
RECENSIONE
BLAISE PASCAL, Pensieri, Garzanti, Milano 2007, pp. XXXII-517
di P. Piero Rizza
La vicenda intellettuale del filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662) procede strettamente intrecciata al suo itinerario spirituale. Fortemente e precocemente segnate da interessi scientifici, la vita e l’opera di Pascal, dopo una profonda e improvvisa crisi mistica avvenuta nel 1654, si ripiegano su riflessioni di argomento prevalentemente religioso: convivono così nell’impegno intellettuale di Pascal interessi per la scienza e studi su temi religiosi.
Il progetto dello studioso prende corpo nel circolo giansenistico sorto in Francia attorno al vescovo Cornelio Jansen (1585-1638) col proposito di riprendere lo studio del testo biblico, seguendo la linea interpretativa di Agostino d’Ippona (soprattutto sui temi della libertà, della grazia, della predestinazione), e di riservare un’attenzione particolare alle direzioni della nuova cultura filosofica e scientifica tratteggiata nelle opere di Cartesio, filosofo dal quale Pascal prenderà le distanze.
Il testo può essere letto seguendo due piste: non tenendo conto di ciò che ne ha provocato la messa per iscritto (critica delle posizioni filosofiche, religiose e comuni della cultura del periodo come, ad esempio, razionalismo, libertinismo, dogmatismo, scetticismo, ateismo, ecc.) così che ogni pensiero, singolarmente preso, possa costituire uno spunto di riflessione; oppure – secondo metodo – accostandosi all’opera rifacendosi ad alcune linee guida. Tra di esse particolarmente importante è la rivisitazione del ruolo della ragione che Cartesio aveva elevato a misura assoluta di tutte le cose. Scrive Pascal a questo proposito: «L’ultimo progresso della ragione è di riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano». Egli spezza così il rapporto privilegiato che la filosofia cartesiana istituiva tra l’essere e la ragione; quest’ultima è solo fonte di certezza e di persuasione al servizio della verità, ma non genera verità. Ed ecco che la precisazione del ruolo della ragione che non è la più certa né la più completa forma di conoscenza, conduce Pascal ad affrontare il tema di Dio. Innanzitutto egli esprime l’insufficienza delle tradizionali dimostrazioni dell’esistenza di Dio. In secondo luogo, la discontinuità tra la limitatezza di ciò che la ragione riesce a definire e dominare e l’infinità dei principi che l’uomo avverte per lume naturale, cuore, istinto, ispirazione, dispongono la mente ad aprirsi alla dimensione dell’infinito, all’ispirazione di Dio che si svela come mistero. Il Dio dimostrato dalla ragione non ha niente a che vedere con il vero Dio: è un Dio astratto e inutile: «Il Dio dei cristiani non consiste in un Dio autore semplicemente delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi: questa è la posizione dei pagani e degli epicurei… Ma il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei cristiani, è un Dio di amore e di consolazione, un Dio che riempie il cuore e l’anima di quelli che possiede, un Dio che fa loro sentire, interiormente, la loro miseria e la sua infinita misericordia, che si unisce al fondo della loro anima, che la riempie di umiltà, di gioia, di fiducia, d’amore, che li rende capaci di avere altro fine che se stesso».
Il Dio della ragione è in realtà un prodotto dell’orgoglio umano, è un Dio da cui l’uomo non si attende nulla e che, a ben vedere, finisce per essere superfluo: «Non posso perdonare a Cartesio: egli avrebbe pur voluto in tutta la sua filosofia poter fare a meno di Dio; ma non ha potuto evitare di fargli dare un colpetto, per mettere il mondo in movimento; dopo di che, non sa più che farsene di Dio».
Il solo cristianesimo appare una verità ragionevole proprio perché riesce a fornire una spiegazione della condizione umana (misto di miseria e grandezza) che la ragione stessa da sola non raggiunge. In questo caso essa può sottomettersi senza con ciò negare la sua natura: «Se si sottomette tutto alla ragione, la nostra religione non avrà nulla di misterioso e di soprannaturale. Se si offendono i principi della ragione, la nostra religione sarà assurda e ridicola». È da questo punto di vista che muove l’intento apologetico di Pascal, il quale pone agli indifferenti e agli atei del suo tempo l’esigenza di non evitare i problemi fondamentali e di considerare, anche alla luce della ragione, il valore della risposta cristiana. Ad essi è rivolto il celebre argomento della scommessa. L’uomo – osserva Pascal – è costretto a scegliere tra beni finiti e il bene infinito (Dio). Non ci si può astenere dalla scelta, giacché anche chi vuole assumere un atteggiamento indifferente è poi costretto nella pratica a perseguire un qualche tipo di bene, e l’indifferente finisce per perseguire nei fatti i beni finiti. È dunque più opportuno scegliere il finito o Dio? La risposta di Pascal muove dalla considerazione che ci sono uguali probabilità che Dio esista o non esista, visto che la ragione non può né dimostrarlo né negarlo. Se si punta sull’infinito mettendo in gioco il finito si rischia di perdere questo, ma con la probabilità di guadagnare quello. Ogni giocatore arrischia ragionevolmente un bene finito se, avendo uguali probabilità, può vincere un bene almeno doppio; a maggior ragione quindi si può rischiare se la posta è l’infinito, tanto più che il finito, paragonato all’infinito, è come nulla, e perciò quel che si rischia di perdere è praticamente nulla. L’argomento della scommessa non ha però per Pascal un valore decisivo: esso conferma la ragionevolezza della fede, ma insieme, proprio in quanto la paragona a una scommessa, ne mette in luce il carattere di rischio; inoltre esso è inefficace per chi è attaccato ai beni finiti in modo tale che la sua volontà è incapace di rinunciarvi. Per questo dopo aver parlato della scommessa Pascal dice: «Adoperatevi dunque non già a convincervi con l’aumentare il numero delle prove dell’esistenza di Dio, ma con la diminuzione delle vostre passioni».
In ultima analisi, solo Gesù Cristo è colui che convince e rende ragionevole la fede: «Noi non conosciamo Dio che per tramite di Gesù Cristo. Senza questo mediatore ci è tolta ogni comunicazione con lui». Se ciò non avviene «tutti coloro che cercano Dio fuori di Gesù Cristo e che si fermano alla natura, o non trovano alcuna luce che li soddisfi, o arrivano a formarsi un modo di conoscere Dio e di servirlo senza un mediatore. Di qui cadono o nell’ateismo o nel deismo». Solo in Cristo possiamo conoscere la nostra condizione perché se Dio si è incarnato, ciò significa che la nostra natura è corrotta e insieme che può essere redenta dalla misericordia divina.
Sono passati più di trecento anni dalla pubblicazione di quest’opera, tuttavia, se la si legge con attenzione, essa risulta ancora estremamente attuale e costituisce una fonte di meditazione per il cristiano che vuol vivere con verità la propria fede.
Dialoghi Carmelitani, Settembre 2008






