di P. Antonio M. SICARI

È persuasione comune che l’attaccamento dei cristiani alla «Parola di Dio» si sia molto rafforzato negli ultimi decenni post-conciliari: per teologi e predicatori la Sacra Scrittura è ormai un riferimento obbligato e continuo, ed essa ha un posto d’onore in tutte le celebrazioni e gli incontri comunitari.
Tuttavia qualche disagio permane, quando si riflette alla “molteplice vitalità” che dovrebbe essere riconosciuta alla Parola di Dio e che spesso – nei nostri discorsi – resta piuttosto inespressa o irrigidita.
Che il Vangelo sia «Parola del Signore» lo riconosciamo gioiosamente ad ogni celebrazione eucaristica, ma normalmente ci limitiamo soltanto a collegare, in maniera generica, il testo scritto – che è appena stato proclamato – con la Persona di Gesù, tralasciando molti passaggi vitali.

 

“In principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio” si legge nelle prime righe del Vangelo di Giovanni, che ci svela di schianto il mistero del Dio Trinitario: all’origine di tutto, dunque, a parlare è Dio Padre.
È incalcolabile l’impoverimento che la parola evangelica subisce quando ci si dimentica che essa sgorga dal seno del Padre: la stessa esegesi o interpretazione di tanti passi evangelici è riduttiva quando ci si dimentica di risalire all’origine paterna di ciò che Gesù dice o compie.
C’è dunque, al principio di tutto, la Parola che il Padre pronuncia e ci sono le parole che il Padre rivolge al Figlio (cfr. il cap. 1 della Lettera agli Ebrei), quelle che San Giovanni della Croce definiva “palabras de gran regalo”– “parole di dono immenso”
C’è di conseguenza la Parola fatta Persona, che è l’Eterno Figlio di Dio, che tutto ascolta in maniera sostanziale e tutto accoglie nel cuore in obbediente disponibilità.
Leggere e interpretare il Vangelo (parole ed opere di Gesù) senza prima inserire ogni particolare in questo eterno dialogo d’amore trinitario è un altro grave impoverimento delle nostre interpretazioni.
E c’è poi il fatto che il Verbo assume la carne e trasferisce sulla terra il suo dialogo col Padre (Abbà!), senza che noi possiamo più dimenticare che tutte le parole umane di Gesù sono divine e tutte le parole divine del Verbo risuonano ora umanamente.
Quante volte Gesù stesso si è preoccupato di farci intuire la “radice dialogica trinitaria” degli avvenimenti: basta ricordare la notte da Lui passata in preghiera prima di scegliere i discepoli (cfr. Lc 6,12ss) e le spiegazioni date a Pietro sia a riguardo dell’origine paterna della sua confessione di fede (“è il Padre che te lo ha rivelato!” – Mt 16,17) sia a riguardo del pentimento anticipatamente ottenuto dalla preghiera che Gesù ha rivolto al Padre per lui (cfr. Lc 22,32).
Continuando, c’è ancora da considerare la lunga storia del dialogo che il Figlio di Dio fatto uomo intrattiene con i suoi discepoli: le Parole divino-umane che Egli dice (alla cui radice sta il suo “essere-Parola”) sono state registrate nella loro memoria, per essere obbedite ed esperimentate.
Non è senza rilievo che alla Parola fatta carne abbia risposto nel mondo l’ascolto dei discepoli “fatto carne”.
In seguito, questa Parola che si è incarnata anche nell’ascolto dei discepoli, al calore dello Spirito Santo, si farà carne anche nei loro ricordi trasmessi oralmente, poi nella loro predicazione, poi nei loro ricordi scritti (i Vangeli, in senso stretto) e nelle loro Lettere.
Si svilupperà così, nella storia e nel cosmo, il percorso missionario della Parola incarnata, di generazione in generazione, senza che mai la Parola si allontani di un millimetro dal cuore del Padre. E alla sostanzialità di tutti i legami e di tutte le trasmissioni provvederà sempre lo Spirito Santo.
Così la Parola resterà sempre viva e attuale, sia per la sua origine divina, sia per la freschezza continuamente rinnovata con cui i cristiani se la comunicheranno tra loro e la approfondiranno.
Ed essa resterà sempre nuovamente arricchita dalle commosse e intense riflessioni di un’infinita schiera di autori spirituali, dallo studio di innumerevoli teologi e dagli approfondimenti del Sacro Magistero.
Infine, ma non certo ultima, ad arricchire la Parola, si aggiungerà la passione con cui innumerevoli Santi continueranno a darle carne e volto, nel mondo e nella storia, “inventandone” sempre nuove e affascinanti applicazioni.

Ecco, dunque, come dovrebbe apparirci la Parola: come un immenso arco teso tra il cielo e la terra, e poi sempre più esteso nella storia. Un arco che non deve mai essere allentato.

Come sintesi ed esemplificazione di tutto basterà pensare a come l’intero percorso della Parola si riassuma, umilmente ma veramente, ad ogni celebrazione eucaristica.
Le parole che il prete pronuncia sul pane e sul vino, qui e ora, sono le parole che Gesù stesso ha pronunciato nell’ultima sera della Sua vita, per offrirci Se stesso; parole che le prime generazioni cristiane si sono trasmesse (cfr. 1 Cor 11,24ss); parole registrate in maniera certa nella Scrittura; parole sempre ripetute “in Sua memoria”.
Ed ogni volta il percorso di questa “parola centrale” (la formula consacratoria dell’Eucaristia) che è iniziato sulla bocca stessa di Gesù ci riconduce presente, qui e ora, intatta, la Sua stessa Persona.

***
Dei Santi, basterà dire che essi hanno voluto ascoltare la Parola di Dio con tutta la sostanza della loro persona, a imitazione di Maria che ha lasciato “accadere in sé la Parola” (Fiat mihi secundum Verbum tuum), come Madre che accoglie il Bambino che “accade” dentro di Lei.
I Mistici poi (quelli carmelitani in specie) si sono sempre mostrati particolarmente attenti e appassionati a questa continuata “generazione della Parola”.
Viene subito in mente la Beata Elisabetta della Trinità che lo chiedeva con foga struggente: «Spirito Santo, discendi in me, affinché nell’anima mia si compia in me come un’altra incarnazione del Verbo… Che io sia per Lui un’umanità aggiunta, nella quale Egli rinnovi tutto il suo mistero» (Preghiera alla SS. Trinità).
Già S. Teresa d’Avila aveva insegnato alle sue monache a pregare gettandosi d’impeto, personalmente, dentro le scene evangeliche, prendendo, per così dire, il posto della Samaritana, della Maddalena, di Maria di Betania o restandosene appassionatamente accanto a Gesù agonizzante.
«Se siete afflitte o tristi, pensatelo legato alla colonna, spasimante di dolori, con tutte le carni a brandelli per il grande amore che vi porta! Perseguitato dagli uni e coperto di sputi dagli altri, rinnegato e abbandonato dai suoi amici, senza che alcuno prenda le sue difese, morto di freddo e ridotto in tale solitudine che voi potete, accanto a lui, ben consolarvi a vicenda; o quando è abbandonato nell’Orto [degli ulivi] e sotto il peso della croce, non gli era concessa una tregua per respirare. Egli vi guarderà con quei suoi occhi tanto belli, compassionevoli, pieni di lacrime e dimenticherà i suoi dolori per consolare i vostri, solo perché vi rivolgete a lui per essere consolati e volgete la testa dalla sua parte per guardarlo. Se il vederlo in tale stato vi ha intenerito il cuore al punto che non solo desiderate guardarlo, ma che sentiate la gioia di parlare con lui, non con preghiere studiate, ma con struggenti invocazioni sgorganti dalla pena del vostro cuore, di cui egli fa grandissimo conto, vi verrà spontaneo dirgli: “Oh, Signore del mondo e vero Sposo mio, mio Signore e mio Bene, siete proprio così pressato da voler accettare una povera compagnia, e vedo dal vostro aspetto che avete dimenticato le vostre pene nel sentirmi vicina a voi. Ma com’è possibile, Signore, che gli angeli vi lascino solo e che vostro Padre non vi consoli? Se, Signore, è perché voi volete sopportare tutto per me, cosa mai è questo che io soffro? Di che mi lamento? Mi vergogno tanto di avervi visto in tale stato che voglio sopportare tutte le sofferenze che mi possano sopravvenire e stimarle come un grande bene per imitarvi in qualche cosa. Camminiamo insieme, Signore; io devo andare dove andrete voi; dovunque passerete, passerò anch’io”» (Cammino di Perfezione, red. E, cap. 42,5-6).

San Giovanni della Croce giunse fino a immedesimarsi completamente nella Sposa amante e appassionata del Cantico dei Cantici, commentando poeticamente e teologicamente il testo biblico, ed estendendolo fino alle altezze e alle profondità trinitarie. In assoluto accordo con santa Teresa d’Avila, anch’egli aveva posto a fondamento di tutta la sua esperienza e la sua dottrina la promessa evangelica fatta da Gesù e “ascoltata” quasi Egli l’avesse loro rivolta personalissimamente: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui» (Gv 14,23). Ed anche: «Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed Egli con me” (Apoc. 3,20).

Santa Teresa di Lisieux scrutò le Scritture fino a leggervi la propria personalissima vocazione che la costituiva come Amore personificato “nel cuore stesso della Chiesa” (Ms B 3r-v) e giunse fino a descrivere la propria missione ecclesiale e il proprio magistero applicando a se stessa, parola per parola, la preghiera sacerdotale di Gesù, osando esprimerla al femminile:
«Perciò oso far mie le parole che hai rivolto al Padre Celeste l’ultima sera che ti vide ancora sulla nostra terra, viatore e mortale. Gesù, mio Amato, io non so quando finirà il mio esilio... più di una sera deve vedermi cantare ancora nell’esilio le tue misericordie, ma alla fine, anche per me verrà l’ultima sera; allora vorrei poterti dire, o mio Dio: “Ti ho glorificato sopra la terra; ho compiuto l’opera che mi hai dato da fare; ho fatto conoscere il tuo nome a quelli che mi hai dato: erano tuoi, e li hai dati a me. Ora essi sanno che tutto quello che mi hai dato viene da te; perché le parole che hai comunicato a me, io le ho comunicate a loro, essi le hanno accolte e hanno creduto che tu mi hai mandata. (Ms C, 34r-v. Questo diverso corsivo e il successivo sono nostri, per sottolineare che Teresa mette al femminile i verbi usati da Gesù. Aspetto a volte trascurato nelle traduzioni.) Prego per quelli che mi hai dato perché sono tuoi. Io non sono più nel mondo; ma essi sono nel mondo e io ritorno a te. Padre Santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato. Io ora vengo a te, e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della gioia che viene da te. Non ti chiedo di toglierli dal mondo, ma di custodirli dal male. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in te.  Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, e il mondo sappia che tu li hai amati come tu mi hai amata”» (Ms C 34r-v).

Non c’è modo migliore di commentare una tale familiarità con la Parola di Dio, unita a un simile ardimento, che i Mistici Carmelitani hanno mostrato, che citare semplicemente questa appassionata riflessione che Péguy ci ha lasciato:

«Le parole di vita, le parole vive, / Non si possono conservare che vive /                                                                                       Nutrite vive, / Nutrite, portate, scaldate, calde in un cuore vivo. / Per nulla conservate ammuffite in piccole scatole / di legno o di cartone. / Come Gesù ha preso, è stato costretto a prendere corpo, a rivestire la carne, / Per pronunciare queste parole (carnali) e per farle intendere, / Per poterle pronunciare, / Così noi, ugualmente noi, a imitazione di Gesù, / Così noi che siamo carne, dobbiamo approfittarne, / Approfittarne del fatto che siamo carnali per conservarle, / per scaldarle, per nutrirle in noi vive e carnali (…). / Così, approfittando del fatto che siamo carnali, / Dobbiamo nutrire, abbiamo da nutrire nel nostro cuore, / Con la nostra carne e col nostro sangue, / Col nostro cuore, / Le Parole carnali, / Le parole eterne, temporalmente, carnalmente pronunciate. / Miracolo dei miracoli, bambina, mistero dei misteri./ (...) / È a noi, infermi, che è stato dato, / È da noi, infermi e carnali, che dipende, / Di far vivere e di nutrire e di mantenere vive nel tempo / Quelle parole pronunciate vive nel tempo. / Mistero dei misteri, questo privilegio ci è stato dato, / Questo privilegio incredibile, esorbitante, / Di conservare vive le parole della vita, / Di nutrire col nostro sangue, con la nostra carne,  col nostro cuore / Delle parole che senza di noi ricadrebbero scarnite» (C. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù).

(Articolo pubblicato su Dialoghi Carmelitani)

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