di Stefania Giorgi

“La musica è quella forma che ci avvicina di più allo Spirito,
il velo più sottile che ci separa da lui.
 Ma condivide essa pure il destino tragico di ogni arte:
dover rimanere nostalgia, e dunque, qualcosa di provvisorio.
 E proprio perché è la più vicina allo Spirito,
senza poterlo mai afferrare del tutto, la nostalgia è in lei più forte”

(H.U. von Balthasar).

Nelle nostre comunità il coro è una presenza familiare e amata, una testimonianza di bellezza e di preghiera. C’è grande consapevolezza del privilegio di servire in una maniera così esplicitamente affascinante.
Come per tutti i tipi di servizio non ci sono risparmiate difficoltà e sacrifici, dalle necessità più fondamentali come quella di una presenza stabile e fedele dei suoi membri, a cause di forza maggiore come la mancanza di un direttore o addirittura di una chiesa.
Eppure, nonostante la musica corale possa essere considerata un “lusso” per far splendere le celebrazioni e di cui la Liturgia potrebbe anche fare a meno (come un calice di oro e pietre preziose che non è necessario più di una semplice ciotola di legno per contenere l’Eucarestia), c’è così tanta fame nell’uomo, così tanta sete di ricchezze durature, di gioia, di possibilità di uscire da noi stessi, che è necessario almeno offrire un anticipo di cielo, far vedere anche solo per un attimo la festa d’amore a cui siamo chiamati a partecipare.

A volte ciò che a noi sembra poco, quando eseguiamo canti molto popolari e sentimentali ad esempio, o quando, semplicemente contandoci, saremmo più inclini ad abbandonare tutto, può invece far arrivare tanto. Non possiamo essere noi a giudicare l’impatto che può avere la musica sacra che eseguiamo sul cuore degli uomini che incontriamo. Non possiamo conoscere come il Signore ha deciso, oggi, adesso, di attirare a Sé chi vuole, come vuole. Attraverso di noi, o senza di noi.
Però è necessario essere lì dove potrebbe passare il Suo sguardo, e visto il nostro servizio, la Sua Parola.
Allora anche cori esigui, con poche forze e risorse, ma con grande volontà, possono offrire quello che più conta, al di là della forma più o meno sfarzosa e tecnicamente corretta con cui lo regalano: la possibilità di un dialogo tra il Creatore e la sua creatura, di un reciproco guardarsi e parlarsi tra l’anima e il suo Dio.

Per questo il nostro lavoro non è cosa da poco, di cui si possa fare paragoni quantitativi, anche se non ci si può mai nemmeno accontentare (del numero dei coristi, della qualità della musica, delle relazioni buone fra di noi che rendono gioiosa e fruttuosa anche la fatica), nè mai dimenticarne l’importanza, ma impegnarsi sempre di più e sempre meglio perché lo stupore della bellezza si trasformi ogni volta in vera preghiera verso la Fonte di ogni vera bellezza.
Bisogna quindi custodire la coscienza che si sta offrendo un’esperienza unica e privilegiata di comunione, non solo tra il singolo e Gesù-Eucarestia (perché il nostro canto c’è soprattutto durante la messa), ma tra tutti coloro che partecipano allo stesso gesto, che è sempre un gesto ecclesiale e che non esclude nemmeno coloro che già ci aspettano al di là del tempo.
Non arrendiamoci alla misura tutta umana di classificare il successo o l’insuccesso di un’opera dalla facilità con cui sta in piedi, cosicché se facciamo fatica, se è difficile, vuol dire che forse non è meritevole del nostro sacrificio…Sono davvero convinta, perché l’ho sperimentato, che in tante circostanze della vita, come dice Adrienne Von Speyr, “Qualcuno per te ti fa dire un sì che è più grande di te, ma poi quel Qualcuno colma la distanza”. Cristo non ci lascia soli.
E allora non lasciamoci definire dalla stanchezza, dalla ricerca della comodità, dallo sconforto che pure ci possono essere di tanto in tanto, ma aiutiamoci a pensare che obbedire al coro è bello!
Anzi, soprattutto in quelle situazioni in cui sembra che le nostre scelte siano dettate più dalle circostanze che dalla nostra libertà, ricordiamo che, da cristiani, abbiamo “la certezza che Cristo prende tutto ciò che è vissuto per Lui, con Lui e in Lui e lo fa servire per la venuta del Suo Regno” (Ci ha chiamati amici, p. 121).

Ricordiamoci che “la speranza non è ottimismo e non è la convinzione che ciò che si sta facendo avrà successo.  La speranza è la certezza che ciò che si fa ha un senso, che abbiamo successo o meno."
Siamo dei privilegiati che riconoscono che la nostra ricchezza è Qualcuno che ci vuole bene, e il nostro servizio è annunciare Cristo e imbandire la tavola con i Suoi doni. 
Il nostro canto è canto dei salvati. E il mondo ha bisogno di salvezza. Quando il coro canta deve far sì che i coristi e fedeli si sentano tutti invitati speciali al banchetto di nozze, vestiti come re e accolti come sposi.

La musica con la quale accompagnamo la messa ci fa stare accanto a Gesù quando ripercorre la Sua vita, ci fa vedere per un attimo uno scorcio di Paradiso quando ne cantiamo la speranza, e ci fa sentire la nostalgia per quell’abbraccio trinitario che infine ci darà tutto e che, già oggi, capovolge la nostra prospettiva e ci aiuta a trasformare noi e il mondo che ci sta attorno.
Che la gente, entrando nella nostra Liturgia cantata, possa sentire il cielo e dire: “Voglio cantare anch’io con loro”.

Dialoghi Carmelitani, Giugno 2008

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