E’ possibile parlare di felicità quando la vita va a rotoli, la moglie ti lascia, rimani senza casa e sei costretto a far dormire tuo figlio in un centro di accoglienza per barboni? E’ possibile parlare di felicità quando ci si mette pure la sfortuna, ti rubano l’unico apparecchio che ti è rimasto da vendere e quando lo ritrovi ti si guasta?
Sono alcune delle domande che vengono in mente guardando il film “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino, con Will Smith, uscito nelle sale cinematografiche lo scorso anno. Il titolo, pieno di ogni speranza, stride con l’andamento di quasi tutto il film, per altro tratto da una storia vera. Il protagonista, Chris Gardner, è un venditore senza fortuna nella San Francisco degli anni '80. Padre affettuoso di Christopher, cinque anni, Chris fatica a sbarcare il lunario. Abbandonato dalla moglie che non regge la crisi, Chris cerca tenacemente e ottiene un posto da stagista non retribuito presso una società di consulenza finanziaria. Se supererà il corso sarà assunto e potrà iniziare la sua scalata al successo. Nel frattempo, però, la vita è molto dura: non percepisce stipendio e non riesce a piazzare nessuno degli apparecchi di cui è venditore e che gli potrebbero dare un po’ di sollievo economico. Viene sfrattato dall'appartamento e poi dalla stanza di un infimo motel, così che è costretto a sopravvivere, lui ed il suo bambino, dormendo nei ricoveri per i senza tetto o nei bagni pubblici della metropolitana. La conclusione, in perfetta sintonia con il sogno americano, la tralasciamo, un po’ per non rovinare la visione a chi ancora non avesse visto il film ed un po’ perché ci svierebbe dall’oggetto di questo articolo il cui nocciolo è esattamente nelle domande iniziali: è possibile parlare di felicità quando la vita va male?


No, si risponderebbe istintivamente, e qualcuno più pignolo aggiungerebbe che, anche quando la vita va bene, difficilmente si è felici, perché la felicità è un benessere pieno, appagante e gioioso, una condizione assoluta che non può mai realizzarsi nella relatività della vita. Il filosofo Pascal diceva che  la natura umana ha un’irresistibile istintiva pulsione verso la Felicità, ma allo stesso tempo al suo “volere” raggiungerla si contrappone sistematicamente una condizione di “non-potere” farlo. Leopardi sosteneva che l’uomo è fatto per la sofferenza e che l’unica felicità è nell’attesa della domenica o nella quiete dopo la tempesta, cioè che non esiste una condizione di felicità, ma solo un’attesa della felicità o una sosta dall’infelicità. Ed i pensatori più ottimisti ed aperti di mentalità dicono che l’unica, possibile felicità consiste nella ricerca della felicità; in questa ricerca continua l’uomo si realizza e si gratifica. Come a dire: se avete voglia di gelato vi appagherete andando in giro a cercarlo, ben sapendo che non lo mangerete mai!
Magra consolazione. Ci accontentiamo davvero di poco. Anche come cristiani spesso ci accontentiamo di poco e crediamo più o meno consapevolmente ed esplicitamente che la felicità non è di questo mondo. Meschini noi, trasciniamo in questa meschinità anche Dio, che ci mette dentro una smania di felicità senza darci la possibilità di viverla, se non in brevi momenti.
E se così non fosse? Se la felicità non fosse solo una chimera che può essere cercata e mai raggiunta? Se questo istinto vitale che ci spinge sempre avanti, anche oltre la realtà del presente, fosse reale? Se questa ansia che pretende realizzazione ad ogni costo fosse fatta per realizzarsi ad ogni costo proprio qui, su questa terra? Se la felicità non fosse solo privilegio di pochi casuali individui a cui la vita ha riservato tutte (sarà proprio vero?) le fortune? Se questa promessa di assoluto fosse fatta per essere adempiuta? 
E se fosse – aggiungiamo- la promessa non di un traguardo, ma di una modalità di vita che può appartenere ad ognuno?
Pensiamoci un istante. Se la felicità è un assoluto, non può dipendere dal relativo del mondo, deve essere una certezza, una condizione interiore, un senso di vita più che un obiettivo, un modo di vivere, più che un punto di arrivo. Lo stato di benessere è legato alle vicende, alla salute, alla serenità economica, alla tranquillità familiare e lavorativa, ma la felicità è di più, è l’anelito a qualcosa sempre più grande di noi, e che determina, come aspirazione, la nostra vita; è la percezione dell’assoluto che a sprazzi, negli eventi più intensi, sappiamo riconoscere nella nostra esistenza. Ma questo Assoluto si è incarnato 2000 anni fa per rimanere sempre nella nostra vita; è incarnato qui ed ora, è dentro la storia, la nostra quotidiana, banale, a volte sofferente storia. e in esso siamo già salvati ed amati. La felicità è riconoscere questa salvezza e questo amore sempre, anche nella croce, in cui l’Assoluto è eternamente inchiodato ed eternamente proteso alle Resurrezione. Sembra filosofia, ma è la storia concreta di Dio fatto uomo.
Così non è la speranza del futuro che dà la felicità, ma la certezza del presente, il senso dell’incarnazione, che va oltre l’apparenza.
Questo guardare oltre, pur ben radicati al contesto è felicità. La felicità si gioca tra il qui (la nostra vita quotidiana) e l'altrove ( la vita eterna, il Regno). Chi vive queste due dimensioni in modo armonico appaga la sua vocazione, è felice.
Potremmo dire che c’è un modo infelice di vivere la vita ed un modo felice: si può vivere tutto per quello che è e niente di più, ed un matrimonio sarà “solo” un matrimonio, un successo lavorativo sarà “solo” un successo lavorativo, un buon voto sarà “solo” un buon voto; oppure si può dare valore pieno a tutto quello si fa, pretendendo che ogni cosa ci parli di Dio e dell’infinito, trovandolo in esso, vivendolo, dando alla quotidianità dell’esistenza un respiro più ampio che l’avvolge, la sorpassa e la trascina con sé, arricchendola di grandezza. E’ una prospettiva, difficile da applicare sempre, lo sappiamo, ma dovrebbe essere la nostra prospettiva, almeno questo.
Chris Gardner non si arrende mai perchè ha la certezza che lo aspetta qualcosa di buono: lavora, fa grossi sacrifici, si riduce a dormire nel bagno di una stazione metropolitana perchè è certo che arriverà e vale la pena persistere, rimanere con lo sguardo fisso su quest’oltre.  Ha il coraggio di crederci.
A volte penso questo: che non si abbia il coraggio di crederci, che si abbia paura di pensare che possa esistere davvero la felicità, si ha paura di credere che non è solo un obiettivo, ma addirittura un modo di vivere. Si ha paura di fidarsi di Dio sino in fondo e così preferiamo guardare in basso e giustificare Dio con ragionamenti fin troppo meschini, da servi, più che da figli.
Chris ha coraggio, ne ha talmente tanto che anche nello scoraggiamento crea per il figlio un'atmosfera di felicità, data non dalla sua personale contentezza, ma dalla convinzione che così deve essere per il figlio: il suo Assoluto è l’amore per il figlio, il suo Oltre è un futuro migliore di cui ha certezza e per cui lavora; la felicità non è nel successo finale, ma nell’averci creduto fino in fondo, nell’averci creduto quando nessuno ci credeva, nell’averla vista concretamente, nell’avere dato prospettiva ad ogni azione. 
Aggiungiamo un particolare molto significativo. Al di là dei suoi stati d’animo e dei suoi momenti di scoraggiamento, Chris ha fatto vivere sempre suo figlio in un’atmosfera di felicità, la pienezza di ogni suo gesto era il figlio espressione di felicità. Perché forse, la felicità vera, proprio come l’amore di Dio, è fatta oltre che per essere vissuta, per essere veicolata agli altri.

Anna Cannizzo

Dialoghi Carmalitani, marzo 2008

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