Fare il Cristianesimo
di Lella TomasiniTalvolta Gesù decide di venire proprio sotto casa nostra, suonare il campanello, fissarci in volto appena socchiudiamo la porta e trascinarci fuori a spalancare la vista sull’orizzonte.
Come con Zaccheo : “Scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua!”.
Casa nostra o il Mec fa lo stesso. A volte le parole che ci diciamo e che ascoltiamo sono tali, che si capisce non possano essere nate da noi, ma emanate direttamente dalla forza del Suo Spirito.
E se noi le seguissimo di getto, a scapito delle nostre pigrizie e indolenze, avrebbero il potere di trascinarci tutti giù dal sicomoro e metterci per strada, a recuperare anche il tempo perso.
Voglio fermare l’attenzione su due passi importanti nel nostro “metodo”, cioè sulla strada che stiamo facendo insieme, segnati dalle ultime due Assemblee generali.
“Per noi fare il Mec significa fare il Cristianesimo!”, ci è stato detto e ripetuto nei nostri incontri da qualche tempo a questa parte. E in molti abbiamo percepito in questa esortazione un particolare accento di verità, ci siamo sentiti liberati da fraintendimenti particolaristici, che potrebbero ridurre a nostra misura la volontà del Signore. In quell’espressione si vuole dire che noi non intendiamo coltivare e difendere il nostro piccolo orto, stare al sicuro in casa nostra, guardando dal di fuori il mondo e la Chiesa, separandoci in modo fittizio da essi.
A noi interessa, mentre costruiamo questa nostra casa, tenere porte e finestre sempre spalancate, per essere costantemente proiettati a “fare il cristianesimo” ovunque il Signore voglia servirsi di noi, in qualunque situazione ci veniamo a trovare. Tutti i momenti di attività dentro il Movimento destinati a formare cuori carmelitani ci sospingono immediatamente fuori, in una capacità di apertura amplissima, che non rispetta tempi o spazi predefiniti.
Siamo figli di una madre, Santa Teresa d’Avila, che indicava il nostro destino nell’essere “venduti come schiavi al mondo”. Schiavi di Cristo nel mondo, attenti a scovare il filo rosso che mette in relazione il cuore di ogni uomo che incontriamo con il cuore di Cristo.
Convinti che il cuore di ogni uomo sia fatto per Cristo, dovremmo innamorarci di ogni volto umano, in cui riverbera, sempre in modo unico, lo sguardo del Signore Gesù.
Tutti siamo stati colpiti dall’esempio-limite che P. Antonio faceva all’Assemblea Generale nell’Ottobre 2008, per far capire che per noi il Mec non è “qualcosa da fare”, come una specie di compito per le vacanze, ma l’esito naturale del nostro “essere” sempre. Fare il Movimento diventa questione di ogni minuto e di ogni circostanza, non coincide con un’attività o l’altra del Mec.
Se fossi un insegnante di italiano in una classe di alunni musulmani, che cosa potrei fare? Che cosa dovrei fare? Semplicemente guardare a loro come figli di Dio, utilizzare tutta la mia intelligenza, la mia affettività e la mia capacità di relazione con ognuna delle persone che mi trovo di fronte, per rendere possibile qualcosa di quel miracolo oggettivo che è il rapporto del cuore di ognuno col cuore di Cristo. Questo è proprio lo specifico del carisma carmelitano. Ma proprio questo è “fare il Cristianesimo”.
Il Mec è il luogo che mi forma con gioia e gratitudine, custodisce me assieme ad altri, segna il profilo di un io che è chiamato nel mondo a fare il cristianesimo. E l’io che ha imparato ad essere Movimento, facendo il Cristianesimo, farà amare anche la particolare forma in cui ha fatto il Cristianesimo, cioè il Mec. Particolare e universale si incontrano e diventano compossibili.
L’Assemblea generale di febbraio 2009 ha riflettuto ulteriormente su questo ed è arrivata al secondo passo detto sopra.
Fare il Mec e fare il Cristianesimo sono certamente anche un “fare”, ma poggiano solo sul piano dell’essere, implicano il conformarsi del nostro io a Cristo.
Conformarsi significa prendere la stessa forma di…, permettere che la materia di cui siamo fatti venga ri-plasmata secondo una forma che non è la nostra.
Sarebbe una violenza su noi stessi, se ciò avvenisse al di là della nostra volontà, come capita qualche volta nell’educazione, quando genitori ottusi pretendono di piegare il figlio alla propria idea di personalità “giusta”.
E sarebbe del tutto impossibile, se pensassimo di essere noi gli attori del cambiamento impossibile alle nostre forze, perché iperbolico: chi è così folle da pensare di poter dare alla sua esistenza, per mezzo delle sue forze, la forma dell’esistenza di Cristo, la forma del suo volto, il suo sguardo, il suo cuore?
E allora come poteva San Paolo dire: “Non sono più io che vivo, Cristo vive in me”?
E’ forse un’espressione metaforica che indica solo un “come se…”? No, San Paolo dice sul serio. E noi dobbiamo poterlo ripetere con lui. Perché il motore del cambiamento è lo Spirito e insieme la nostra libertà che Lo chiede.
Dicendo : “Cristo vive in me”, diciamo due cose vere: che Cristo vive e che vive in me.
Cristo è una Persona reale, che è presente e opera qui ed ora, nel nostro spazio e nel nostro tempo, anche se non si esaurisce qui ed ora. Non è un uomo buono, scomparso duemila anni fa.
“ E’ un uomo vivente, ancora tanto uomo quanto noi, e ancora tanto Dio quanto lo era quando creò il mondo” (C:S. Lewis, Il Cristianesimo così com’è, Adelphi, pag.233).
E che Cristo viva in noi non è una fantasia, né una magia. «Il tutto della natura umana, corpo, anima, ambiente, opere…è afferrato da una nuova forma essenziale, che lo plasma in una sacra esistenza: “ Il Cristo in noi”…Solo lo Spirito opera l’autentica innovazione, e la opera senza intaccare la dignità e la responsabilità della persona”» ( R. Guardini, Persona e libertà, La Scuola, pag. 204).
Quando fu irradiato dalla Gloria del Signore sulla via di Damasco, Paolo diventò veramente un altro, ma proprio per questo diventò veramente se stesso.
«Mentre il Cristo si elevava e dominava in lui, Paolo si destava a se stesso. Così egli poteva dire : “Io vivo, ma non più io, è il Cristo che vive in me”. La via percorsa non era stata né fantasia né magia, ma il compimento, accordato nello Spirito e realizzato nella fede, dell’esistenza liberata»
( R. Guardini, Persona e libertà, La Scuola, pag. 213).
Dialoghi Carmelitani, Marzo 2009
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