillesum di non sfuggire, (lei poteva) e diceva : non è un problema di “salvare”, di salvarsi personalmente, qui c’è il genocidio di un popolo intero, il destino di un popolo e non si sottrae, quindi diventa una scelta. Dice Edith Stein: loro hanno il potere di uccidermi, ma io quello di essere uccisa.

Nel testo, che lei ha recitato in coppia con Dora Romano, testo che è di una straordinaria intensità, colpisce una frase pronunciata dalla Stein: Là, in fondo alla notte, c’è un punto in cui il giorno ricomincia.” È questo uno dei punti più significativi e dei messaggi della rappresentazione? E quali gli altri?

Sostanzialmente questo e poi credo proprio la ricerca del punto in comune, le due donne alla fine si “fondono” e in fondo questo penso sia anche l’obiettivo col quale dobbiamo guardare il futuro sempre più multirazziale, sempre più multiculturale sempre più inter-religioso.

Quale è stata la sua esperienza nell’incontrare i testi di Santa Teresa d’Avila e di Teresa Benedetta della croce Edith Stein?

Di un grande insegnamento, mi ha colpito in tutte e due la forza e la determinazione e ripeto la solarità e quindi sono stati percorsi di vita più che libri letti.

Dal punto di vista professionale , invece, nella sua esperienza di interprete, che significa accostarsi ad un testo della tradizione mistica? Implica una riflessione, una preparazione, un coinvolgimento particolare o diverso? Ci sono testi di carattere religioso su cui sta lavorando o nei suoi progetti?

Certe volte, interpretando un ruolo, qualunque esso sia, si attinge alla propria esperienza, al proprio vissuto, alle cose che si sono imparate, qualche altra volta uno lancia il rampino un pò più avanti a sè e cerca poi con lo studio di arrivare a quel testo, di avvicinarsi a quel personaggio. È il caso di personaggi mistici: per questo diventano percorsi e crescite di vita. Certo non si finisce mai, io è circa quindici anni che voglio fare Teresa D’Avila, uno spettacolo su di lei, poi per una serie di circostanze veramente incredibili; il primo scrittore che lo doveva fare fu Mario Vargas Llosa (1936  scrittore peruviano vivente), che invece poi si propose per le presidenziali in Perù, gli spararono addirittura addosso, dovette nascondersi….insomma non potè scrivere il testo. Poi lo chiesi a Mario Luzi, che accettò, ma poi diceva di non avere la giusta ispirazione e che non si sentiva pronto, poi lo chiesi ad Alda Merini  che mi scrisse due poesie su Teresa d’Avila, ma disse che anche lei non se la sentiva di fare un intero testo teatrale. Adesso lo sta scrivendo Valeria Moretti, già autrice del testo “Marina e l’altro” sulla poetessa e scrittrice russa Marina Cvetaeva (1892 – 1941).
 Con quello spettacolo vincemmo tutti i premi di quell’anno: regia, testo, interpretazione. E quindi in questi anni ogni tanto mi ritrovavo a rileggere ogni volta che si ripartiva col progetto i testi di Teresa e ogni volta mi sembra di scoprire cose nuove che non avevo visto prima e sicuramente dipende dal fatto che forse io cresco (speriamo almeno) e quindi ci si accorge quanto è infinito questo materiale, perché, probabilmente fra trent’anni vi scoprirò aspetti che oggi non riesco ad intravedere, non riesco a leggere perchè sono porte che ho ancora chiuse dentro me, probabilmente non sono abbastanza aperte. Prima o poi lo devo mettere in scena non posso aspettare di avere novant’anni quindi a un certo punto la gente prenderà la mia visione di Teresa per il limite che ho in questo momento, ma insomma …è meglio di niente.

È anche una bella responsabilità!

Il pubblico vedrà una parte di Teresa, l’altra parte speriamo la scopra da solo.

Come intende il suo lavoro: missione, vocazione, passione o un lavoro come un altro?

Può essere un lavoro come un altro, può essere un pò più di “vocazione” di missione se uno cerca di usare in senso più etico, più politico nel senso di “polis”, di funzione all’interno di un meccanismo sociale. Il teatro, la poesia può essere un grillo parlante, un’isola dove riposarsi all’interno del fiume di sottocultura che ci travolge continuamente, può essere un’occasione di riflessione, come dice Liv Ulmann “di fornire per qualche attimo una vita più intensa”. Spero di fare questo …non solo di portare a casa la pagnotta, che pure è una cosa importante.

Attraverso il suo lavoro le parole riacquistano un significato che spesso la quotidianità impoverisce o ridicolizza. Le esperienze importanti della vita come l'amore, il perdono, la sofferenza assumono un significato più profondo che nella realtà viene spesso censurato perchè scomodo. Che esperienza fa lei di questa realtà?

È vero che tutta la nostra cultura “occidentale”, quella della pubblicità, la cultura che tende alla superficialità,un pò alla lobotomia e quindi è vero che ridare senso alle cose è importante, anche perchè più si vive sulla superficie dell’acqua, più si è in balia degli eventi e più anche si perde la stabilità dentro la propria vita, quindi si perde anche il senso della vita, si sbanda parecchio.
Infatti le società occidentali che pure sono quelle che non hanno il problema spesso del mangiare, dello scaldarsi, o del vestirsi sono le società più infelici e quindi è chiaro che un po’ il nostro compito dovrebbe essere anche quello della gente che fa cultura in generale. Per quanto riguarda la parola è bello io non saprei scriverle, però sicuramente è bello anche interpretarlo Mario Luzi diceva… leggere il nero e il bianco, il testo e i suoi intervalli per se stessi e per altri ancora più inesperti che non osano farlo. Quindi è un compito e anche un piacere, perchè il mio materiale di lavoro è quanto di meglio l’umanità ha lasciato di sé, è per me un privilegio. Poi ha i suoi lati scomodi come tutti i mestieri …ma è un bel lavoro.

Dialoghi Carmelitani, dicembre 2007

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