I Giovani: una solitudine di numeri primi?
di Manuela Campalto
I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come gli tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci.
Sono descritti così i due giovani protagonisti de "La solitudine dei numeri primi", romanzo di Paolo Giordano vincitore del premio Strega di quest’anno: “Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.”
Sono davvero una generazione di solitari numeri primi i nostri ragazzi, i nostri figli, il nostro futuro?
Sono tentata di rispondere cercando dati, il mare di dati statistici con cui vorremmo spiegare tutto e tutti, le percentuali che ci fanno credere che per un po’ riusciremo a controllare il mondo. Le indagini Istat, le ricerche del Censis, gli indici e le tabelle di chi ci dice che la povertà cresce ma l’economia può farcela, si fanno meno figli ma li si cura di più, i suicidi dei giovani crescono ma i social network esplodono....
Cerco in libreria gli ultimi libri che ho comprato, Google mi aiuta con i siti di statistica ma poi.... Andrea, Valentina: i miei figli. Sono i loro volti che vincono i numeri.
E poi Giulia, Tommaso, Martino, Stefania, Veronica, Angelica, Margherita, Giovanna, Luca, Marco.... una sfilza infinita di volti, di giovani occhi che in questi ultimi anni ho incontrato. Sono i ragazzi di Con-tatto, il progetto che in questi anni ho fatto crescere nella mia città. Un progetto per avvicinare i giovani al bene, alla solidarietà, al volontariato.
Un sfida alla solitudine dei numeri primi.
Una sfida a chi diceva: sono una generazione di egoisti, di inaffidabili, concentrati a rispondere ai loro bisogni e null’altro.
Sarah, Francesca, Filippo, Greta, Lorenzo, Aiko, Ivona e altri cento e cento e cento sono la risposta alla sfida. Ognuno con il suo nome, bello e unico come è ogni loro sorriso, ognuno con le sue paure, le sue fatiche, i suoi desideri, la sua voglia di bene. Ognuno che si è speso in qualcosa, con qualcuno: con i bambini, negli ospedali, a fare sport con i coetanei disabili o a scambiare chiacchiere con anziani che sembravano non riconoscere più il mondo, nelle case famiglia e nelle scuole a sillabare la lingua italiana con gli alunni stranieri.
Una marea di numeri primi. Unici nei loro gesti, irripetibili nella loro generosità.
Sono orgogliosa di questi ragazzi, io adulta di questo tempo sono orgogliosa di questi giovani. Vado controcorrente, ma lo affermo con forza: sono orgogliosa di loro.
E lo sono proprio perché riconosco la loro forza, la forza dei loro desideri. La solitudine avrebbe potuto in loro vincere davvero. Abbiamo fatto tutto il possibile per lasciarli soli questi ragazzi. Gli abbiamo consegnato una scuola senza più testimoni, abbiamo costretto al cinismo ogni possibile ideale politico, spesso e volentieri li abbiamo delusi e allontanati nella Chiesa, li abbiamo voluti solo consumatori e consumati dai nostri miseri interessi commerciali. E molti di loro, purtroppo, in questa solitudine si sono persi davvero.
Ma altri, tanti, sempre di più, stanno dicendo: yes, we can! Sì, noi possiamo. Possiamo cambiare, esserci, imparare il bene, farlo, vivere da protagonisti. Noi possiamo essere numeri primi, senza vivere nella solitudine.
Possiamo temere che vengano manipolati certo, ma le maree di ragazzi che in questi giorni sono scesi in piazza a chiedere una scuola migliore non lo hanno fatto perché leaders politici li hanno chiamati. Questa volta i ragazzi sono scesi in piazza perché il loro cuore e le loro teste hanno detto: adesso basta. Guardateci, ci siamo. Siamo noi il vostro futuro, siamo noi il vostro presente. Abbiate cura di noi, delle nostre scuole, della nostra formazione, delle nostre vite.
E noi, invece di fermarci stupiti a vederli, invece di sorprenderci che in tanti fossero davvero in strada piuttosto che al calduccio di un letto che una giornata di sciopero ha regalato, ci siamo subito catapultati a catalogarli o a metterli in guardia dai cattivi maestri. Pro o contro il decreto Gelmini è stato il nostro problema di questi giorni. Problema vero, su cui possiamo e dobbiamo discutere (e non necessariamente per darne tutti lo stesso giudizio).
Ma discutiamone guardandoli questi ragazzi, sorprendendoci della loro voglia di esserci, di provocarci, di prendersi il mondo tra le mani e dire: è anche mio, è anche per me.
Per una volta non accontentiamoci di vederli piccoli e fragili, persi nella loro musica assordante o dispersi nelle per noi sconosciute rotte del web. Sono anche questo purtroppo, ma per una volta, per questa volta, fissiamoli negli occhi. Scopriremo che non sono soli, negli occhi di ognuno si specchiano gli amici che stanno davanti o dietro i serpentoni delle manifestazioni, i compagni con le magliette colorate e le bandiere della pace, con gli zainetti uguali ma tutti fatti diversi dai pendagli appesi per personalizzarli, con le sciarpe dai cento nodi e gli orecchini appesi in tutte le parti del corpo.... Oppure sono diligentemente seduti in classe, occhi fissi sulla lavagna e cuore che batte per il biondino della classe quinta, annoiati dalle equazioni o accesi da un insegnante che finalmente dice loro qualcosa che mette in moto anima e cervello.
Sono tutti numeri primi questi ragazzi, ma non sono solitudini. Sono i nostri figli, e questi figli, grazie a Dio, sognano ancora un mondo migliore. Come noi, come abbiamo sognato noi.
E sono belli, vivi, gioiosi e un po’ smarriti...
Non sono soli, non vogliono essere lasciati soli. Sono assetati di bene, vogliono un di più che magari non sanno nemmeno immaginare, ma lo vogliono. Sono solo un po’ smarriti, perché chi è venuto prima di loro ha scombinato tutte le rotte, ha mescolato gli ideali, ha seminato scetticismo lì dove una volta cresceva la speranza. E loro, i nuovi arrivati, hanno trovato il mondo, lui sì, pieno di grandi solitudini, con popoli interi dimenticati, aggrediti, umiliati.
Ma guardateli questi nostri ragazzi quando pezzettini di questi popoli cercano un po’ di compagnia a casa nostra, per essere meno soli e meno umiliati: per ogni becero episodio di razzismo ce ne sono migliaia che diventano semplicemente amici, che stanno serenamente insieme come i colori delle loro sciarpe.
Sono più soli questi nostri ragazzi? Mah, io non avevo amici in tutte le parti del mondo e da tutte le parti del mondo. I miei figli sì. E la cosa mi piace. Mi piace tanto.
Hanno meno certezze, sono meno discepoli? E’ vero, ma su quanti buoni maestri possono contare? Di quanti adulti si possono fidare davvero? Perfino i loro genitori a volte sono più fragili di loro...
E siamo proprio convinti che si accontentino di avere per maestri i vip del backstage televisivo? Magari un bel po’ di ragazzine si strappano i capelli per l’ultimo torso nudo dell’Isola dei Famosi, certo, ma non sono così stupide da pensare che da lì possa arrivare la buona notizia. Ce l’avevo anche io il poster di Baglioni appeso in camera e il mio primo grande amore è stato Kabir Bedi quando faceva Sandokan. Ce l’avevi anche tu no? Eppure non è finita così male dai...
Non sono stupidi i nostri giovani, fanno finta di avere le orecchie tappate dalle cuffiette, ma sotto hanno le antennine accese. Aspettano di captare da dove può arrivare davvero una buona notizia. E quando arriva corrono: a far volontariato magari, ad ascoltare un insegnante un po’ più credibile degli altri, a dare fiducia ad un prete che fa anche quello che dice....
Sono esigenti ed hanno ragione, chiedono coerenza ed hanno ragione, vogliono serietà ed hanno ragione. Ma quando Giovanni Paolo II ha cominciato a chiamarli sono corsi a migliaia e migliaia. In fondo sanno scegliere....
Sono unici, ognuno di loro è un numero primo. I numeri primi non sono divisibili che per sé stessi e per Uno. Come se Dio ci stesse dicendo che sono solo Suoi. Vietato manipolarli. Ci pensa Lui a renderli protagonisti.
Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2008
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