Estetica ed etica nell’educazione dei giovani

Indice
Estetica ed etica nell’educazione dei giovani
La sorte dell’educazione
Estetica ed etica
La vita familiare e l’etica del dono
Tutte le pagine

Una prevalente percezione estetica dell’esistenza

Gli ultimi due Rapporti IARD sulla condizione giovanile in Italia «all’inizio del nuovo secolo», pubblicati nel 2002 e nel 2007, evidenziano, tra gli altri, questo dato sintomatico: i giovani tendono a non scegliere il matrimonio e la famiglia come ideale di vita; amano però l’amore, propendono in numero crescente a coinvolgersi in forme di convivenza «senza matrimonio», così come in generale privilegiano i rapporti di «socialità ristretta». Chi sono questi giovani dei «Rapporti giovani»? Sono i «post-adolescenti», ma anche quanti attraversano la prima o la piena o la tarda giovinezza. Essi in generale «non hanno fretta di crescere» e vivono la loro età come una lunga moratoria, sperimentando stili nuovi di approssimazione alla vita adulta. Tendono per lo più a mettere al primo posto, tra i valori che privilegiano, l’«autorealizzazione»; e si capisce, dal contesto di tutte le interviste, che si fa riferimento ad una riuscita di tipo professionale, ad un certo successo economico e alle gratificazioni personali. Fanno riferimento alla famiglia, ma è in primo luogo quella di appartenenza; mentre sono inferiori di numero le preferenze accordate alla scelta di sposarsi e di procreare - al matrimonio e alla famiglia, appunto, «come istituzioni».
È possibile, a partire da queste indagini psico-sociali, disegnare un profilo di questi giovani a cavallo dei due secoli. Vorrei richiamare qui, tra le diverse «propensioni caratteristiche», quelle che, nel primo dei due testi, sono denominate con le dizioni principio di «reversibilità delle scelte» e «rifiuto dell’assunzione di responsabilità». Sono, mi pare, i tratti che servono a denotare un tipo umano segnato da una prevalente percezione estetica della realtà, nel significato che oppone questo concetto ad etico. Può essere infatti così intesa una figura dell’esistenza, definita da una ininterrotta esplorazione del possibile, che non parrebbe mai destinata a finire; che non impegna mai veramente la persona e non implica pertanto l’assunzione di nessuna responsabilità. È questo giovane «esteta» che sembra oscillare «tra evasione e impegno»; con la notazione che, al fondo, un rifiuto di massima ad assumere con serietà la vita dispone a concepire anche l’impegno nel senso di una costante promozione estetica dell’esistenza.


La sorte dell’educazione

Riportando tutto nella prospettiva della pedagogia: che ne è, con questi «giovani del nuovo secolo», dell’educazione? Nei diversi ambiti, a dispetto delle buone intenzioni degli adulti, l’azione educativa che non arrivi ad attivare l’istanza etica delle persone e non si innesti in essa, è quasi condannata a restare, nel migliore dei casi, istruzione tecnica: produzione di performance tecnicamente ben costrutte e riuscite. Non può essere forse diversamente: il soggetto dell’azione educativa è, in senso proprio e adeguato, il giovane che, all’interno di una relazione interpersonale empatica, è messo nella condizione di poter trovare e scegliere qualche aspetto almeno del suo autentico poter essere. Ora, se ogni ricerca è da lui intesa e vissuta solo come esplorazione di possibilità, senza altra tensione etica, dell’educazione per lui probabilmente non ne è mai niente: si resta confinati sempre in una fase preliminare del lavoro e della crescita educativa, condizione certo necessaria ma non sufficiente.
Questo specifico difetto di educazione è forse causa e, nello stesso tempo, effetto dell’atteggiamento esistenziale prevalente; possiamo qualificarlo semplicemente come educazione morale distorta. Ed è interessante notare come la prima conseguenza di questa distorsione (quando non è mancanza completa) sia il tendenziale smarrimento, nel giovane, del senso stesso dell’essere e dell’universo personale. Ci si percepisce piuttosto come semplici individui segnati da un’inerziale tensione a ricercare un’«autorealizzazione», che significa quasi esclusivamente vivere «per conto proprio»; ci si preoccupa, per lo più d’accumulare «esperienze» o spesso forse solo d’incrementare la personale quantità di «contenuti tecnologici». Probabilmente è da ricercare qui la radice della scelta a vivere da single, anche quando si è sposati o ci si trova ancora in famiglia.
Si deve aggiungere, nella prospettiva degli studi sociologici, che la percezione di sé come individui impegnati per lo più in un processo d’intensificazione della propria esistenza singolare è l’esito di una progressiva perdita del senso di un’etica comunitaria. In effetti, la «soggettivizzazione delle norme» e l’«accresciuta sfiducia nell’altro» - di cui si parla nei citati Rapporti sulla condizione giovanile in Italia - così come la «prevalenza dei canali a doppia moralità» e la stessa «debolezza delle intenzionalità»: sono tutti fenomeni che dicono di soggetti non più definiti dall’esser parte vivente di comunità viventi.
Tanto i genitori quanto gli insegnanti, con un minimo di preoccupazione educativa, registrano un certo fallimento, con la riconosciuta incapacità a trasmettere una vita e una tradizione storica. È un altro aspetto del deficit di educazione morale: i giovani sembrano segnati in prevalenza da una «coscienza puntuativa»: proiettati solo nel presente, senza memoria senza speranza. Si eclissano, anche in ragione di ciò, i valori e i modelli di riferimento forti; per poi, talvolta, riaffiorare - quasi relitti - come lettere morte. Forse è sbagliato dire che la crisi epocale in cui siamo coinvolti «cancelli tutti i valori»; questi, a ben vedere, subiscono una radicale trans-mutazione di senso in un generale processo di indebolimento che li porta a divenire piuttosto, da «grandi», valori «piccoli-piccoli».


Estetica ed etica

Ora, scegliendo di assumere questo tratto «estetizzante» come quello saliente dei nuovi giovani, forse si comprende già subito una ragione di fondo della loro difficoltà ad assumere come compiuto ideale di vita e impegno stabile il matrimonio e la famiglia, in quanto realtà etiche in senso eminente.
Certo, molto spesso la giovinezza tende a diventare quella «lunga moratoria psico-sociale» di cui nel primo Rapporto IARD, a motivo della difficoltà, per un numero crescente di giovani e in forme e con percentuali diverse nelle aree del nostro Paese, a trovare un impiego (minimamente) stabile e in molti casi per la penuria di abitazioni, in special modo nei grandi centri. La tendenza però a procrastinare nel tempo le scelte percepite dai soggetti come irreversibili è un dato generale che interessa tutte le tipologie di giovani, emergente con evidenza dalle indagini: interessa pure (e, bisogna aggiungere, soprattutto), le aree e le categorie sociali di giovani più ricchi (anche solo nel senso che sentono come meno gravoso il peso dei problemi strutturali). È più esatto allora affermare che quello «estetizzante» è un vero e proprio atteggiamento esistenziale, indotto o liberamente assunto che sia.
Vorrei qui concentrare l’attenzione solo su una delle cause che conduce, a mio parere, ad un tale diffuso modo d’essere. La radice della difficoltà a compiere il passaggio da un atteggiamento esistenziale in prevalenza estetico ad uno segnato dalla scelta etica risiede forse principalmente in un fondamentale deficit di educazione familiare: in sintesi, l’educazione morale incompiuta o malintesa va ricondotta ad una sottostante distorsione o mancanza di educazione familiare.
Il nesso tra educazione morale ed educazione familiare può essere quasi intuitivo; è compito della riflessione pedagogica evidenziarne l’essenzialità, il suo carattere non accidentale e non contingente. E di fatto, l’assenza o l’inadeguatezza dell’educazione familiare dispone il soggetto ad essere influenzato e formato/deformato da un senso comune che oggi tende a coincidere senza residui con l’opinione pubblica mass-mediale. Il sostanziale deficit di educazione morale viene allora mascherato dall’assunzione di pattern di pensiero e di condotte ritenute «ovvie» forse perché riconducibili in ultima istanza al «mass-medialmente corretto»; ma si tratta per lo più di comportamenti «senza ethos» o comunque vissuti come «moralmente indifferenti».
Appare evidente, nelle società occidentali della tarda modernità, una diffusa indifferenza pedagogica, vera e propria insensibilità all’universo e alle preoccupazioni educative; sta divenendo moneta corrente in una società percorsa da altre, altrettanto esiziali, forme di indifferenza quella etica e quella veritativa. Si tratta di un portato del relativismo e di una forma di tolleranza malintesa, che alla lunga riesce solo, nella vita delle persone e delle comunità, all’indifferenza. Di certo, molti genitori (si dovrebbe aggiungere, molti insegnanti e molti educatori) sembra abbiano abdicato al compito stesso di educare, dissimulando con concessioni all’ideologia permissiva oggi prevalente, una sostanziale malafede dell’intelligenza.


La vita familiare e l’etica del dono

La vita di famiglia in primis può diventare ambito di autentica educazione morale se i coniugi scelgono di vivere il loro matrimonio come realtà etica in senso eminente. Il patto coniugale è fondato sulla scelta di essere definiti dalla cura benevolente perché l’altro, accolto - corpo e spirito - nella sua alterità irriducibile, possa fiorire. Scegliere allora di essere compagno/compagna «di destino» aiuta a formare la coscienza della propria esistenza come dotata di un senso, di una «destinazione» buona e desiderabile.
Ma realtà etica in senso eminente è chiamata ad essere la genitura: essa può esser fondata solo sulla stessa scelta di benevolenza e di cura perché altre persone pervengano ad una vita ben riuscita. L’altro/gli altri sono i figli che chiedono di essere accolti - nel corpo e nell’anima - assumendo il radicale carattere di invio e di appello che costituisce il loro avvento, con l’inizio della vita, nell’essere. La responsabilità del loro destino dona un senso buono e desiderabile al patto genitoriale.
In ragione del patto coniugale e di quello genitoriale la vita di famiglia diventa, per i figli ma non meno per i genitori, spazio e tempo esistenziale di formazione del senso originario delle parole strutturali del vocabolario essenziale di ogni persona. Esse formano delle evidenze elementari, coincidenti con la prospettiva originale aperta sul reale, l’universo personale nel quale di fatto ciascuno dimora. La scelta di non vivere più per se stessi, come individui e isole, ma per la cura e la benevolenza, per la fioritura della vita di altre persone, forma quel senso e quelle evidenze: nell’atto stesso in cui dispone a dimorare eticamente nel mondo.
La vigilanza e il lavoro educativo dei coniugi, in quanto coniugi e in quanto genitori, può/deve trasformarla in una vera e propria «microcomunità etica», dove ogni legame può diventare innanzitutto parentela elettiva; e la famiglia viene a costituire nella struttura personale di ognuno dei suoi membri un esistenziale. La generazione di cui è questione nella microcomunità familiare coincide infatti con l’avvenimento stesso della persona; ora, la famiglia, in modo specifico e affatto caratteristico, è chiamata, attraverso le relazioni che istituisce, a formare, custodire e trasmettere nella persona un sentimento autenticamente etico dell’essere e dell’esistenza.
Anzi, si potrebbe dire che l’educazione morale nella famiglia consista originariamente in una formazione «ortopatica»: denoto con questa dizione il «retto sentire», generato dall’innesto dell’istanza etica veritativa e spirituale della cura benevolente nel desiderio spontaneo di ogni soggetto di vivere e di vivere in pienezza. Non ci sarà mai, naturalmente, nessuna formazione adeguata del sentimento, se la famiglia non diviene atmosfera etica o «clima empatico». L’essere conosciuti e amati - corpo e anima - in ciò che siamo e in ciò che possiamo essere è alla radice della personale capacità di conoscere ed amare; e permanendo nello sguardo aperto sul mondo dall’altro, si attiva una disposizione abituale a conoscersi e a scegliersi.
La virtù dell’educazione consiste forse nell’acquisto di questo speciale insight che proporrei di chiamare interiorità personale oggettiva: ci consente di vederci e di sceglierci attraverso il nostro esser visti da chi ci conosce e ci ama nel modo della predilezione.

(Dialoghi Carmelitani, Settembre 2009)

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