
L’orario di rientro dei ragazzi a casa il sabato sera
L’educazione appare a tutti, in questo momento storico, tema gravissimo. Merita di esser ricordata, in avvio di discorso, l’acuta affermazione di una mamma che, qualche tempo fa, in un’assemblea di genitori, osservava: “E’ evidente: ai nostri figli manca completamente il Cristianesimo; e ciò forse in ragione del fatto che non siamo stati capaci di trasmettere adeguatamente quello che noi stessi abbiamo ricevuto e amato”. Questa frase suggella la percezione di un certo fallimento educativo. Noi registriamo che i nostri figli se ne stanno andando: entrano escono frequentano le nostre case come estranei, ma non sembra che abbiano trovato un significato veramente grande della vita, capace di impegnare globalmente le loro esistenze.
Ricordo che, in quella stessa occasione, un’altra madre lamentava il fatto che il sabato sera anche i ragazzi della scuola elementare non hanno ormai più un orario preciso in cui far rientro. Ma non solo di sabato accade questo, c’è anche la sera della domenica e quella del venerdì; per non dire delle vacanze estive: quattro lunghi mesi di dissennata vacatio, un tempo libero che sarebbe meglio chiamare tempo vuoto. “ E’ evidente – commentava questa seconda signora: se i ragazzi passano il tempo cercando solo di impegnarsi in un divertimento, di passare dalla distrazione all’evasione, senza orari, ma soprattutto senza mète né costrutto, non mostrano in nessun modo di avere la percezione dell’esistenza come di un tempo segnato da un compito”.
Molti di noi, che siamo i padri o le madri di questi ragazzi, sentiamo la eco, nelle nostre menti e nei nostri cuori, della testimonianza sofferta resa dalle due mamme. E si può forse subito capire la ragione: perché forse ognuno di noi, anche senza far ricorso a grandi riflessioni filosofiche, può dire di avere un compito che lo impegna, come sposo o come sposa, ad esempio, o come padre e come madre dei propri figli; pertanto, nella sua esistenza, sa di doversi prendere cura del destino di altre persone, alle quali sente di essere legato in modo veramente irrescindibile. Per questa ragione il tempo diventa senz’altro prezioso, è il tempo della nostra responsabilità, del lavoro e della costruzione di quell’opera singolare che è la propria famiglia. Ma i nostri figli, il senso di questo impegno, di questo lavoro e della costruzione, sembra che non ce l’abbiano affatto.
Ho imparato dallo studio della storia dell’educazione e dalla pedagogia ad attribuire le responsabilità, quando si ragiona di questioni relative ai legami tra le generazioni, secondo il metodo fifty-fifty, riportandole cioè tanto agli adulti quanto ai ragazzi. Per quel che ci riguarda come padri o madri, la percezione del nostro fallimento deriva per lo più dalla consapevolezza che non siamo riusciti a trasmettere un’identità culturale.
Da un’attenta riflessione condotta a partire da quest’ultima frase si può enucleare il senso fondamentale del lavoro educativo in questi tempi particolarmente difficili.
Custodire una vita nuova e trasmettere un’identità culturale
L’educazione nasce nel momento stesso in cui un uomo e una donna, che hanno scelto come ideale di vita di amarsi e come compito prioritario di custodirsi reciprocamente con benevolenza, trasmettono una vita nuova. Si tratta innanzitutto, è ovvio, della trasmissione di un’identità biologica; i nostri figli ricevono da noi carne e sangue, con verità possiamo affermarlo, perché trasmettiamo loro il dono incomparabile della vita intelligente, propria della specie umana. La cura empatica del bambino, l’affermazione del diritto inalienabile che egli ha di essere accolto custodito ed amato, costituisce ciò che gli antropologi chiamano il “codice materno”.
C’è però un altro dono che noi trasmettiamo ai nostri figli e che essi in qualche modo aspettano da noi perché ne hanno bisogno quanto del pane: si tratta dell’identità spirituale, ma forse è meglio dire l’identità culturale. Il primo impegno per trasmettere una tale identità comincia con la comunicazione di una forma o di un ordine simbolico fatta ai bambini: insegnando tante cose come i nomi delle persone vicine o degli oggetti del mondo circostante, il loro senso e il sistema del loro funzionamento, ciò che implica normalmente di apprendere molte leggi o regole. E’ così che noi li aiutiamo ad abitare in modo umano, con dignità come si può anche affermare, su questa terra. Ciò costituisce, detto molto in breve, il senso del “codice paterno” degli antropologi, dell’identità o dell’ordine culturale. Avviene così che, ad esempio, un padre onesto, che desidera che il figlio resti segnato dall’onestà, in tutti i modi cercherà di trasmettergli una visione della vita in cui si dia il primato di questa virtù e della giustizia.
Ora, tanto la cura benevolente e l’accudimento empatico delle madri quanto l’impegno per costruire un’identità culturale dei padri contribuisce a costituire il senso del lavoro educativo dei figli; si tratta sempre della trasmissione della vita, ma è una vita che non coincide con quella fisica.
Abbiamo avuto in sorte di appartenere, nella storia dell’umanità, a quella parte della terra abitata e alle primissime generazioni che non hanno più il peso gravoso di dover lottare duramente per procurarsi un pezzo di pane. Viviamo una condizione umana segnata dall’alleggerimento e i nostri figli vivono in questo clima di leggerezza: e si trascinano, come si è detto, da un divertimento ad un altro. Ma noi padri o madri sappiamo che, l’alleggerimento esistenziale non serve a togliere il peso greve del male nel mondo, che il mondo resta sempre così triste, e che è necessario sempre impegnarsi e dover lottare per edificare qualcosa di buono.
Trasmettere un’identità culturale significa riuscire a trasmettere ciò che a nostro modo di vedere costituisce il perno di tutto, ciò per cui vale la pena di vivere: ciò che può aiutare i nostri figli a vivere una vita con dignità. Ecco perché il tema dell’educazione è diventato un pungolo, che arriva anche a ferirci nell’intimo e sentiamo che è necessario cercare di prender sul serio questo problema.
La sottoalimentazione emotiva
Nella cultura popolare siciliana è radicata la convinzione che i genitori “lavorano sempre per i figli” e che il primo contributo che essi possano dare alla “buona riuscita” dei figli è consentir loro almeno un buon punto di partenza. Nel linguaggio della pedagogia scientifica la “buona riuscita” è definita fioritura della persona; e il compito dei genitori è innanzitutto quello di seminare e mettere in atto le condizioni almeno che rendano possibile la piena efflorescenza personale.
Vedendo i figli crescere ed entrare nella giovinezza, alcuni padri iniziano a chiedersi spesso cosa riusciranno a lasciare in eredità ai propri figli. Possono accontentarsi di lasciare loro una casa di proprietà o una piccola attività già avviata? Può darsi che molti di questi padri siano alfine paghi di questo lascito materiale. E’ certo però che si esporranno al disprezzo dei loro figli, nel caso in cui questi si dovessero poi trovare solo con cose materiali tra le mani, senza possedere però il senso per cui vivere con quelle cose; e ciò in ragione del fatto, di universale esperienza, che chi possiede le cose e non il loro senso, prima o poi diventa infelice.
Perdere il senso e la felicità della vita è la ferita più grande che un figlio possa sperimentare; e a tanto i nostri figli sono particolarmente esposti, anche perché viviamo in un’epoca che è malata d’un amore eccessivo rivolto alle cose materiali: accade spesso, allora, che i ragazzi, sempre accontentati in tutto, in tutto iperprotetti, si sentano poi “innegabilmente tristi e soli”.
I bambini della scuola primaria sono innamorati dei giocattoli elettronici, del telefonino, vorrebbero indossare capi firmati già subito, con impellenza, né vogliono sentire ragione se il papà dice che la famiglia fa fatica ad arrivare alla fine del mese. I ragazzi sono innamorati delle cose, passano la vita cercando di possedere quante più cose; e la televisione, in primo luogo, trasmette questa mentalità e una bramosia materiale, che è quella che poi che omologa davvero tutte le fasce sociali.
Tutta la storia dell’educazione e la pedagogia sono lì ad insegnarci che se un uomo sviluppa solo la dimensione dell’avere, cresce meno - e comunque mai in modo automatico - nella dimensione dell’essere. D’altronde, oggi viviamo in un clima generale in cui sembra diffondersi una malattia psicologica caratteristica delle società della tarda modernità, che alcuni autori hanno proposto di denotare con la dizione “sottoalimentazione emotiva”. E’ dovuta al fatto che le persone hanno rapporti quasi esclusivi con le cose e non sono più capaci di trattare con le altre persone; mentre solo i rapporti con le persone ci alimentano dal punto di vista emotivo, nutrendo la zona del nostro essere che si chiama dell’accudimento empatico.
Con questo termine, così importante nel lavoro educativo, s’intende descrivere il fatto che ogni persona, se ha rapporti con altri, riceve da esse un po’ di calore affettivo, che è alla base dell’energia, vitale psichica e finanche spirituale, necessaria per portare il peso dell’esistenza. Nella lingua napoletana si chiama “fantasia”, quella evocata dal titolo di un celeberrimo film di V. De Sica: il cuore è nutrito di fresca carica vitale e di sempre nuova voglia psichica di vivere e di vivere intensamente, perché le persone con cui ho un rapporto positivo (familiari, amici, compagni, colleghi, vicini, compaesani ecc.) soddisfano innanzitutto il bisogno profondo di intimità.
Se non viene nutrita questa zona dell’essere, soprattutto quando si è bambini e ragazzi, si verifica un danno antropologico di vastissime proporzioni per la persona. L’indifferenza delle nuove generazioni in realtà è la presenza nella nostra società di un tipo umano che, non ricevendo nutrimento delle emozioni e degli affetti, non è capace di attingere sentimenti veri e profondi. E’ un tipo umano condannato a restare nel semplice limbo delle emozioni, in un primato della spontaneità irriflessa che conduce il soggetto ad una emozionalizzazione della coscienza, ad avere sempre bisogno di eccitazioni, senza mai approfondirle sino a pervenire alla sfera del sentimento.
Le ferite dei nostri figli
La psicologia contemporanea ci insegna che le ferite più pericolose per l’essere umano sono le ferite del cuore, perché, se una persona nel corso della propria esistenza non riceve attenzione, stima, cura e amore benevolente da parte di chi le sta attorno, resterà per tutta la vita in una forma di inesistenza umana, ciò che porta a perdere a poco a poco il gusto stesso della vita. Questa è la ferita più pericolosa per le nuove generazioni e per i nostri figli, la radice della indifferenza e di una fondamentale situazione di sonnambulismo esistenziale.
L’intelligenza in noi è una specie di luce che illumina il buio e ci fa vedere le cose che ci circondano, è il potere di riconoscere la realtà per quella che è: vedere il senso delle cose. La consapevolezza di non essere profondamente amati, accolti, stimati, le ferite del cuore, in breve, intaccano prima o poi anche le radici dell’intelligenza, rendendola opaca: la realtà sembra resti sempre davanti a lei coperta da un velo. Come quando si deve imbiancare e si copre tutto per non sporcare: le stoviglie e i mobili, nascosti sotto il velo, sembrano tutti diventati uguali, non c’è più la possibilità di percepire la differenza tra le cose e i loro nessi, tutto è nascosto e pare diventi uguale e indifferente.
Le ferite del cuore e dell’intelligenza toccano anche la volontà. Ciò accade quando i ragazzi non hanno più modelli di riferimento. Un tempo, vivendo bene la vita familiare, si assumeva come modello di comportamento quello del genitore del proprio genere; non può essere diversamente: non ci può essere una crescita e una personalità minimamente salda e coesa, senza precisi punti di riferimento. Del resto, che cosa ne sa della vita un bambino? Ha bisogno dei modelli di comportamento, perché ha bisogno di qualcuno che gli dia le “istruzioni per l’uso”, per così dire, un punto di partenza e di confronto che lo orienti nel vasto mondo dell’esperienza: qualcuno che gli insegni, infine, a leggere il grande libro del mondo.
Se il soggetto in crescita non vive l’esperienza di un modellamento, che è sempre un certo percorso etico, perché si tratta di assimilare prima e di scegliere liberamente dopo un modello che è sempre un certo ideale di umanità morale; se il soggetto non può identificarsi con persone che gli si impongono perché interessanti e cariche di un certo fascino, egli rischia seriamente di essere segnato da ipercronica debolezza del volere. I nostri bambini oggi s’identificano facilmente con i personaggi dei cartoni animati e della pubblicità, i loro modelli diventano molteplici e quelli un tempo amati e scelti pare vengano presto soppiantati da quelli che vengono dopo. E’ questa la un’altra forma della fragilità del volere, che genera piuttosto persone indifferenti.
In generale si può parlare del nostro tempo come del tempo dell’indifferenza. E difatti, l’indifferenza nasce soprattutto dal fatto che non c’è “alimentazione emotiva”, perché la quasi totalità dei preadolescenti, degli adolescenti e dei giovani di oggi hanno un (quasi) esclusivo rapporto con le cose, che porta a “dis-incontrare” (a non avere, di fatto, alcun incontro con) le persone. E’ nostra esperienza quotidiana: si preferisce la tv e il computer, a scapito della parola vivente e del dialogo emotivamente connotato all’interno della famiglia.
Che fare?
Che cosa può fare la famiglia? e la scuola? e il gruppo dei pari?
Cominciamo col notare che nella famiglia si può trasmettere un sentimento etico dell’esistenza. Avere una percezione etica significa dare una risposta a domande come queste: per che cosa vale la pena vivere? Che cosa vale di più nella vita? Può essere il denaro e allora tutto si registrerà su questo valore preminente sugli altri e tutte le nostre aspettative si assommeranno su di esso. Ma se noi prendiamo sul serio la famiglia che siamo e che abbiamo voluto creare, innanzitutto la famiglia ci dice che la vita c’è per essere donata. E in questo c’è l’evidenza elementare che, se uno vive donandosi ad un’altra persona, può essere felice in questo mondo e pervenire così ad certo compimento, forse non altrimenti raggiungibile.
La persona che sceglie di vivere da sola, sceglie di vivere, alla fine, per se stessa, impegnata, come appare per lo più, in un’opera di promozione in senso estetico della sua esistenza quotidiana. Chi sceglie di amare una persona e di vivere innanzitutto per lei sola, comunque sia fatta questa scelta, sta scegliendo di vivere non per sé, ma per altro. L’io si impegna perché il tu possa fiorire, nella certezza che se fa fiorire l’altro anche il proprio io può fiorire.
Fioritura in greco si dice eudaimonia, e giustamente si traduce innanzitutto felicità. Chi sceglie di amare con tutto il suo essere e per tutta la vita un’altra persona e decide di mettere al mondo dei figli, si sta impegnando per trasformare completamente la propria esistenza. Tutto questo ha una forza prorompente, perché è la decisione di entrare in rapporto con un nuovo essere venuto dal Mistero: il rapporto con il bambino diventa rapporto con il Mistero, pertanto ascolto di un qualche appello, quasi di una parola personalizzata che può venire dall’Alto.
L’educazione è questo impegno a far fiorire una creatura. Bisogna allora vivere la famiglia, cercando di mettere al primo posto l’amore coniugale e a assumendola come società fraterna (comunità dei fratelli, come la chiamavano semplicemente i medievali). A questa scelta semplice è connessa la possibilità di fare esperienza ogni giorno della “forma più alta di esistenza” come la chiama Edith Stein. La “forma più alta di esistenza” è infatti donarsi: dalla mattina alla sera tutte le mie preoccupazioni sono rivolte a far fiorire altre persone. Ecco il sentimento etico dell’esistenza; e il primo impegno e dovere della famiglia è mettere al centro l’educazione morale. Se i bambini vedono che papà e mamma si amano, imparano a viver d’amore.
L’impegno prioritario della scuola è invece formare l’intelligenza. In questa sede non vorrei aggiungere altro; l’essenziale forse è già stato detto. Fin dai primi anni il compito della scuola è aiutare i ragazzi a riconoscere la realtà , ad entrare in essa, onde percepire che, nella sua infinità, essa appare come “unità organica di tutto”, come un filosofo rinascimentale definiva l’infinito. Saper guardare allora ogni realtà, anche la più umbratile, nella luce che attiva l’intelletto e che proviene dalla prospettiva aperta dall’infinito, significa capirne la proprietà: e imparare a dare ad ogni cosa il suo nome. Questo lavoro si chiama lavoro culturale o anche ricerca della verità ed è il compito di ogni insegnante; la sua riuscita è la formazione adeguata dell’intelligenza.
Sui problemi educativi si deve mantenere sempre aperta una finestra di dialogo tra le famiglie e la scuola, in cui si mettano a tema i problemi formativi dei figli. Sia in famiglia sia a scuola si tratta dell’educazione; è importante che il ragazzo senta sia in famiglia sia a scuola uno stesso linguaggio, una stessa preoccupazione. L’adulto, insegnante o genitore, può intervenire sempre con una parola: egli sa di potere così almeno seminare qualche cosa.
Le più pazze esperienze non distruggono mai una specie di bussola interiore che è in ciascuno di noi. Questa bussola può essere chiamata ”senso della verità e del bene”, come l’hanno chiamata i filosofi classici. Se noi siamo testimonianza buona per i nostri figli, il senso del vero e l’amore del bene possono restare.
Vi è nota la parola di Teresa di Lisieux: la cosa più importante è “lo spirito dell’infanzia”. Vi ho riflettuto molto, come studioso di pedagogia, in questi ultimi mesi; mi richiama alla mente un’altra parola, contenuta nel libro di uno psichiatra contemporaneo, che porta il titolo significativo Il bambino nascosto dentro di noi. L’autore (che peraltro non mi pare si professi cristiano), scrive: “Quando avviene il concepimento, è un attimo. Ci vuole una forza, un’energia indescrivibile per passare dal niente del proprio essere a quel essere unico e irripetibile che ciascuno di noi è. Il cuore che batte resta l’emblema dell’impeto vitale originario, che permane in noi per tutta la vita, quasi una memoria latente pronta ad erompere in una qualche espressione, anche solo attraverso dei ricordi motori. D’altronde, i ricordi motori si esprimono sempre in tutta la vita anche nei ricordi simbolici, riconducibili alla nostra capacità di rappresentare la vita attraverso i simboli.
“Quando il cuore batte c’è un attimo in cui è fermo; poi, come se si ripetesse l’impeto vitale originario, l’essere singolare e irripetibile trionfa sul non essere”.
Questo brano e la prospettiva di pensiero che esso apre mi aiutano a capire il senso dello “spirito dell’infanzia”. Per tutta la vita noi dobbiamo lottare e batterci in modo inesausto; la nostra vita è una vicenda a tratti drammatica, perché è fatta di piccole morti e di piccole resurrezioni, di continue piccole morti e di continue piccole resurrezioni. Prosegue dunque l’autore prima citato: “Per il bambino la felicità è semplice. Infatti per essere felice non ci vuole niente. Il bambino è semplicemente contento di stare al mondo.”
Mantenere lo spirito dell’infanzia significa forse mantenere questa lieta esultazione spontanea in ogni momento dell’esistenza. Per questo il più grave danno che un bambino può subire diventando ragazzo, giovane, adulto, è di perdere la levità o, come la chiamavano i medievali, la dulcedo essendi. E’ un’esperienza indicibile di gioia, tanto forte da persuadere chi la vive che, se non si può essere felici così, e vivere di vita intensa semplicemente felici di esserci/per l’esserci, che cosa può poi interessarci che ci siano tante stelle nel cielo?
Antonio Bellingreri
Dialoghi Carmelitani, settembre 2007
Il testo è tratto da una conferenza tenuta dal Prof. Bellingreri a Castellammare all’interno di un ciclo di incontri organizzati dagli amici del Mec sul tema della famiglia e l’educazione.






