di Manuela Campalto e Loredana Bertolini
L’Associazione di Volontariato Il Castello nasce nel 2005 all’interno della comunità del Mec di Mestre. E’ un inizio forse un po’ affrettato, legato soprattutto al bisogno di dotare la storia di questa comunità di uno strumento idoneo ad interagire con la realtà civile ed istituzionale della città.
I nuovi rapporti che si andavano sviluppando con i Carmelitani Scalzi di Venezia e la voglia di riempire quegli spazi con proposte che avvicinassero la gente al Carmelo rendeva infatti necessaria la nascita di una organizzazione di questo tipo.
E’ però incredibile come un bisogno apparentemente solo organizzativo abbia in realtà un po’ alla volta fatto crescere storia su storia, incontri su incontri, vita su vita. Un po’ come un figlio che, nato un po’ per caso e senza grandi programmazioni, stupisce poi ogni giorno per la ventata di novità che è capace di portare, costringendo i genitori a chiedersi: “come potevamo farne a meno?”.
L’Associazione ha infatti creato le condizioni perché il desiderio di operosità di alcuni, trovasse casa e risorse, aiuto e respiro. Sono nate così, una dopo l’altra, decine e decine di iniziative che hanno portato una marea di persone nuove agli Scalzi. Iniziative a volte capite dai frati, altre no. A volte capite dal Movimento, altre no. Come è normale che sia di un figlio, che cresce anche secondo le sue specificità e le sue intemperanze.
Ma ha anche permesso ad alcune professionalità, già presenti tra le persone del Movimento, di potersi spendere in dimensioni nuove, non necessariamente legate all’orario lavorativo ma fonte di possibile bene anche oltre il suono della campanella.
Cosa può succedere se per esempio in comunità ci sono un insegnante di scuola elementare, un attore di cabaret e una “esperta di volontariato”?
Può succedere che nasca una idea, che questa idea trovi risorse e che le risorse mettano in piedi un pezzetto di realtà nuova.
Può succedere che i bambini stranieri che quella insegnante ha in classe non siano più solo i suoi alunni che fanno più fatica degli altri, ma diventino i nostri bambini, quelli che hanno bisogno anche del nostro metterci in gioco.
Nasce così il primo laboratorio per l’integrazione che l’Associazione Il Castello mette in piedi, un laboratorio dove la lingua italiana viene insegnata ai bambini immigrati su un palco, facendoli diventare attori insieme ai loro coetanei italiani. In uno spazio di divertimento e gioco che scioglie la lingua più di tante ore di grammatica. E può succedere che l’insegnante, l’attore, l’esperta di progettazione trovino un gruppo di giovani adolescenti che ci stanno a scendere in campo e ad affiancare i bambini in questo lavoro-gioco. Un mix esplosivo, talmente bello che la voce si sparge. E altre scuole chiamano: “Venite anche qui, anche da noi i bambini stranieri hanno bisogno della vostra Associazione”.
Nascono così, in pochi anni, decine di doposcuola per il sostegno all’apprendimento della lingua italiana destinati a quei bambini che si trovano all’improvviso catapultati nelle nostre scuole, così … dall’oggi al domani in un Paese nuovo, con amici nuovi, immersi in odori nuovi e parole sconosciute.
Dal 2005 ogni anno l’Associazione si occupa di un centinaio di bimbi attraverso i doposcuola classici per l’apprendimento della lingua e di un altro centinaio attraverso i laboratori di cabaret. Tutti incoraggiati da una quarantina di volontari dai 14 ai 20 anni! Una goccia nel mare del bisogno certo, ma anche una goccia è importante per chi nelle nostre città fa più fatica. E non c’è dubbio che questi bambini facciano fatica, e molta. Prima dei tanti nostri giudizi sul fenomeno immigratorio è la loro fatica che giudica noi. Poco importa guardandoli negli occhi chiederci se i loro genitori sono arrivati qui legittimamente o clandestinamente, se avevano il diritto di entrare o se sarebbe invece stato meglio cacciarli via. Importa il loro sguardo, lo sguardo smarrito di chi ancora balbetta la propria lingua materna e si trova catapultato in un mondo pieno di suoni ignoti. Cosa ci sarà nei pensieri di questi piccoli? Di quanto smarrimento sarà pieno il loro cuore? E se ci fosse mio figlio in un paese straniero chi si prenderebbe cura di lui?
La prima regola del giudicare per noi carmelitani dovrebbe essere sempre la stessa: e se fosse mio figlio? Mio è Cristo, e tutto è per me… ricordate? C’è allora un solo figlio di Dio che possiamo non sentire anche come figlio nostro? Se Gesù fosse oggi questo bambino cinese, bangalese, marocchino potrei forse dire che non è per me?
E allora come fare per non sprecare solo parole sull’immigrazione, per non raccontare solo idee o esprimere opinioni?
Occorre partire dagli sguardi di questi bambini e attraverso i loro sguardi scoprire le storie dei loro genitori. L’immigrato non è prima di tutto un fenomeno sociologico, è una realtà, è la persona che ognuno di noi incontra al mercato, il bambino che cresce assieme ai nostri figli a scuola, il nostro collega nelle fabbriche o colei che ci aiuta ad assistere i nostri genitori quando non possono più essere lasciati soli.
Gli immigrati sono prima di tutto un dato della realtà, una realtà che è data e che, come sempre accade, prima o poi ci affascina, ci prende , ci innamora, perché porta l’impronta di Colui che tutto ha creato.
Quindi piuttosto che parlare di immigrati preferiamo raccontare alcune storie dei nostri bambini stranieri, di quei bambini che a scuola faticano il doppio rispetto agli altri perché devono tradurre quanto ascoltano e che ascoltano parole che non assomigliano per nulla alla loro lingua materna, quei bambini che quasi mai vengono invitati alle feste di compleanno e che non osano mai alzare la mano perché non saprebbero come dirlo che non hanno proprio capito come si fanno le divisioni…..
Sono i nostri bambini, i bambini che partecipano ad un laboratorio di cabaret con Loredana e Roberto che ogni venerdì pomeriggio, dopo l’orario scolastico, assieme ai ragazzi dell’associazione di volontariato “Il castello”, provano a creare un ambiente giocoso, sereno, dove, bambini stranieri e non, imparano a valorizzare le loro originalità e individualità.
Il laboratorio di cabaret per fortuna non è fatto come la scuola, a teatro c’è un posto per tutti e tutti sanno fare qualcosa , c’è un ruolo anche per chi non sa ancora parlare bene la nostra lingua.
Così Abel, che è arrivato da un anno in Italia e se ne è sempre stato in disparte e in silenzio in classe, alza la mano ed è lui a salire per primo sul palco. Un anno in classe, mai alzata quella mano per dire: “non ho capito”. Poi arriva il cabaret e per miracolo quel braccio si alza per dire “ci sono anche io e voglio partecipare”….
Ecco cosa scrivono questi bambini nel giornalino della scuola:
“ Il venerdì pomeriggio andiamo a Peseggia con il pulmino alle 15.30.
Noi bambini siamo tanti. Quando andiamo al cabaret c’è Roberto che è biondo ( più che biondo è brizzolato…ma se i bambini lo vedono così…la verità viene dalla bocca dei piccoli) , gentile, in forma e ci fa fare tanti giochi.
Roberto è alto e ha una nipote che è anche brava e si chiama Miriam e ha i capelli lunghissimi e neri. Io e mio fratello Igor ci divertiamo al cabaret, perché con Oleg facciamo giocoleria…”
E di una giovanissima volontaria dicono:
“C’era una volta una ragazza di quindici anni che si chiamava Elena. Era molto carina e gentile, la sua voce era tranquilla, la sua scrittura molto bella. Non ha “ l’amoroso” ma dovrebbe averlo perché è troppo brava..”. L’italiano zoppica ancora, ma l’affetto no!
Questi giovani volontari, gli animatori di questa esperienza, sono davvero molto importanti perché diventano punto di riferimento per i bambini stranieri, anche fuori dell’ambiente scolastico, quando sono all’oratorio o al parco, quando frequentano il grest, ecc.
Un esempio? Bodgan è un ragazzo giunto dal Kosovo qualche anno fa con la famiglia.
Un giorno, all’uscita da scuola, un compagno lo offende. Si sa, “la mamma” è “la mamma” in tutte le culture, e la mamma non si tocca, mai!
Così Bodgan reagisce alle offese e inizia la lotta, tra l’indifferenza di alcuni genitori che sono andati a prendere i loro bambini a scuola. In fondo sono figli altrui… pure stranieri…
Ma per gli animatori che stanno arrivando per fare volontariato quelli che si picchiano sono i loro bambini e a fatica intervengono a separare i due ragazzi.
Bodgan ha un taglio alla testa e deve recarsi al pronto soccorso. L’altro ragazzino intanto fugge a casa, racconta ai genitori quanto accaduto (a modo suo) e subito i genitori si precipitano dai carabinieri per denunciare Bodgan che è straniero e quindi sicuramente è il colpevole.
Ma per fortuna questa volta Bodgan ha come testimoni gli animatori, che raccontano come sono andati veramente i fatti e la denuncia è ritirata. Miracolo di giovani che facendo volontariato capiscono che nella vita bisogna saper prendere posizione contro i soprusi.
Per fortuna i giovani volontari questa volta hanno evitato un altro dolore a questo bambino, un’altra ingiustizia delle tante che i suoi occhi hanno dovuto vedere. Il fratello di Bodgan, quando ancora non sapeva raccontare il suo vissuto, disegnava pistole e fucili e macchie rosse coprivano anche quella parte del foglio dove di solito i bambini mettono un bel sole giallo e un cielo azzurro.
Bodgan nemmeno nei disegni ha mai raccontato le sue precedenti tragedie. Non ce la fa. Ma questi suoi nuovi giovani amici gli danno forse la speranza che in Italia si può stare al sicuro, che non c’è da avere paura. Gli animatori e gli insegnanti ti difendono.
Quando possono, fin dove possono.
Abir è una bambina marocchina, cresciuta in Italia senza potersi mai integrare perché con un destino già stabilito dalla famiglia a cui non ha potuto e saputo ribellarsi… troppo piccola e i piccoli non sanno ancora che esistono dei diritti che sono di tutti, non solo degli italiani
Durante la scorsa estate è tornata in Marocco per essere sposata ed ora aspetta un bambino. Abir ha 14 anni, non aveva ancora completato la scuola media e dalla quinta elementare indossava il velo. Qualche volta partecipava ai laboratori dell’Associazione: una volta durante un laboratorio di trucco la abbiamo convinta a truccarsi con la promessa che l’avremo poi struccata ben bene prima di tornare a casa. In un’altra occasione quando un clown che faceva delle bolle giganti invitava i bambini ad entrare dentro le bolle, lei ha voluto provare questa nuova esperienza per prima…. Le brillavano gli occhi, di gioia e di paura.
Perché farla crescere nella nostra cultura, e poi spedirla improvvisamente nel medioevo?
Chissà se era d’accordo, chissà se ha capito perché la rimandavano in Marocco…Se si fosse ribellata, forse si poteva intervenire, ma non lo ha fatto…A 13-14 anni, si possono scegliere le cose più importanti della vita? E, se sei cresciuta in Italia, puoi immaginare cosa ti aspetta lì dove i tuoi genitori ti dicono che è bene andare?
Difficile, difficile, difficile. Ogni giudizio è sempre pieno di parzialità e ogni politica taglia fuori necessariamente i dati anagrafici, le singole storie, i nomi e i volti.
Ma Abel, Bodgan, Anisa, Abir e tanti altri …. sono i nostri bambini adesso, di qua o di là del mare hanno un pezzetto di noi nella memoria, hanno le risate dei nostri ragazzi che li hanno fatti giocare, correre e sognare dentro ad una bolla di sapone gigante.
Ecco, questi nostri bambini sono finiti fuori della categoria “immigrati”, non stanno più dentro ai numeri degli stranieri, su di loro non abbiamo più nessun parere da esprimere.
Su di loro abbiamo un solo giudizio: sono nostri.
(Dialoghi Carmelitani, Giugno 2009)
Associazione di Volontariato Il Castello onlus
Cannaregio n.54 – 30121 Venezia
Presso Padri Carmelitani Scalzi
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
347 6311312





